La Città Giocattolo si è rotta perchè sono i suoi abitanti ad essere difettosi

La Città Giocattolo si è rotta perchè sono i suoi abitanti ad essere difettosi

Si può discutere di crisi filosoficamente, per caso, in un pomeriggio di sole ad inizio primavera su una panchina tra la fontana di piazzale Rimembranze e il traffico della Città Giocattolo? Lo vedo da lontano l’artista cremasco Angelo Noce. Mi saluta, mi fa un cenno con la mano e si siede su una panchina. Come se sapesse che anche io mi siederò e per un ora, a braccio, senza direzione ma con l’impressione che ci fossimo dati appuntamento li, discuteremo e dialogheremo sulla condizione del tessuto sociale della Città Giocattolo. E’ turbato, ha una cosa precisa da dirmi, anche se tra divagazioni sui luoghi e non luoghi della città sul centro e sulla periferia, ci vorrà un po’ per arrivarci.

Conosci Francesco?”, mi chiede, “Francesco chi?”, domando io, “alza lo sguardo sopra le mie spalle”, mi dice, “dovresti vederlo seduto sul bordo della fontana”.

Si li immobile c’è Francesco. Barba bianca lunga e incolta, di nero vestito. Lo avete visto tutti in città camminare lento senza meta. Chiede a quasi tutti quelli di cui incrocia lo sguardo una sigaretta. Io lo incrocio ogni mattina alle 7 quando esco per recarmi al lavoro. E nonostante ogni mattina alla sua domanda se ho da fumare risponda cortesemente che non fumo il mattino dopo ha azzerato l’informazione e me lo chiede di nuovo.

Francesco mi salutava”, prosegue Angelo, “poi un bel giorno ha smesso di farlo. Mi sono chiesto perché e prima di incrociarti l’ho avvicinato sul bordo della fontana e l’ho salutato. Ha alzato lo sguardo mi ha guardato un secondo e poi senza nessuna reazione si è allontanato qualche metro e non ho potuto che accettare il suo messaggio e andarmene. Ha scelto deliberatamente la solitudine”.

Quello di Francesco verso Angelo è stato in se un gesto plateale. Ma oggi in questa città che ha un tessuto sociale e culturale che si sta disfacendo in quanti scelgono la solitudine dolorosa di chi è reietto come condizione finale e definitiva di vita? Li vedi passando per i giardini pubblici di porta Serio. Magari seduti ai due capi della stessa panchina che non si guardano, non guardano nessuno se non un punto distante nel nulla che solo loro sanno dove si trova. Ed è impossibile avvicinarli.

Nel proseguo del dibattito sulla crisi della Città Giocattolo Antonio Grassi dal suo blog sulla colonne de La Provincia mette in campo e tocca due argomenti che sembrerebbero distantissimi tra loro. Il rischio oramai concreto del declassamento del nostro ospedale ad altro e il taglio dei fondi paventato per il teatro San Domenico che ridurrebbero un teatro che alla soglia dei 15 anni di vita poteva fare il vero salto di qualità a poco più di una sala parrocchiale per commedie dialettali.

Sembrerebbero due cose antitetiche. Un servizio indispensabile alla comunità e una istituzione cultuale. Eppure sono due volti della stessa faccia. Di quel tessuto sociale che negli anni passati teneva incollate le diverse anime della città, altrimenti come potremmo essere amici io e Angelo Noce? Io 43 anni concreto e senza nessuna formazione culturale ultimo figlio della Crema operaia e lui 71 anni una delle espressioni artistiche più vivaci di Crema, schivo ma non scontroso, sulla scena dal 1970 anno prima della mia venuta al mondo. Semplice. Solo perché siamo stati legati da un tessuto fondamentale e culturale, il tessuto connettivo che ha fatto di Crema la Città Giocattolo.

Un giocattolo che forse si è rotto, conclude Antonio Grassi nel suo pezzo. Una rottura che ancora non è del tutto evidente ai più. La percepiamo adesso. Con i Francesco seduti da soli alle fontane, con quelli che frugano nel cestino dell’immondizia, con gli anziani cremaschi che hanno lavorato una vita e sono costretti ad elemosinare spiccioli in piazza Giovanni XXIII. Piccole cose che scorgiamo e poi rimuoviamo per paura di essere noi domani i Francesco della situazione.

Io e Angelo Noce nel nostro dialogo siamo partiti da punti diversi ma siamo arrivati a conclusioni simili. “non posso condannarmi oggi pensando a quello che ho fatto o non ho fatto in determinati momenti per la mia città”, mi dice Angelo, “quando l’ho fatto era giusto che lo facessi e qualunque cosa noi abbiamo fatto ha causato delle reazioni”. Si ha ragione. Era una risposta alla mia domanda, semplice e concreta: io oggi non so più se posso fare qualcosa o sono ing rado di fare qualcosa per questa città. Che forza posso avere io? Una risposta che apre mille interrogativi. E’ giusto che oggi uno alla volta stiamo mettendo sul tavolo della discussione i problemi che davvero Crema ha? E poi, sono problemi che ha da adesso o siamo solo un gruppo di spocchiosi giornalisti (chi più chi meno) che si è messo intesta di discutere e provocare una discussione?

All’inizio di questo lungo esperimento che ha toccato diverse testate, che ha impegnato diverse penne, ero scettico sulla necessità di mettersi un’altra volta ad aprire il dibattito. Ma il fatto adesso è che è indubbio: il giocattolo mostra delle crepe, potrebbe rompersi, è forse rotto.

Mi sono sorpreso a fare dei pensieri difficili anche da confessare. Io progressista, io di sinistra, io da sempre fiducioso nelle persone. Camminando lungo le sponde del serio poco prima di incontrare Angelo Noce avevo incrociato in un luogo poco battuto dei ragazzi. E avevo pensato e se adesso questi mi fottono il cellulare? Che pensiero borghese e un po ansioso. Una volta mi sarei formato a parlare. Stavolta ho tirato dritto facendo la faccia più truce che potevo. Sfiorati per un attimo. Dimenticati

 

Come quel monologo di Gaber dal titolo La Paura che inizia così:

E camminando di notte, nel centro di Milano, semideserto e buio e vedendomi venire incontro, l’incauto avventore, ebbi un piccolo sobbalzo nella regione epigastricoduodenale che a buon diritto chiamai, paura o vigliaccheria emotiva. Sono i momenti in cui amo la polizia. E lei lo sa, e si fa desiderare. Si sente solo il rumore dei miei passi, avrei dovuto mettere le Clark.

Scritto nel 1977, non ieri, finisce così:

Eccolo, è a cinque metri, è finita, quattro tre due un… Ahhhh, niente, era soltanto, un uomo. Un uomo che senza il minimo sospetto, mi ha sorriso, come fossimo due persone. E’ strano, ho avuto paura di un’ombra nella notte, ho pensato di tutto, l’unica cosa che non ho pensato… è che poteva essere semplicemente, una persona. La luna, continua a essere immobile e bianca, come ai tempi in cui, c’era ancora l’uomo.

Ecco forse dovremmo sorridere a quelli che incrociamo e tornare ai tempi in cui la Città Giocattolo era abitata da uomini e donne. Che bei tempi che erano.

em

 

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