Aspettando Italia in Rosa, ecco un bel servizio su Mattia Vezzola, SuperEnologo

Aspettando Italia in Rosa, ecco un bel servizio su Mattia Vezzola, SuperEnologo

Aspettando il Festival, consacrato ai vini Rosati e Rosè, Italia in Rosa (www.italiainrosa.it), in cartello dal 10 al 12 giugno in quel, affascinante cornice, di Moniga del Garda, precisamente nel castello gardesano che dall’alto si specchia nel romantico lago Benaco sottostante, il periodico dell’Ais (associazione italiana sommelier) Viniplus di marzo, all’enologo, produttore, pioniere e soprattutto gran sostenitore dei vini rosati italiani Mattia Vezzola ha dedicato il servizio – intervista che vi riproponiamo. Buona lettura.

 

Nella sua lunga carriera ha vinto tutto, più volte incoronato come “migliore enologo dell’anno” da guide e associazioni di settore, deus ex machina da oltre trent’anni degli spumanti Bellavista, Mattia Vezzola è considerato uno dei massimi tecnici del metodo classico. “Ma ricevere un premio a casa propria – confessa dopo la consegna del Tastevin – è sempre motivo di grande soddisfazione. Io amo andare controcorrente e fare cose che sembrano quasi impossibili. Il fatto di aver ricevuto questo premio non solo per un vino, ma soprattutto per il valore della ricerca, dell’intraprendenza e del rispetto delle regole, non può che riempirmi di gioia. In questi anni la mia filosofia è andata verso una costante ricerca, messa a disposizione dell’origine dei valori primari rappresentati dal sottosuolo e il soprasuolo. Si tratta dell’interazione tra terra, vigna, sole e uomo: i quattro elementi devono essere posizionati in verticale, mentre la tecnologia serve solo a supportare questa filosofia”.

Che Mattia Vezzola non sia un enologo come gli altri, d’altra parte, lo si intuisce già dalle sue parole colte, misurate e talvolta poetiche, che danno la misura di quanto i suoi vini gli assomiglino, per non andare mai sopra le righe, ma essere – come lui stesso ama definirli – “eleganti e delicati come un foulard di Hermès sulle spalle“. E citando Cartesio sulla necessità del rispetto delle regole, Vezzola spiega quanto si sia speso durante la sua vita per essere coerente, sia nella produzione che nella comunicazione, perché “è l’unico modo per essere credibile in questo mondo. In tutti questi anni ho cercato di ripetere quelle che erano le mie convinzioni, senza lasciami forviare dalle facili mode del momento, ma mantenendo saldo l’obiettivo di essere perpetuo nella mia filosofia produttiva“. 

Il vino premiato dalla Guida Vitae con il massimo riconoscimento, le “Quattro Viti”, è il “Mattia Vezzola Grande Annata Rosé 2010“, e rappresenta perfettamente questi obiettivi di rigore e coerenza applicati allo chardonnay (80%) e al pinot nero (20%). Un grande metodo classico che ha iniziato a produrre già dagli anni Settanta, dopo un viaggio a Reims. «Ero andato oltralpe col mio bagaglio di tecnica e tecnologia d’avanguardia, ma arrivato a Reims toccai con mano che tutto era rimasto come a fine Ottocento, sia per le pigiature, che le fermentazioni e l’affinamento in bottiglia nelle grandi cantine. La cosa che all’epoca mi stupì fu la stabilità aromatica olfattiva: un vino assaggiato dopo due giorni rimaneva dal punto di vista organolettico e sensoriale assolutamente stabile. Capii che il vecchio modo di lavorare le vigne, con delle pre-potature manuali, utilizzando dei prodotti naturali e la vendemmia fatta a mano incidevano sulla longevità dei vini. Questo è sempre stato il mio obiettivo, perché solo chi ha una certa età può dare delle emozioni. Il “Mattia Vezzola Grande Annata Rosé 2010” rappresenta per me una scommessa vinta, perché ha una longevità che può raggiungere tranquillamente i 15-20 anni». 

Tra le passioni vere, sanguigne e viscerali di Vezzola, ci sono i vitigni autoctoni della Valtènesi che rappresentano un file rouge nella sua filosofia, che si esprime nei concetti di rigore, onestà intellettuale e di eredità storica per le future generazioni. “Noi dobbiamo lasciare una traccia ai nostri figli entro la quale consolidare un percorso. Il Groppello è tra i vitigni che amo proprio perché ci permette di lasciare questa eredità, con la sua presenza da oltre 700 anni nella nostra zona. Oggi ne esistono circa 500 ettari sul lago di Garda, sulla sponda bresciana dannunziana, che rappresentano una coltivazione d’eccellenza, con sistemi d’allevamento di grandissima qualità, esposizione a sud-sud est, che hanno in sé il precipuo elemento dell’armonia”.

E andando all’essenza stessa delle cose importanti, dei Maestri e degli incontri che cambiano la vita, Mattia Vezzola ricorda un amico che ha impresso su di lui il concetto stesso di artigianalità. “Ricordo d’aver visto Franco Biondi Santi, sarà stato il 1973, fare personalmente la sanificazione di ogni singola bottiglia per il suo Brunello di Montalcino, con una cura, un amore e un’eleganza tali, che per me è rimasta come una fotografia indelebile nella memoria. L’ho rivisto due anni e mezzo fa ed era esattamente la stessa identica persona, con lo stesso aplomb, lo stesso sorriso e la medesima convinzione che la manualità, quindi la sua artigianalità, fosse rappresentativa del suo vino. Uno stile, un rigore e una cura per le cose, che è sintomatico del lavoro fatto in tanti anni, perché all’interno di quella bottiglia non c’è solo un grande vino da un punto di vista sensoriale, ma che anche una grande filosofia produttiva”. 

Un esempio che Vezzola ha colto integralmente facendolo proprio, per sé e per i suoi figli, che hanno già iniziato a muovere i primi passi in azienda. Ed è proprio alle nuove generazioni che il pluripremiato enologo pensa quando afferma che “occorrerebbe investire almeno vent’anni per spiegar loro, dalla più tenera età sino all’Università, che la Lombardia, e in particolare la provincia di Brescia, non è solo l’industria della pentola a pressione o del tondino. È un’operazione culturale fatta di visite alle aziende agricole, affinché capiscano, anche attraverso l’esperienza diretta, quanto sia importante l’interazione tra lavoro e studio, perché chi fa soltanto l’uno o l’altro non riesce, neanche dormendo, ad avere la pace che hanno gli uomini di cultura. Bisogna che i ragazzi, prima dell’entrata nel mondo del lavoro, diventino cittadini orgogliosi di fare parte di un territorio che incarna certi valori”.

Ed, infine, il sogno per il futuro si manifesta nuovamente in un’operazione culturale per l’enologo, che si augura che “le nuove generazioni siano culturalmente libere, coscienti di quante eccellenze ci siano sul nostro territorio, senza dover seguire a tutti i costi i dettami di una guida, perché a monte vivono quotidianamente la cultura enogastronomica del nostro Paese e la sentono profondamente propria”.

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