La memoria della ringhiera (tutti i ricordi della Milano che fu e non è più)

La memoria della ringhiera (tutti i ricordi della Milano che fu e non è più)

Sono nato che la guerra era appena incominciata. Quell’altra, la prima che ci hanno detto che è stata la “grande guerra”, perché poi n’è arrivata un’altra, che ci hanno detto che era la seconda, sempre mondiale ma più grande ancora, e mi è toccato di farla tutta, che ghe vegnìs la rôgna. Quando son tornato non me lo ricordo più. Però ricordo che mia madre era così contenta che a furia di piangere s’è anche ammalata di contentezza.

Sono nato in una casa di ringhiera fàda ṡü on poo de prêṡa sul tardi dell’Ottocento, roba moderna, cont el cèss a la tûrca metüü de fiânch a la trômba di ṡcâl, buono per tutta la ringhiera a qualsiasi ora del giorno e della notte. A ogni piano la sua bella latrina e guai a chi faceva il furbo. Posso ancora ricordare chi andava e chi veniva: dall’ultima pipì prima di coricarsi ai vomiti del sabato sera, se si preferisce della domenica albeggiante, a seconda dell’età; dalle diarree ai pitali ricoperti da un pudico panno e rovesciati lì dentro in orari discreti. Ecco, il progresso a noi poveri aveva regalato la discrezione, perché tutte quelle cose lì “prima” le facevamo lungo il fosso che costeggiava la strada in terra battuta. Questo spiega perché era sempre deserta durante il giorno, ché noi per andare dentro i bastioni facevamo il giro largo, così magari si sentiva di meno che puzzavamo di merda e di cavoli.

Ogni abitazione contava di due stanze; quella davanti (sulla ringhiera) aveva l’acquaio di granito con tanto di rubinetto e acqua corrente: li si cucinava, si mangiava, ci si lavava (insomma…) e soprattutto si commentavano le cose che aveva detto la radio. Ecco, la radio. In genere, lì in periferia, era una per tutta la via, però noi ne avevamo due: quella del parroco e quella del vinaio. Le cose che diceva la radio erano sempre le stesse per tutti, ma i commenti un pochino variavano, perché il prete forse non aveva capito dove saremmo andati a finire. Il vinaio invece lo aveva capito. Mi ricordo che il sacerdote diceva spesso “Lui ha detto”, mentre dall’altra parte si andava per le spicce: Quéll l’è on bàlòss! I grandi chiacchieravano e noi giocavamo sul pavimento, sotto il tavolo e quando andava bene anche dentro il lavandino. Le stanze erano grandi, almeno così ci sembrava, perché noi eravamo piccoli e poco c’importava che fossimo in tanti quando s’andava a dormire tutti nello stesso locale: ci dicevano la camera da letto perché la mamma e il papà stavano nel lettone che sembrava una tomba di famiglia tanto era grande, ma per il resto sembrava più un accampamento: giacigli raffazzonati alla meglio con foglie essiccate di melgôn, polverosi e scomodi da non dire ma non sudici, almeno per un paio d’estati, poi però qualche bestiolina strana ci tettava dentro mica da ridere e allora bisognava disinfettare oppure, se c’erano i soldi, cambiare tutto .

Quelle case, però, non avevano il camino, perché i progettisti illuminati avevano deciso che il proletariato poteva permettersi il lusso di una stufa. Le veglie notturne, dunque, avevano perso molto del loro fascino ottocentesco, ma non di meno erano scomparse. Semplicemente si spostava il tavolo versa la “moderna” fonte di calore e, soprattutto d’inverno, si pelavano quei quattro mandarini per sentire il profumo della buccia gettata sulla piastra bollente. Un lusso! Quando era il momento, loro, i grandi, c’ingiungevano d’andare a dormire e allora c’era poco da fare: o così o così e punto. Ma col fischio che dormivamo, almeno non subito, perché loro, i grandi, smettevano le chiacchiere giulive per raccontarsi le cose serie. Ed era il lavoro, i soldi che non bastavano mai, le tragedie di chi non aveva resistito alla miseria e aveva combinato cose da peccato mortale. Quand’era così, in genere mi addormentavo dopo pochi minuti. Ma quando gli uomini narravano della guerra, e le donne dicevano la loro con altrettanta partecipazione, allora mi pizzicavo il culo fino a farmi male per restare sveglio. Si piangevano quei morti che da vivi altro non erano stati che vivi ed esuberanti, come tutti, ma che ora meritavano qualcosa di più: il ricordo trasfigurato. La sgroppata improvvisa del mulo in una lontana sera d’estate piena di zanzare e tafani, con il conseguente capitombolo del maldestro “cavaliere”, assumeva un altro significato, il segno del destino. Ricorrevano i luoghi delle battaglie: Isonzo, Ortigara, le mine di Laganzuol, Caporetto, il Piave e anche la “Spagnola”, che non era una donna ma un’epidemia che ha fatto più morti di cento battaglie. A ognuno di quei nomi si aggiungeva l’elenco delle persone, per me sconosciute, che non sono più ritornate. Ascolta oggi e ascolta domani, alla fine mi era sembrato che quella gente fosse uscita dalla nostra casa solo il giorno prima e che io non avevo incontrato perché ero a scuola oppure fuori a giocare; più semplicemente perché ero crollato dal sonno.

Allora non potevo saperlo, ma credo di aver cominciato a voler bene a quella mia gente scorbutica e sudata proprio in quegli anni, quelli che trapassano dall’infanzia alla prima adolescenza ma non ancora alla pubertà, benché fosse dietro l’uscio.

Me ne accorsi quando i rimbrotti di mia madre diventarono più pressanti e dettagliati: non metterti le dita nel naso e lavati le orecchie, anche dietro. E lavati anche sotto. Non né vedevo la necessità, visto che da quelle parti ero protetto da mutande e calzoni, quindi al riparo dai cosiddetti agenti esterni, come la polvere: Va là âla svêlt e làves, pîsa in lètt, aggiungeva il babbo. Ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

Beppe Cerutti

 

 

La foto è stata presa dalla pagina facebook Milano sparita e da ricordare
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