Le Petite noir, nel nome del buon nome

Le Petite noir, nel nome del buon nome

La Polizia ha posto in stato di fermo un sessantenne residente in città. Si tratterebbe di un personaggio molto noto. Dalle prime indiscrezione sembrerebbe che l’uomo sia implicato nell’omicidio di Oriundo Quellolì, ucciso con un non meglio precisato corpo contundente nella notte del 13 gennaio di alcuni anni fa. Le cronache dell’epoca lo dipinsero come una specie di “Bel ami”, uomo di pochi scrupoli dedito alla scalata sociale. Grande fu lo scandalo per il numero della donne sedotte.

Nel pomeriggio di ieri la Procura della Repubblica ha comunicato di avere convalidato l’arresto di Manente Barbatonin, titolare dell’omonima azienda di penne stilografiche note in tutto il mondo per la loro robustezza, nonché esponente di primo piano nella difesa della moralità pubblica.

Si tratta di una storia complessa, che gli inquirenti stanno mettendo a punto nei minimi dettagli ma che hanno esposto alla stampa nel quadro generale finora confermato. La tragica storia ebbe inizio quando il nobile Ascanio Sforzati, nostro illustre concittadino, chiese in moglie la signorina Aurelia Barbatonin, ponendone quale condizione contrattuale l’illibatezza. Successe che, prima di coricarsi sul talamo nuziale, la giovine confessò di avere ceduto alle pressanti attenzioni di Quellolì. In altre parole, venne rispedita alla casa paterna. Colto di sorpresa, ma non per questo distratto dai propri doveri di tutela dell’onore famigliare, Manente Barbatonin ingaggiò un sicario al quale fornì, lì per lì, l’arma del delitto: il prototipo della nuova stilografica con pennino in acciaio rinforzato, capace di scrive anche sul legno.

L’inquisito è reo confesso. Si ricerca l’esecutore materiale del crimine.

Beppe Cerutti

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