L’assalto a Charlie Hebdo ci costringe a riflettere sui percorsi di integrazione, anche nella Città Giocattolo

L’assalto a Charlie Hebdo ci costringe a riflettere sui percorsi di integrazione, anche nella Città Giocattolo

Il lunedì mattina era meno pesante quando uscivo di casa e per prima cosa facevo una sosta all’edicola, quella a negozio di Stefania, nel borgo, dove una volta c’era una latteria e adesso non so più, e assieme al quotidiano preferito prendevo anche Cuore. Il sottotitolo della pubblicazione era: settimanale di resistenza umana. Erano altri tempi. A cavallo tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90.

Anche grazie alle pungenti vignette del settimanale edito su carta verde ho imparato a capire la politica e l’attualità del nostro paese e a formarmi una coscienza politica. Il direttore storico è stato Michele Serra, uno dei tanti che ieri ha parlato a radio e televisioni a seguito dei fatti di Parigi, l’assalto armato alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, 12 morti tra cui il direttore e i 4 vignettisti di punta.

Serra ha detto: “qui non è in gioco la satira ma la liberta”, Ellekappa su La Repubblica oggi in una delle sue vignette ha aggiunto, “quindi la satira”. Lo sberleffo al potere credo che sia nato con il potere. Lo sberleffo alla religione e al fondamentalismo credo altrettanto deve essere nato col fondamentalismo. Eppure lo sberleffo della risata sguaiata fa più paura della lenzuolata di opinione, quella che alla fine farò io in questo pezzo.

Ieri nella Città Giocattolo, come prevedibile, sono partite le “rivendicazioni locali” al fatto che ha scosso tutto il mondo. Ci arriveremo. Una delle cose che ha detto Serra nel suo intervento ieri riportava alla mente come la sinistra italiana (quella vera degli anni ’70) sconfisse il terrorismo rosso. Si passò dalla definizione “compagni che sbagliano” alla più dura e ferma condanna. Il resto è storia.

La tesi, sostenuta anche da altre voci, è: scenda in campo l’Islam moderato e condanni finalmente definitivamente queste atroci barbarie. In serata da Teheran arrivava ad esempio una ferma condanna dell’attentato. Ma basta? L’islamfobia che sta dilagando in Europa ha bisogno di più di una condanna di facciata che arriva da lontano.

Ovviamente nella Città Giocattolo, come in tutte le altre realtà dove infiamma il dibattito su questioni di integrazione locale, i fatti di Parigi sono stati presi come trampolino di lancio per rivendicazioni pratiche legate a cose appunto locali. A Crema, come a Milano, i fronti che dicono No Moschea si sono fatti subito sentire. Il primo ad intervenire nel dibattito ieri è stato il segretario della Lega Nord Andrea Bombelli. A stretto giro di posta alla sue dichiarazioni seguono quella della sinistra cremasca e Gabriele Piazzoni e Matteo Piloni etichettano come pericolose le dichiarazioni di Bombelli.

Così mentre in tutto il mondo ci si unisce sotto lo slogan Je suix Charlie, anche io sono Charlie, nella Città Giocattolo si entra nella solita sterile polemica. Ma i commentatori politici commettono un errore di base, soprattutto le truppe cammellate della sinistra buonista che insieme alla condanna dei fatti condannano pure il povero Bombelli colpevole di avere espresso la preoccupazione di tanti.

Perché siamo onesti con noi stessi. Chi ieri vedendo le terribili immagini del poliziotto, di origini arabe si è saputo poi, che alza le mani a chiedere umana pietà e viene finito con una raffica di Ak47 non si è domandato “ma che diavolo sta succedendo?”. E’ difficile, se non impossibile, mantenere un equilibrio politicamente corretto di fronte a questo fatto. Eppure bisogna considerare che questa condizione, una vera discrasia, una cattiva mescolanza tra il sangue di questa terra che è formato da tanti popoli, sia una malattia che questi attentatori si augurano.

Ma non si può vivere senza tutti gli elementi che formano il nostro organismo. Non possiamo operare delle scelte e fare delle amputazioni. Si possono però monitorare strettamente gli elementi che ci provocano malessere e dolore. Fare finta di nulla o usare rimedi omeopatici non serve di certo.

Uscendo da questo esempio medico-filosofico, non si può fare finta che non sia successo nulla. C’è un problema di base pesante che viene a galla proprio nella modalità dei fatti di ieri. Il giornale satirico francese che anche il Financial Times in un fondo, questo si demenziale, poi rivisto e corretto, aveva definito stupido per modalità di espressione, fino a ieri dava fastidio anche alla sinistra buonista.

Quando rilanciò le caricature di Maometto nel 2006, si quelle delle magliette di Calderoli, anche in Italia i buonisti dissero: “incoscienti”. C’era un fondo di ipocrisia buonista a distinguere tra satira sana e satira volgare (in piccolo quello che succede che so quando si bolla come volgare la satira destrorsa del Bagaglino), c’è un fondo di ipocrisia oggi nel dire che l’integrazione deve proseguire sulla sua strada come se niente fosse.

Bisogna porsi delle domande anche scomode che nessuno da una parte o dall’altra, così impegnati a difendere le proprie idee politiche, si è mai posto. Per ora per l’Islam i terroristi dell’Is sono ancora “compagni che sbagliano”. Per ora per la pancia degli Islamfobici tutti gli Arabi fanno paura e non c’è distinzione tra il poliziotto arabo morto per la libertà francese che chiede pietà e il suo macellaio.

La strada per aprire un dibattito serio e che porti a dei frutti è lunga. Manco per ora è stata intrapresa. Iniziare a percorrerla dall’altro lato, dando per assodato che concedere i diritti che tutti gli esseri umani devono avere, quelli sanciti dalle costituzioni repubblicane e dal buon senso, sia la soluzione a tutti i problemi e l’avvio di un processo di integrazione serio è una soluzione sbagliata e che provoca solo grandi danni e amplifica le paure.

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