L’identità culturale sta anche nel cartelli in italiano e dialetto, parola del Tarantasio

L’identità culturale sta anche nel cartelli in italiano e dialetto, parola del Tarantasio

La politica è, purtroppo, terreno di scontro in ogni campo della vita pubblica. Assistiamo quotidianamente a continui scontri tra le varie fazioni politiche, con motivazioni a prescindere o ponderate che siano. C’è però un campo che, a mio avviso, non può dividere i diversi schieramenti: la tutela del patrimonio linguistico e delle identità locali. Ormai da qualche anno sono apparsi alle entrate di molti nostri paesi (e direi “alleluja”) i cartelli bilingui che affiancano alla toponomastica ufficiale anche il nome “locale” del paese. Sotto Bergamo è spuntata Bèrghem, nel Sudtirolo la toponomastica tedesca e anche il nostro Soncino ha visto apparire all’ingresso del borgo il cartello “Sunsì“. Un iniziativa che deve trovare il consenso di tutti, l’identità e la lingua sono infatti patrimonio collettivo delle nostre comunità locali.

E invece no.

Assistiamo basiti allo scontro anche su questo tema. Spesso, durante il naturale alternarsi del colore politico alla guida dei nostri paesi, le nuove giunte hanno come priorità lo smantellamento dei cartelli installati dalle amministrazioni precedenti adducendo varie motivazioni: perché li ritengono inutili (e allora perché smantellarli?), perché ritengono il cartello lesivo per la loro idea cosmopolita o nazionalista di città (opinioni su cui sono in disaccordo), e così via. Ma la motivazione che personalmente ritengo inaccettabile è quella in cui si definisce la toponomastica locale come semplice propaganda di un particolare schieramento politico.

Come può la lingua locale essere battaglia di una sola forza politica? La cultura e l’identità sono patrimonio dell’intera comunità. O questi “politici” dichiarano apertamente di non amministrare nell’interesse del proprio territorio o tentano, sbagliano, di declassare la tutela delle identità locali a mero terreno di scontro politico. Spesso gli stessi “politici” (con la p minuscola) corrono successivamente a intestarsi battaglie per la tutela del patrimonio culturale, dimenticando che non esiste solo patrimonio materiale come le mostre, i musei e le opere architettoniche ma anche quello immateriale e il dialetto fa parte di questo. Per tutelare davvero le lingue locali bisognerebbe prima di tutto ridare dignità alla toponomastica locale! Cosa di meglio se non partire dai cartelli posti al’ingresso dei nostri paesi, vero biglietto da visita dei nostri borghi .

Girando per l’Europa troviamo esempi importanti di come i cartelli bilingue possono rappresentare un motivo di vanto e prestigio per i territori che li adottano. Dare risalto alla propria lingua locale mostra l’importanza storica e culturale della regione. Riportare sui cartelli anche la lingua locale non è una forma di chiusura ma agevola molto di più al multilinguismo e alla diversità culturale di quanto lo sia un cartello con la sola indicazione nazionale. Esempi virtuosi sono la Scozia, la Galizia, la Corsica e persino la Catalogna vede presenti a Barcellona indicazioni in lingua locale.

La convergenza politica sul tema dei cartelli bilingue può essere un segnale di maturità della classe politica, un segnale importante che potrebbe innescare una reazione a catena capace finalmente di creare un forte ritorno alle identità locali che, dove sta avvenendo nel resto d’Europa, sta portando benefici turistici e una maggiore attenzione alle valorizzazione del patrimonio culturale.

Cosa facciamo continuiamo a dividerci rischiando di perdere anche questo treno?!?

Il Tarantasio

In collaborazione con la redazione del blog: www.iltarantasio.it
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