Daje al mostro, ma il mostro non è Sfera

Daje al mostro, ma il mostro non è Sfera

L’ultima cosa che mi sarei sognato di fare e scrivere un pezzo a difesa di Sfera Ebbasta. In verità la mia intenzione non è quella di difendere il trapper di Cinisello Balsamo, ma lo spirito del rock in generale. I fatti li sapete. Nella notte tra venerdì 7 e sabato 8 dicembre in una discoteca di Corinaldi, in provincia di Ancona, qualcuno spruzza dello spray urticante, i presenti si accalcano per uscire, crolla un parapetto e muoiono 6 persone (cinque giovanissimi e una madre di 39 anni). Su le responsabilità penali l’indagine è appena partita. Gli inquirenti, come si suol dire, stanno operando. Le responsabilità di chi ha fatto lo scellerato gesto, o le eventuali dei gestori della discoteca saranno discusse e chiarite.

Ma sull’attivissimo tribunale dei social è partito un processo che pare essersi già concluso individuando il colpevole e condannandolo: il colpevole si chiama Gionata Boschetti, è nato a Sesto San Giovanni il 7 dicembre del 1992, quindi il giorno della tragedia compiva pure gli anni. Ventisei. Per dire, quando Kurt Cobain si è tirato un colpo in testa Gionata aveva meno di due anni (5 aprile 1994), quando uno scellerato ha sparato a John Lennon probabilmente i suoi genitori erano degli adolescenti (8 dicembre 1980, quante date che coincidono).

Se qualcuno si sta chiedendo se Gionata Boschetti è il nome del fermato alla discoteca Lanterna Azzurra per il lancio dello spray dico subito di no. Gionata Boschetti alla Lanterna Azzurra manco c’era. Stava a Rimini, alla discoteca Altromondo. Quando è accaduta la tragedia era sul palco. Si perché Gionata Boschetti è il vero nome di Sfera Ebbasta. Un ragazzo di periferia, cresciuto con i miti consumistici inventati dalla mia generazione, in mezzo al ritorno delle droghe facili che manco negli anni ’70, con il linguaggio smozzicato dei social a sostituire quello di Dante.

E questo Gionata racconta nelle canzoni del suo alterego Sfera. Di tipe facili e troiette, di infanzie difficili, di Rolex d’oro, di violenza urbana, di storie di strada. Le cose che raccontava il rap americano negli anni ’90. Le cose che raccontava (viste da un’altra prospettiva, quella delle classi disagiate) il punk inglese nel ’77. Non voglio addentrarmi in una disanima dei testi paragonandoli a quelli delle canzoni con cui sono cresciute le precedenti generazioni del rock, dal trasgressivo Elvis che scuoteva il bacino e scandalizzava le manne negli anni ’50 facendo eccitare quelle che probabile ora sono non le mamme ma le nonne dei ragazzi morti ad Ancona sabato notte.

Ogni generazione ha la sua trasgressione rock, la trap è rock per spirito mettiamolo subito in chiaro. E meno gli adulti le comprendono le detestano più i ragazzi le amano. È un codice segreto fatto di parole e situazioni. Da ragazzo mia madre detestava i cattivoni del metal. Con quelle facce da delinquenti e i testi che parlavano di guerre, occulto, morte. Altro che la trap.

Sfera è moralmente colpevole, per i suoi testi, perché aizza i ragazzi. Dai giornali seri ai sociologi per tutte le occasioni in queste ore si è sentito esprimere questo concetto. Non è colpa dei locali che fanno overbooking, delle norme di sicurezza, del fatto che un’arma come lo spray al peperoncino lo trovi pure in edicola. No. È colpa dei testi trasgressivi (che a me francamente imbarazzano per quanto sono fintamente trasgressivi e giovani).

Ci stanno cadendo tutti. Tanto che sarebbe bello cercare di spiegare agli adulti paludati, vorremmo farlo io e una amica, non è detto che non ci si provi, che questa musica è solo l’ennesima evoluzione della musica da contestazione che c’è sempre stata. La trap degli anni ’60 in Italia per dire era che so Come potete giudicar dei Nomadi, che parlava dei capelloni.

Ho sentito parlare di trap la prima volta 3 anni fa. C’erano dei ragazzini che facevano scuola lavoro nella azienda dove lavoro. E siccome amo ancora parlare ai giovani abbiamo parlato di musica e mi hanno raccontato la trap. Con le loro parole, smozzicate, e un concetto: parla con noi.

Parla con noi e non di noi. Sono le parole e il linguaggio non i concetti. Dire che un musicista trap sia quello che racconta è come dire che un regista di film horror sia un serial killer, che un giallista sua un criminale. Ogni generazione ha bisogno di qualcuno che si cali nei suoi panni e parli con il linguaggio che gli si addice. Alla mia generazione parlava Vasco Rossi. Ora mi fa sorridere e non lo ascolto più, da secoli, ma vi ricordo che è andato a Sanremo ad inneggiare alla droga con Bollicine, alla vita pericolosa e oltre ogni limite con Vado al massimo, al vecchio mito del bruciare giovani con Siamo solo noi.

Oggi come allora i tromboni della sociologia da rivista non capivano. Fa parte del processo di crescita essere ribelli. Il 90 per cento delle volte lo si fa solo ascoltando qualche disco inviso ai genitori. Dovreste essere felici che è così. I vostri figli non diventeranno drogati di consumismo e figa solo perché lo canta Sfera. E se lo diventeranno non sarà certo per colpa di Sfera. Ignorare questi processi vuol dire ignorare di essere stati giovani e avere ascoltato Elvis, i Rolling Stone, i Sex Pistols, i Nirvana e avere fatto incazzare i propri genitori.

Parliamo di sicurezza nei locali e di organizzatori squali. Non dei contenuti delle canzoni. Magari eviteremo qualche tragedia.

Emanuele Mandelli

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