18 pennellate di indaco, l’amante cannibale e la donna lama

18 pennellate di indaco, l’amante cannibale e la donna lama

Meo: tutti lo chiamavano così. E Meo era lo scapolo d’oro da conquistare, se non per la vita, almeno per quindici giorni, ovvero il tempo massimo di durata delle sue relazioni.
Due mesi or sono la sorte era toccata a una delle compagne di palestra di Claudia, che aveva ascoltato invidiosa il racconto di quel corteggiamento d’altri tempi, sbocciato in una notte di passione e durato quanto la fioritura di un hippeastrum.  E in una opaca mattina di giugno, mentre pagava la sua solita colazione, al solito bar del centro, si senti sussurrare alle spalle : “Da mesi in questo bar, non c’è cliente più bella di te“.

Quando voltandosi Claudia  vide che a pronunciare quelle parole era stato chi già sapeva, lui capì all’istante che la nuova preda era capitolata. Seguirono un aperitivo, una passeggiata fino all’ufficio, due colazioni e lo scambiarsi dei numeri di telefono.

E finalmente arrivó il primo invito a cena.

Fu la classica serata perfetta: Meo era brillante, divertente, un conversatore che non lasciava tempi alla noia. Terminata la cena, Claudia venne lasciata alla porta di casa con un lieve bacio sulla guancia e la richiesta di ripetere al più presto una così piacevole serata. Andarono insieme al lago la domenica pomeriggio, a vedere un concerto jazz il lunedì sera, a mangiare hamburger e patatine in un drive in allestito per l’estate il martedì.

E solo mercoledì, mentre si erano dati appuntamento per una corsa dopo il lavoro, Meo le diede il primo vero bacio. I giorni seguenti furono una pioggia di messaggi carichi di passione, di velati accenni di desiderio prima e esplicite esternazioni poi. Quel venerdì sera Meo preparó una veloce cena a casa sua: era chiaro che per entrambi il cibo era solo un preliminare e mentre Claudia spargeva sul piatto i riccioli del cioccolato fuso, unico resto del dolce, Meo si alzó, con uno scatto la trascinó sul divano e cominció a percorrerla in ogni centimetro con le mani e con la bocca.

Claudia che aveva pregustato quel momento in ogni suo pensiero nei giorni scorsi, si trovó libera da ogni pudore e pronta ad abbandonarsi ai brividi di quell’incontro di corpi. Ma fu presto portata a una sorta di brusco risveglio da un violento morso al lobo destro.

Il dolore si confondeva con la sorpresa e decise di attribuire al gesto una violenza mal calcolata, dovuta a quel raptus di desiderio.  Peccato che la successiva impronta dentale si stampó sul suo seno e prima che potesse reagire una ancor più forte sul braccio. Per niente preoccupato dalle sue possobili reazioni Meo proseguì in quelli che per lui dovevano essere una sorta di preliminari, con un minuetto di morsi alternati ora a pizzicotti, molto più simili a strette di tenaglia che a simpatici buffetti sulle guance.

Il desiderio di Claudia scivoló presto in un’imbarazzata perplessità, ma temeva di fare la figura della donna inesperta, antica; probabilmente quello era un modo divertente di fare sesso,  se un uomo come Meo lo trovava eccitante. Mentre lui continuava a segnarle la pelle, lei si fingeva compiaciuta, cercava di trasformare qualche “ahi” in “aaaahiaaaaaa” e pensava tra sé che per i prossimi quindici giorni sarebbe dovuta andare in giro vestita come nella più fredda stagione invernale, per evitare che i segni, che inevitabilmente le sarebbero rimasti sulla pelle avrebbero fatto pensare agli amici a un ritorno dell’epidemia di vaiolo.

Un morso al capezzolo le fece capire che doveva prendere in mano la situazione e mentre pregava che Meo soffrisse di eiaculazione precoce, si divincoló per diventare parte attiva in quel gioco fino ad ora unilaterale. Ma non appena provó ad avvicinarsi all’evidente eccitazione di lui, le fu ordinato di “montare sopra“. Per lo meno era qualcosa di normale.

Claudia salì sopra Meo e prima che potesse anche solo tentare di farsi penetrare lui la bloccó, la fece sedere sulle sue ginocchia e le ordinó “Sputa“. L’istinto fu quello di un “arrivederci e grazie“, ma lui la tratteneva e continuava a incitarla a fare ció per cui nella vita, aveva sempre provato un certo disgusto.

Alla fine più confusa che mai, Claudia cominció a sputare e ad ogni sputo lui reagiva come se Angelina Jolie e Nicole Kidman lo stessero percorrendo con le lingue come un Cornetto Soft al tiramisù.

Il momento massimo si raggiunse quando le domandó di sputargli a turno sul membro, che ancora non ne voleva sapere di darsi pace e sul volto. Claudia ormai, sentendosi in una commedia e non provando più nemmeno un briciolo di eccitazione sensuale, gli si inginocchió al fianco e cominció a sputare prima su e poi giù, immaginandosi in una gara di quelle olimpiadi strane che fanno nelle spiagge ad agosto.

Mentre sembrava finalmente che Meo stesse raggiungendo il piacere, dai rantoli sempre più scomposti che guaiva ad ogni schizzo, Claudia si accorse che non aveva più salivazione; ogni  sputo era più simile a una lacrima trattenuta e le venne in mente che sui bugiardini dei farmaci esisteva una comune controindicazione “secchezza delle fauci“:  finalmente ne capì il significato concreto.

A salvarla fu il destino: Meo la strinse a sé, si dimenó come fanno i pesci una volta svuotati dalle reti, gridó qualcosa che conteneva le parole “lava” e “bollente” ed eruttó un paio di lacrime biancastre sulla sua stessa coscia. Dimenticandosi probabilmente di quanto fosse  successo in quei quaranta minuti, abbracció Claudia e con una convinzione incrollabile le disse: “Siamo fantastici io e te insieme“.

Dopo averla accompagnata a casa, la tempestó di messaggi che ricordavano quella notte, come solo Rocco Siffredi con una vergine, si potrebbe permettere di fare. Claudia ad ogni richiesta di rivedersi inventó un’otite, un paio di parenti morti, una mestruazione dolorosa e un teppista che le aveva rigato l’auto per raffigurare i quadrati di Mondrian.

Fino a quando, probabilmente non ancora persuaso che fossero scuse, Meo al bar disse a una biondina in short e canottiera: “ Da mesi in questo bar, non c’è cliente più bella di te“.

E Claudia passó per l’ennesima meteora scaricata dal latin lover, ma per l’orgoglio femminile che ha delle regole non sempre razionali, molto meglio essere etichettata come la regina di una notte, che confidare di essere stata un semplice lama con ghiandole salivari malfunzionanti. Fortunatamente come in tutte le storie, qualcosa di indelebile le rimase : un dolore al lobo destro ad ogni cambio di orecchino.

Eh già, “il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti“, ma non sempre hanno il viso di Leonardo Di Caprio, mentre molto frequentemente ricordano l’insuccesso del Titanic.

Barbara Locatelli

Qui la prima pennellata

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