Antiviglia horror pop con Amenic e le finestre che ridono

Antiviglia horror pop con Amenic e le finestre che ridono

Antivigilia di Natale a tutto brivido con l’ultimo film della rassegna Nero ’70 di Amenic… adesso in sala Alessandrini. Questa la presentazione che ho appena fatto.

Se si pensa a Pupi Avati si pensa di essere di fronte ad un regista autore e non ad un artigiano di genere. Un Verdone dalla bassa padana, bolognese classe 1938, di grande umorismo e presenza. Se si dice Pupi Avati soprattutto stasera antivigilia di Natale, si pensa Regalo di Natale, oppure a La seconda notte di nozze, a La cena per farli conoscere. Che centra Pupi Avati con la chiusura di questa rassegna dedicata al giallo all’Italiana? Centra eccome. Detto che i due film con cui esordisce nel 1970 sono tra i film horror italiani più strani in cui vi potete imbattere. Si perché Avati è il regista di genere meno classificabile. Perché è come detto anche un autore. Il suo primo film, Balsamus l’uomo di satana, ha già in nuce tutta la sua poetica della bassa padana. La storia di questo mago di campagna che cura le vergini credendo di deflorarle è folle. Dopo un esordio del genere, inanella alcuni film assurdi tra cui il delirante mezzo musical Bordella, con il bordello per donne in cerca d’affetto piazzato a Milano che fa sorridere. Insomma nessuno si aspettava il capolavoro. Ma Avati è uno che ha sempre sorpreso in vita sua.

Non solo per aver trasformato Diego Abatantuono destinato altrimenti fare vita natural durante il terrunciello in un attore nel 1986, ma questa storia la conosciamo tutti, ma anche per come ha approcciato il cinema. Swingando ed improvvisando. Daltrocanto voleva essere un jazzista, per 4 anni suona il clarinetto nella Doctor Dixie Jazz Band finché non viene soppiantato da Lucio Dalla. Per altri 4 anni depresso dall’insuccesso fa il rappresentate di surgelati per la Findus.

Poi viene fulminato dal cinema e pronti via è sceneggiatore niente meno che per Pier Paolo Pasolini e per il suo film più controverso Salò o le 120 giornate di Sodoma. Anche se fa il regista mantiene l’amore per la musica e gira special per i Pooh  e documentari sul jazz… Insomma nel 1976 se ne esce con il film che andremo a vedere stasera. La casa dalle finestre che ridono si apre e si chiude con due delle scene più terrificanti e meglio girate del cinema italiano di quegli anni. In mezzo uno scorrimento lento che si confà con l’ambientazione. La bassa padana, fino ad allora considerata non adatta a certe tematiche. Oggi sappiamo che questa terra nasconde storie orrorifiche, anche di cronaca contemporanea. Ma allora no… pareva solo un set da Albero degli Zoccoli.

Un budget di 150 milioni e cinque settimane di riprese nel 1976, a cavallo con il devastante terremoto del Friuli delle 21 del 6 maggio del 1976. La scossa si percepì anche nel ferrarese proprio mentre si girava una scena che si vede nel film. Contrariamente agli altri film che abbiamo visto che fecero successo di pubblico all’uscita ma stroncati dalla critica, venendo riconosciti dopo, questo ha una storia inversa. Critica concorde, bel film, pubblico un po’ freddo. Ma con gli anni diviene un cult. Non c’è nulla di gotico nell’ambiente, e proprio per questo la vicenda colpisce dritto lo spettatore. Come tanti altri film ha una radice in una storia vera. Diventa cult a partire dal 1979 quando vince il premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi.

La fortuna del film si deve probabilmente alla azzeccata scelta dei luoghi dove fu girato. Fino a poco tempo fa si credeva che gran parte dell’ambientazione è piazzata nel Polesine, nella bassa padana e nel ferrarese. Ci sono ad esempio Villa Boccadini al Lido degli Scacchi, una splendida villa che oggi versa in stato di abbandono. La cittadina dove si svolgono gran parte delle vicende è invece Comacchio. La casa che da il titolo al film è stata purtroppo demolita e stava nei pressi di Malalbergo. Ma ci sono due location che negli anni hanno attratto la curiosità dei fan del film. La trattoria e la chiesa. Genericamente li si credeva nei pressi di Comacchio. Ma non è così.

In rete si trova un incredibile reportage fatto per il sito del Davinotti dove un fan investigatore racconta il lavoro incredibile fatto per ritrovare le storiche location che si credevano a due passi dalla località Boccasette nei pressi di Rovigo, perché ad un certo punto in una scena si vede un cartello che indica questa località. In realtà quelle location si è scoperto recentemente sono a Soverzano e a San Giovanni Triario, nei pressi di Minerbio, a due passi da Bologna. I cartelli che indicavano località del Polesine li ha presumibilmente messi Avati per dare l’impressione anche a chi conosceva la zona che tutto fosse ambientato lì, invece alcune location son vicino alla sua Bologna.

Anche in questa piccolezza, da fan sfegatati si capisce che questo è un film diverso rispetto a gran parte della cinematografia di genere, dove gli errori o le incongruenze erano all’ordine del giorno, se non addirittura cifra stilistica della proposta. Avati ha curato il film fin nei più piccoli particolari, sia di sceneggiatura che di riprese.

Basti pensare invece che allora era consuetudine addirittura riciclare le scene. Gli inseguimenti dei film poliziotteschi sono un classico. Lo stesso inseguimento potete vederlo utilizzato in più film, o le esplosioni (cosa in cui è caduto anche l’insospettabile Fantozzi, l’esplosione della cabina telefonica al colpo di cannone di Filini in Fantozzi subisce ancora è ripresa da Signore e signori, buonanotte che a sua volta l’aveva ripresa da Piedone a Hong Kong). Le colonne sonore. La colonna sonora di Virus di Bruno Mattei è la stessa identica di Buio Omega di Joe D’Amato, roba dei Goblin.  Lo stesso Virus tra parentesi per aumentare la metratura ruba parti di un documentario sugli animali della Disney e da altre pellicole documentaristiche, si vede tantissimo la differenza. In Mangiati vivi di Umberto Lenzi  ci sono scene di cannibalismo riprese pari pari da La montagna del dio cannibale e Ultimo Mondo cannibale.

Senza inoltrarci nella incongruenze delle trame…

Ma questa è un’altra storia.

 

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