Considerazioni sparse sulla libertà di stampa, anche nella Città Giocattolo

Considerazioni sparse sulla libertà di stampa, anche nella Città Giocattolo

La Città Giocattolo e i media. Lo abbiamo scritto nel pezzo criptato con cui abbiamo aderito alla campagna Alt-Phabet contro il controllo e la manipolazione dei media. Quanto è difficile essere trasparenti e informare? Ad esempio. Il 6 marzo sulle pagine di Milano La Repubblica appare un articolo che da conto delle indagini della Procura sui rimborsi ai consiglieri in regione. Si fa il solito giochino di andare a vedere la cose più curiose che la procura annota. Tra queste i 15 mila euro spesi dal cremasco Gianni Rossoni in provoloni e torroni. Dati presi dalle carte ufficiali, per la precisione: nel 2008 una spesa di 1.540 euro per 43 cesti di torrone e 3.405 euro per 90 provoloni Auricchio, nel 2009 spese simili per l’importo di 5.630 euro e nel 2010 spese per 4.273 euro per alcune forniture di latticini.

Perché questa notizia non è finita prima sui media locali? Perché la notizia è sulle pagine dei giornali nazionali che basterebbe citare, come stiamo facendo noi, come riferisce La Repubblica… bla bla bla… e lo stesso cala il silenzio? (silenzio spezzato attorno alle 13, ben 8 ore dopo l’uscita dei quotidiani nazionali che riportavano la notizia). Lo stesso era accaduto con l’affaire don Mauro Inzoli. In città si sussurravano i problemi all’ex sacerdote, ma silenzio, poi scoppiò il caso nazionale e con estrema calma e cautela anche i media locali seguirono e raccontarono la vicenda.

Ai tempi del G8 di Genova collaboravo con un sito di controinformazione. Fummo tra i primi in Italia ad accorgerci che nelle foto della Roiter, se non erro, si vedeva la mano di Mario Placanica che sparava il colpo che avrebbe ucciso Carlo Giuliani. Mettemmo le foto in rete alle 18. I telegiornali finsero di accorgersi della cosa alle 21 quando la notizia non era più arginabile. Tre ore. Una eternità per cercare di addomesticare la notizia. Oggi non sarebbe più possibile, a livello nazionale e mondiale. Ma è possibile che sappiamo prima quello che succede con le rivoluzioni nei paesi arabi che nella Città Giocattolo?

Il controllo e la censura, e autocensura soprattutto, si fa oramai molto più nelle quiete e paciose province italiane che a Mogadiscio o in Nord Corea? Forse no. Ma il fatto che nell’annuale classifica sulla libertà di stampa l’Italia sia 40° dopo Cile e Benin forse dovrebbe far pensare. Perché la libertà di stampa forse non sta nelle grandi redazioni dei quotidiani nazionali ma nelle piccole realtà locali dove si pensa sempre a non infastidire il potente di turno.

em

(Visited 12 times, 5 visits today)