Generazione X, cronaca di una delirante notte insomme per i temporali tra figli e cani… e Cicchitto arrapato

Generazione X, cronaca di una delirante notte insomme per i temporali tra figli e cani… e Cicchitto arrapato

Era dal lontano ’96 che non mi ricordavo una notte così agitata, ma in quelle buie ore del secolo scorso a tenermi sveglia furono degli ormoni impazziti che avevano incontrato altri simbiotici ormoni impazziti dando vita a una personale festa della taranta.
Poi sono passate notti più o meno insonni a studiare per gli esami, a vegliare un figlio malato, a soffrire d’amore o di dolore (e nella classifica del dolore l’ascesso dentale è incontrastato al primo posto), a pensare a progetti, a pianificare vacanze: insomma notti non proprio di sonni profondi, ma nemmeno così tribolate.

La scorsa notte invece domina la graduatoria delle notti perse, in modo quasi comico, se non fosse che tragiche sono le occhiaie di questa mattina, che sembrano dipinte con il carboncino accompagnate da inquietanti sbadigli a ritmo allegro andante (che poi di allegro non c’è null’altro).

Alle 23:30 inizio a sentire la palpebra pesante, cerco di resistere, questi sono i migliori mesi del millennio per il segno dei Pesci e solo dopo mezzanotte potró leggere l’oroscopo del giorno di Paolo Fox. Invece crollo in un sonno senza sogni di rilievo per risvegliarmi alle 2,24: da quando ho partorito se bevo modello “attaccatemi una flebo” prima di coricarmi, è inevitabile qualche pit stop notturno (quando penso che a voi uomini hanno tolto pure il militare…), ma espletata la necessità mi ributto a letto e cado istantaneamente in similcoma.

Passa un tempo per me indefinito, che in realtà sono trecentosessanta secondi e il peloso senior di casa mugola per comunicare che anche lui, pur non avendo partorito, farebbe volentieri un giretto in giardino. Scendo, gli apro la porta, attendo il suo ritorno, scopro che fuori piove, lo asciugo, risalgo le scale e crollo nuovamente in assopimento profondo. Passano cinque minuti, si scatena il temporale, peloso senior e peloso junior abbaiano come se Ali Babà e i ladroni stessero cercando di rubare la loro cuccia. Mio marito si alza e tra le imprecazioni mi sembra di riconoscere anche qualche espressione in aramaico, i pelosi lo seguono. La pioggia sembra cadere stile apertura delle Cascate del Serio e improvvisamente mi viene il dubbio che uno dei due geni che ho generato in preda ad esagerato ottimismo non abbia chiuso la finestra della stanza. Mi alzo, controllo e sbaglio per difetto: le finestre di entrambi erano spalancate.

Torno a letto. Mio marito torna pure lui seguito dai pelosi. Il temporale non smette, anzi tuoni e scrosci sono sempre più violenti. Peloso senior non ce la fa ad aver fifa dignitosamente e ad ogni tuono ansima, ulula, guaisce e in preda al più completo terrore salta nel letto, seguito per pura gelosia dal peloso junior, decisamente meno impressionabile, ma opportunista più di una iena. Ci vogliono una decina di minuti prima di trovare una posizione a tetris che permetta a tutti di riprovare a riposare e mentre la cerco scopro che mi marito ha avuto certamente in dono dal santo spirito dei carismi, perché impreca in dialetto mesopotamico con la facilità con cui solitamente si esprime in cremasco.

Troviamo una posizione accettabile per tutti e in men che non si dica fuori si scatena l’apocalisse. Grandine contro le ante e sul tetto, raffiche di vento che stridono, il rumore dello stendipanni che si ribalta. Aspetto che cessi la grandine, scendo, raccolgo i panni e li ributto in lavatrice. Torno a letto. I pelosi ci tornano con me, ricerchiamo la posizione ottimale, mentre mio marito sembra cercare di comunicare nel linguaggio animale: grugnisce, ringhia, barrisce, ma sembra riuscire a non risvegliarsi. Mi riaddormento con fatica, dopo aver pensato che mettermi a pulire casa sarebbe stato meno stressante. Morfeo mi riaccoglie tra le sue braccia e …

“Mammaaaaaaaaa”. L’urlo squarcia la notte.

Mi vien da vomitare“. Cercando di scacciare una crisi isterica, dico al fanciullo di venire a coricarsi con me e mando mio marito nel suo letto (questa volta impreca in chiaro italiano fiorentino, manco avesse scicquato i panni in Arno con il suo omonimo). Il figliolo arriva, si lamenta come se l’ebola lo stesse devastando. Gli rifilo un Maalox senza pormi il problema della sua efficacia, lui mi racconta a sillabe di quanto si sente male e delle speranze che ripone in una guarigione istantanea.

Prendo un Maalox pure io: da buona ipocondriaca mi ha contagiata all’istante. Discutiamo su quale sia la posizione migliore da assumere per far passare la nausea, sul campionato di calcio, sulla mia pelle che di colpo sento diventata grassa nella zona T del volto, su un paio di questioni esistenziali e sul possibile nome di eventuali suoi figli.

Finalmente si riaddormenta. Sono le 5 e 7 minuti. Provo a dormire pure io, ma ormai Morfeo sembra essersi offeso da questo continuo tira e molla. Penso alle occhiaie che avró domattina, alla gastrite che di colpo mi si è acutizzata, al  fatto che tra qualche ora la città si ripopolerà di individui che speravo prendessero la residenza a Filicudi… L’ultima ora che vedo lampeggiare sulla sveglia segna le 5:47. Poi scivolo in un sonno profondo, talmente profondo che risveglia il lato oscuro del mio inconscio. Sogno di me e Cicchitto in una baita a Bratto, che ci accoppiamo in tutti i modi che la Tommasi ha imparato negli ultimi cinque anni di vita. E sul più bello lui mi guarda e mi chiama “Pitonessa”.

La sveglia che sembra suonare da un pianeta di un’altra galassia, mi riporta alla realtà. Sono stanca, scossa e frastornata. Della notte trovo traccia nello specchio: della pelle grassa e delle occhiaie. Cerco qualche traccia di Cicchitto, sollevata mi convinco che era tutto finto. Mi vesto. A mezzogiorno moriró di caldo, ma adesso sembra novembre. Esco, ripetendomi che ce la posso fare ad arrivare a sera. Apro la macchina e scopro che i geni in famiglia sono tre: ieri sera non ho chiuso il finestrino.

Non me la prendo, alla fine nessuna giornata puó essere così pesante, come la notte appena trascorsa, ma non ho ancora letto l’oroscopo di Paolo Fox.

Barbara Locatelli

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