Confortini Vs. Fontana, scontro tra sindacalisti sul jobs act

Confortini Vs. Fontana, scontro tra sindacalisti sul jobs act

Lei è un ex sindacalista alla Camera dei Deputati, lui è un sindacalista attivo sul nostro territorio. Scontro tra Cinzia Fontana e Gianmario Confortini sul jobs act. Mentre gli amici di Welfare Network pubblicano QUI un intervento a favore del provvedimento sul lavoro Made in Renzi noi pubblichiamo la risposta.

Un commento sull’intervento alla Camera dei deputati, dell’on Cinzia Fontana sul jobs act.

Per una valutazione del jobs act è necessario sgombrare subito il campo da un preliminare fraintendimento : il jobs act non serve a creare lavoro !

Del resto lo dichiara esplicitamente anche l’on. Fontana, nel suo intervento :  “Nessuno vuole illudere – né ne ha mai avuto la pretesa – che questo provvedimento assicuri maggiore occupazione” che infatti poi aggiunge “ma sappiamo che i posti di lavoro li crea la forza della ripresa, li creano gli investimenti. È il complesso delle riforme che può fare la differenza”.

Quindi a cosa serve? Serve “per-sempre” e  (riprendendo dall’intervento dell’On. Fontana) : “…rafforzare l’opportunità d’ingresso nel mondo del lavoro; assicurare tutele uniformi in tema di ammortizzatori sociali; garantire un reale legame tra politiche attive e politiche passive; superare le forme più precarie di assunzione; favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro “.

Ora :  una prima questione è già nell’uso della parola inglese job, che non significa lavoro, ma impiego, cioè, vocabolario alla mano,il valore di una persona nel mercato del lavoro.

Questa non è una sottigliezza linguistica, ma svela la filosofia – il lavoro è una merce come le altre, con buona pace dei nostri Costituenti –  o meglio l’ideologia che muove i legislatori: rendere appetibili sul mercato i lavoratori.

Bisogna poi considerare che questo provvedimento si inserisce in una sequela di atti che stratificandosi nel tempo hanno profondamente modificato la condizione dei lavoratori, ma soprattutto si deve leggere intrecciandone il giudizio ai principali atti del Governo:  il Jobs act 1 (con i decreti del marzo 2014, detti decreti Poletti, che intervengono tra l’altro, sulle norme dei contratti a tempo determinato, dell’apprendistato) il jobs act 2 ( modifica ulteriore dell’art.18, demansionamento, controllo a distanza ecc.). Quest’ultimo  è quello in via di approvazione in questi giorni: il DEF, che quantifica le risorse per sostenerne le scelte, le decontribuzioni e gli incentivi.

Quindi, tornando ai veri obbiettivi, il jobs act serve per  rafforzare l’opportunità di ingresso, certo, ma con un’ offerta tutta giocata al ribasso delle condizioni per i lavoratori, perché si allargano le maglie delle motivazioni che non consentono il reintegro con l’art.18 che – è utile ricordare-  tutela la metà dei lavoratori del settore privato e tutti i dipendenti pubblici, cioè più di 10 milioni di persone e che di fatto azzera l’efficacia della tutela individuale. L’On. Fontana si compiace del mantenimento della causale per le discriminazioni,o per atti nulli e disciplinari, ma come è noto, se da una rete già bucata

( vedi precedente modifica del Ministro Fornero, che introdusse l’esclusione del reintegro per le motivazioni economiche ) aggiungi altri buchi, i pesciolini escono tutti da lì.

Per non dire poi dell’incentivo alle assunzioni con la riduzione dell’Irap, senza vincolarla ad assunzioni aggiuntive e non sostitutive, in totale mancanza di politiche industriali (a suo tempo annunciate, ma mai decretate)  e con un turn over fisiologico, ripreso dopo il blocco della riforma delle pensioni.

Decontribuire le assunzioni a tempo indeterminato con la formula delle tutele crescenti, comunque senza tutela dall’art.18, con risorse limitate ed incerte :  1,9 mld di euro per il solo 2015, cioè risorse non strutturali come riduzioni significa in realtà dare al sistema delle imprese la facoltà di decidere, se tradurre questi sforzi in assunzioni o in maggiori margini di profitto.

( quest’ultimo non è un giudizio mio, ma delle associazioni padronali !).

A tale proposito è utile ricordare che per effetto delle precedenti misure, di decontribuzione delle straordinari, dei premi aziendali variabili e dei famosi 80 euro, nel nostro paese, in tempo di crisi, costa meno alle aziende lavorare in orario straordinario ( unici al mondo ) e la segmentazione delle condizioni salariali tra i lavoratori aumenta, …altro che tutele uniformi !

Se poi aggiungiamo che ad oggi le uniche decisioni certe, in materia di ammortizzatori, vedono una riduzione delle tutele, (dal 1 gennaio 2015 scompare la tutela detta  mobilità, sostituita dall’aspi, che oltre ad una durata inferiore ( max 18 mesi, invece dei 3 anni di mobilità)  è penalizzante per i precari, in quanto commisurata all’anzianità aziendale.

Scompare la cassa in deroga che ha permesso di tamponare l’emorragia di lavoro nelle piccole aziende, scompaiono alcune causali per la cig (cassa integrazione)  speciale, in caso di fallimento o di concordato.

Facile immaginare visto lo stato di crisi permanente quale irresponsabilità ci sia e come è facile purtroppo immaginare un aumento dei licenziamenti collettivi, senza adeguati strumenti e risorse. Tutti scenari preoccupanti giustamente più volte denunciati da tutte le organizzazioni sindacali che da tempo invocano uno stanziamento per “gli ammortizzatori sociali”. Altro che spese militari e grandi opere…Ma stiamo al jobs act : sulla riduzione delle forme precarie al momento non mi risultano modifiche o cancellazioni delle svariate modalità contrattuali ( ce ne sono 46 di tipologie contrattuali : fonte sempre le associazioni delle imprese ) ma in ogni caso, se per effetto degli incentivi ( provvisori ) le aziende abbandoneranno alcune tipologie, sarà a favore di altre che, come abbiamo visto  non sono assolutamente e qualitativamente meglio ( sono i contratti a termine acausali, apprendistato senza obbligo di formazione e contratti a tutele crescente,cioè senza art.18 ).

Ora in conclusione, anche se di un ragionamento certamente parziale, mi sembra che la filosofia/ideologia renziana, cioè annunciare cambiamenti anche violenti ( definizione utilizzata dallo stesso premier nel discorso fatto dagli Usa) reiterare slogan da pubblicità ingannevole, non più scontro idee destra/sinistra ma tra conservazione/innovazione, con una redistribuzione delle risorse, limitate poiché i vincoli Ue restano e pesano, tra classi povere e medie ( l’esempio più eclatante sono gli 80 euro pagati con il blocco dei contratti pubblici ) senza intaccare le disuguaglianze che crescono, le rendite finanziarie e non ( elusione ed evasione in primis ) equivale in buona sostanza ad una falsa innovazione che fa leva sulla ricattabilità dei lavoratori, modello Marchionne docet. Il che vede confermato il modello di relazioni di Sacconi, ed il suo art. 8, intoccabili a quanto pare, per garantire l’aziendalizzazione e la solitudine dei lavoratori di fronte alla crisi.

Non c’è spazio per la mediazione sociale ed infatti alle organizzazioni sindacali, resta, se lo vogliono ( vedi mutismo della Cisl che naturalmente tra qualche anno, come per la riforma Fornero, farà finta di nulla, spiegandoci che non va bene il jobs act ..) solo un ruolo da coautori della dismissione di ciò che resta dell’industria.

Del resto se, come dice il ministro Poletti, non si capiscono le ragioni degli scioperi..beh, è chiaro che lor signori vivono in un paese altro e di conseguenza legiferano, coprendo con parole, dicono loro, “sensibili ed attente alla vita delle persone”, la continuità di politiche, senza redistribuzione, senza solidarietà, in un declino che continuerà”.

Ma l’On. Fontana è assolutamente convinta della bontà del jobs act. Buon per lei.

Gianmario Confortini

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