Il tennico del Crema 1908, il tabù del Cavenago

Il tennico del Crema 1908, il tabù del Cavenago

Tabù, addirittura parola di origine polinesiana importata dagli inglesi, che quando si tratta di football loro ci sono sempre di mezzo a rompere le palle. Fini osservatori e lavorando sulla questione, i nostri linguisti ci hanno fornito un dato essenziale: si tratta di un sostantivo maschile indeclinabile.

“E a me che cazzo me ne frega!?”, si chiese Calvo Pépàsh. Poi le varianti sinonimali di rito: interdizione, divieto sacrale, cosa proibita, intangibile, intoccabile, sacra.

“Ma vai a dar via il culo!”

Di fatto, però, per il Crema 1908, lo scontro con il Cavenago si era rivelato ancora una volta qualcosa di più di un cosiddetto “nodo psichico”: ridotti in nove, gli avversari lodigiani avevano comunque imposto un meritato pareggio ai nerobianchi: “Roba da triturarsi i marroni”, mormorò tra sé e sé davanti a un “vov” alla pesca, bevanda indicativa di un profondo travaglio interiore: “Una squadra de sifolôt de mênta.

Una lunga e tormentata riflessione che si protrasse all’incirca fin verso le 20 e 30 quando, giusto per accompagnare con qualcosa di solido il long drink, ordinò al taverniere una frittata con le cipolle. Nel frattempo la decisione stava maturando, tanto che chiese l’opinione ai quattro dello scopone scientifico: “Mi sembra che i ragazzi siano un poco egocentrici, forse si sentono trascurati dal pubblico. Non sono ancora coesi. Ecco, allora e cioè, noi creiamo un’associazione di tifosi selezionati e organizzati a sostegno della squadra, qualcosa tipo la ‘fossa dei leoni’.”

CagacazzoOne, classe 1922, strofinandosi i marroni, ebbe subito da ridire: “In quanto alla fossa, lascerei perdere perché non mi pare di buon auspicio.” “E in quanto ai leoni”, gli fece eco CagacazzoTwo, classe 1924, “io avrei bisogno dell’aerosol per il ruggito e del cukident per le zanne.”

Obiezioni facilmente superate, “perché quel che conta è la spirito”, tanto che seduta stante si misero a pensare allo Statuto. L’oste, che non aveva perso una battuta del confabulo, si sentì coinvolto e quale contributo alla riflessione aggiunse di suo lenticchie in scatola e un cotechino riscaldato, oltre che a carta e penna biro. Suggerì anche il nome del nascente club: “Calvo Pépàsh e i suoi scorbutici”.

Approvato. Apparve un bottiglione di vino.

“Compito del circolo degli scorbutici è quello di stimolare la squadra e gli organi dirigenti della società a dare sempre il meglio, in qualsiasi circostanza. Gli associati si riservano il diritto di critica che, in particolari ed eventualmente contrarie contingenze, si potrebbe manifestare anche attraverso l’utilizzo di convincenti strumenti di pressione, non escluso, in casi del tutto eccezionali, il ricorso all’Ak47. Però solo a uso interno.

Ps. Astenersi aringhe anseatiche.”

Ma che cazzo vuol dire aringhe anseatiche?

“Non lo so, ma il club pone dei paletti precisi, altrimenti non si sa più dove potremmo andare a finire. Te capìt?!”

“Ecco, vedi, te la tessera da scorbutico te la devi sudare.”

L’accordo con la società fu presto fatto, anche se solo sulla parola. Gli scorbutici non avrebbero ottenuto nessun sostegno di carattere economico, meno che mai per le trasferte: il costo per il rifornimento di pannoloni sarebbe risultato esorbitante. Per le partite interne, invece, assicurata la presenza di Croce rossa e/o assistente sociale, oppure ingresso gratuito ai nipotini.

Beppe Cerutti

 

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