Le vicende di Crespi d’Adda, borgo crepuscolare della bassa bergamasca, – un gioiello di archeologia industriale inserito nel Patrimonio Unesco- sono di pubblico dominio. Consentiteci però una breve cronistoria:

Cristoforo Benigno Crespi, imprenditore tessile di Busto Arsizio, nato il 18/10/1833, nel 1878 acquista 85 ettari di terreno dai comuni di Capriate San Gervasio e Canonica d’Adda, allo scopo di costruirvi un villaggio industriale per così dire “privato”, altri, più liberal, direbbero per seguire le sue inclinazioni da industriale illuminato.

L’incarico di costruire il paese viene affidato all’architetto Ernesto Pirovano ed all’ingegner Pietro Brunati.

Occorrono diversi anni per ultimare le pubbliche costruzioni, ma si può affermare che nel 1920, proprio alla morte del potente magnate, tutto era finalmente pronto. A subentrargli c’è il figlio Silvio Benigno Crespi, nato a Milano il 24/09/1868, che dopo aver superato brillantemente gli studi ed aver girato l’Europa per carpire “know-how”  soprattutto agli anglosassoni, decide, a partire dal 1889, di prestare la sua opera nell’azienda di famiglia. Attenzione, è lui il vero personaggio sul quale deve concentrarsi la nostra attenzione, sempre con discrezione ed ossequio, dato che l’autorevolezza di questa persona (morta nel 1944) e dei suoi discendenti è ancora notevole.

Tenete conto, e cito solo alcuni degli innumerevoli titoli, che è stato Presidente della Banca Commerciale Italiana, Presidente della Breda, Presidente dell’A.C.I., e Senatore del Regno d’Italia, nonché Presidente di svariate società idroelettriche ed inventore di altrettanti brevetti depositati, tra cui il Thomas Prevost per la mercerizzazione dei tessuti. Uno che conta, insomma.

Dicevamo dunque, che suo padre ha acceso la scintilla, ma lui ha sicuramente surclassato il maestro. Ecco cosa troviamo a Crespi d’Adda nel 1920: una scuola, una chiesa, un cimitero, un ospedale, un campo sportivo, un teatro, una stazione dei pompieri, un castello (o, meglio, una casa padronale dalle forme neogotiche), un corpo musicale, un lavatoio, uno spaccio cooperativo, i bagni pubblici forniti di piscina ed acqua calda e persino una scuola di economia domestica per casalinghe. Vi chiederete a questo punto: qual è la stranezza di tutti questi elementi, dove sta il mistero? semplice: era tutto rigorosamente privato ed i servizi assolutamente gratuiti o quasi. E non ho ancora citato l’illuminazione pubblica nelle strade, con sistema Edison e la prima linea telefonica in collegamento con Milano. Insomma ci troviamo di fronte ad un sogno,un utopia diventata realtà, ma quando si entra nel borgo, magari al tramonto, si ha l’impressione che tutto sia straordinariamente ordinato e vigilato: dall’opificio tessile in mattoni rossi, alla ciminiera che incombe su tutto, come un maestoso vulcano; dalle deliziose villette degli operai, provviste di orto e giardino, alle case sopraelevate del medico e del prete, custodi della salute fisica e dello spirito degli operai; dal castello al cimitero, fornito di mausoleo di famiglia Crespi, a forma di piramide atzeca.

Sembrerebbe davvero un villaggio utopico, ma c’è un rovescio, o meglio, un lato oscuro della medaglia: vedete, il padre-padrone pretendeva che i suoi dipendenti non uscissero mai da quel piccolo paradiso, lì essi trovavano tutto ciò che serviva: dai bisogni primari a quelli più effimeri, lontano da occhi indiscreti. E tutto ciò, non dimentichiamolo, in un’epoca nella quale la salute non era garantita ed il tasso di analfabetismo era spaventoso.

Peccato che la scuola locale fosse di fatto una professionale, destinata a sfornare operai specializzati per il cotonificio, che le libere opinioni fossero proibite e la libertà limitata. Certo, la famiglia Crespi ha sempre sostenuto che non obbligava nessuno a rimanere, ma la povera gente che altro avrebbe potuto fare? Citiamo solo una consuetudine, assai discutibile: la famiglia padronale introdusse il gioco del tennis per allietare il proprio tempo libero.

Gli operai dovevano assistere ai match, applaudendo ed infervorandosi, senza capire minimamente le regole del gioco

Accanto al lavatoio sorgeva la piscina coperta del paese, dove tutti, una volta alla settimana, dovevano farsi un bagno di pulizia; i ragazzi, specialmente, avevano un tesserino di presenza alla piscina debitamente ‘timbrato’ da mostrare alla maestra!

Ora che vi siete fatti un quadro della situazione, cominciamo però ad intravvedere, gli elementi più oscuri di questo borgo/feudo. Il castello, ad esempio, che è tuttora assolutamente inviolabile e maestoso, ricorda molto una fortezza medievale: ha forma quadrangolare su tre piani, tutti dotati di finestre monofore e bifore con numerosi simboli scolpiti nelle strombature, uniti a stemmi e colonnine. Nella parte orientale è presente una massiccia torre merlata di pianta quadrata, suddivisa in diversi livelli.

Passiamo alla chiesa, copia identica, ma più piccola, del Santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio, detta anche Santuario della Beata Vergine dell’Aiuto. La copia viene aperta al culto nel 1893, mentre l’originale di Busto Arsizio, viene costruita in fretta, tra il 1515 ed il 1522. Certo, un castello può essere fatto costruire per vezzo e vanità, ma perché costruire una copia assolutamente identica di una chiesa? Ho individuato due principali ragioni, la prima dipende dall’origine della famiglia Crespi: Busto Arsizio, e quella chiesa, come suggerisce il nome, è stata eretta per ringraziare una Madonna protettrice e che evidentemente viene eletta come santa benefattrice dalla famiglia Crespi. La seconda ragione è da imputare alle decorazioni pittoriche della cupola, realizzate nel 1531 da Giovanni Pietro Crespi e figlio Raffaele Crespi. La chiesa, è stata eretta dall’architetto Ambrogio da Lonate, nel 1517, ma il progetto è stato fortemente influenzato dal famoso stile di Donato Bramante, poi è stato rimaneggiato e completata negli anni successivi. Quello che colpisce principalmente di questo bell’edificio è la cupola ottagonale su base quadrata ed i capitelli delle colonne in marmo rosa, che somigliano a satiri o a bafometti di reminiscenza templare.

E’ interamente affrescata con motivi geometrici e croci blu, con stelle dorate applicate, un gran ripetersi del numero magico 8, il numero simbolo dell’infinito, oltre ad una miriade di raffigurazioni con putti, fanciullini e bambini in genere, che sorprende e potrebbe avere a che fare con i tristi accadimenti che hanno colpito la comunità soprattutto negli anni ’20 e ’30, sui quali ritorneremo dopo…

Passiamo ora al pezzo forte: il cimitero. E’ stato costruito dal famoso architetto Gaetano Moretti, probabilmente un massone, celebre anche per la realizzazione della vicina centrale idroelettrica liberty, di Trezzo d’Adda (da brividi, se vista di notte…).

E’ una struttura a livelli sovrapposti, con due ali laterali che racchiudono in una sorta di abbraccio mortale tutto lo spazio antistante; in esso vi sono sepolti i Crespi e tutti le famiglie dei loro dipendenti. La sensazione di oppressione e tristezza, quando si entra nel camposanto, è inconfutabile, dato che si è accolti quasi subito da una miriade di piccole lapidi, tutte uguali: tombe di infanti e bambini, morti ufficialmente per febbre spagnola nel 1919 e per gastroenterite dal 1928 al 1932.  Nutrite sono le testimonianze di apparizioni spettrali e avvistamenti ufologici e non dimentichiamo che le famigerate Bestie di Satana e altre congreghe sataniste hanno operato anche in questi luoghi…

Proseguendo il macabro tour, arriviamo al mausoleo della famiglia Crespi, che ricorda una vera e propria piramide atzeca o comunque precolombiana, a gradoni (che può darsi nelle loro intenzioni fosse semplicemente una tomba sontuosa, ma che certo ha caratteristiche insolite ed enigmatiche…) con tre cubi, conformati a croce, che decorano l’ultimo livello e tre statue che rappresentano le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Alla base della piramide, vi è una scritta latina, proprio sul portone in bronzo di una cappella: MORS ET VITA DUELLO CONFLIXERE MIRANDO: MORS MORTUA EST. Volevano addirittura battere la Morte? Le proprie opere erano troppo importanti per essere ostacolate anche se dalla Morte? Proseguendo lungo la direttrice principale, a destra si cominciano a delineare gli edifici della fabbrica. Questa appare più una cattedrale dell’industria che un opificio. Ha degli elementi simbolici ricorrenti, aperture ad arco a sesto acuto, oculi, forse un tempo dipinti, insomma un aspetto gradevole, che purtroppo anticipa, inequivocabilmente, alcune famigerate strutture dei campi di lavoro del periodo nazista.

Ora passiamo alle supposizioni, che tali devono essere considerate, quando si parla di persone così importanti…

Ci sono molti indizi che ci fanno capire le attività massoniche di Crespi, simboli facilmente riconoscibili nell’architettura, e che sono vere e proprie ossessioni per gli adepti, come la piramide, il numero 8 nella base della cupola della chiesa e dei rosoni a stella ottagonali, sparsi per il villaggio, nonché il soprannome della famiglia Crespi: tengit, ovvero i tintori. Come sapete, nell’antichità le prime organizzazioni di massoni, o di gilde, nacquero tra gli artigiani, ed in particolar modo tra i tintori ed i muratori, entrambe le categorie, conservavano un segreto professionale che li rendeva insostituibili; i muratori conservavano il segreto della chiave di volta ed i tintori il segreto della realizzazione di particolari colori sui tessuti.

Tutto ciò, a onor del vero, incuriosisce; così come la concentrazione di simbologie esoteriche in questo luogo, o la piccola tomba che ricorda un fanciullo volato in cielo troppo presto, che era nato…il 31 aprile (!), o il singolare fatto che tutte le finestre delle case operaie rivolte verso il lato del cimitero siano state murate e che l’ingresso alle tombe sotterranee sia a tutt’oggi sbarrato…

ciò che invece inquieta e tormenta davvero è una spaventosa riflessione: ma come è possibile una ecatombe simile di bambini e fanciulli, stroncati da presunte epidemie, quando il villaggio era sostanzialmente isolato e perciò inattaccabile dai contagi?

Facciamo qualche scomoda supposizione…

Il medico del villaggio era dunque un professionista così sprovveduto e poco accorto, da non riuscire a porre in essere le normali consuetudini sanitarie atte ad evitare il diffondersi di epidemie?

Oppure, segretamente, il contagio veniva introdotto apposta da agenti o elementi esterni in modo che le epidemie fossero provocate per cinico interesse a tutto vantaggio della concorrenza industriale e politica dell’epoca?

O non sarà che, addirittura, qualcuno di così potente all’interno della collettività coltivasse perversioni o insane e terribili pratiche occultistiche che richiedevano, come nelle comunità neopagane più estreme, rituali sacrificali periodici o altre spaventose forme di sacrificio estremo?

Ufficialmente, la popolazione locale è sempre stata in buoni rapporti con la famiglia Crespi, nonostante i padroni non abitino più in questo magnifico esempio di archeologia industriale da più di 70 anni. Nel 1930 i Crespi abbandonarono tutto. Problemi economici dovuti alle contingenze politiche e finanziarie generali, compromisero anche il benessere locale goduto fino a quel momento. La società stava cambiando e Silvio Crespi si era molto indebitato e fu costretto a cedere le proprietà alla Banca Commerciale.

Viene comunque da chiedersi se, in questa singolare esperienza di comunità industriale ante litteram, abbia prevalso la concezione illuminata di un’utopia del capitalismo o non sia stato piuttosto il mero calcolo finanziario a  prevalere… come quasi sempre accade.

 

Foto © G. Saccomano

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