Generazione X, Ferragosto in città alle Eolie Padane

Generazione X, Ferragosto in città alle Eolie Padane

Restare a casa a Ferragosto, equivale a buttarsi in una full immersion di antropologia nostrana che varrebbe la pubblicazione di un’eventuale tesi. Solitamente chi ad agosto non va in vacanza lo fa per due motivi: non puó causa lavoro o finanze, oppure adora fare lo snob e dire che con la ressa agostana lui non si mischia neppure a 3.000 metri sul Monte Bianco (che ha una densità di villeggianti direi minore rispetto Gatteo Mare).

Dopo aver lavorato a Ferragosto per tre anni ed essermi concessa la bulimia della riviera romagnola lo scorso anno, questa volta mi sono goduta il Ferragosto a casa per scelta e forse per pazzia.

Sicuramente gli eventi nell’insieme sono stati meno dolorosi del “Secchiello di ferro sfuggito di mano a giovane romagnolo in preda a isteria da gavettoni” finito come una ghigliottina a tranciarmi di netto tre unghie ricostruite. Ecco, se del ferragosto 2012 il primo ricordo è di quel dolore devastante, fisico e morale (perché nessun uomo puó capire quanto male faccia avere la manicure monca e l’estetista a 300 km), di questi giorni di giro di boa estivo mi restano tante piccole immagini dolceamare.

Quelle di una città vuota di giorno, ma che la sera si riempie come il giorno dell’accensione dell’Albero di Natale, di negozi vuoti che ti fanno pensare che la ripresa Letta e Saccomanni ce l’hanno nella testa, o almeno se lì davvero l’avessero potremmo di nuovo sperare. Di centri commerciali tramutati nelle Eolie Padane, dove posso giurare di aver visto una taglia 54 cercare di infilarsi un top a fascia taglia 40, che ha accresciuto la mia autostima più che nove mesi di psicoterapia.

In questi giorni, senza l’alibi di festività o cambi di stagione, ho realizzato che mia figlia è in grado di spendere in una settimana il PIL del Burkina Faso e sto sperando che di colpo si reincarnino in lei le sinapsi della compianta Levi Montalcini o, in seconda chance, che trovi un qualche sceicco che si innamori di lei, che poi, con l’ovale del suo viso, il burka non le starebbe neanche male.

E ho pure scoperto che esiste una legge delle fisica per cui un corpo, che giace su un divano per settimane, cresce in altezza più che un corpo attivo in pratiche sportive. O forse è solo l’illusione ottica dovuta allo choc di vedere di nuovo mio figlio in posizione eretta, dopo un’overdose di divano, IPad e Sky, con come migliore amico il tavolino  Lack dell’Ikea, dove posare la scorta di cibo spazzatura necessaria alla sopravvivenza senza doversi alzare ogni volta per procurarsela.

Mi sono concessa il piacere di avere del tempo da dedicare a mia madre e il ricordo di lei che mi sventola sotto il naso, fiera e festante, la pagina del Corriere dove era riportata la nota della Farnesina che sconsigliava i viaggi nel Mar Rosso, nel trionfo epico di tutti i “iotel’hosempredetto“, non me lo scorderó nemmeno quando il mio corpo bramerà l’idraulico liquido la sera di ogni Santo Stefano prossimo venturo.

E poi, concedetemelo, in un momento triste di questa settimana ferragostana, ho riscoperto che la vera amicizia arriva anche a quarant’anni, trovandosi sedute vicine sugli spalti di un campo di calcio. Perchè la vita è capace di farti regali bellissimi, anche nei giorni discreti di agosto,  nelle città svuotate solo in apparenza.

Barbara Locatelli

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