Il disco più brutto del 1986 è quello che ha la copertina più bella. Anche PP aveva smesso di difendere le nuove uscite dei Saxon. Certo era difficile immaginare di fare peggio di Innocence is no excuse. Il disco del 1984. Sin dalla copertina. Una ragazza giovane ed innocente che mordicchia una mela verde con la S di Saxon incisa sopra, terrificante.
La copertina di Rock the nations invece era bellissima. Una folla in delirio in una valle davanti all’aquila illuminata dei Saxon, quella che dal vivo calava sul palco durante il brano And the band played on. Spiccano un po’ di bandiere: Germania, Brasile, Canada, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Francia, Olanda, Svizzera. la Union jack è l’unica che si vede due volte. All’estrema destra e all’estrema sinistra. Sembrava una cosa a metà tra concerto e partita, era tra le altre cose l’anno dei mondiali in Messico. Sul retro copertina però Biff appare vestito come un pagliaccio di Los Angeles e non da bicker inglese maledetto da working-class come era solito apparire, e come era, la cosa ci dava da pensare. La title track è però un classico. Il resto una merda. Quaranta minuti di nulla. Tra parentesi ci fu anche un caso stampe sbagliate in Italia. Alcune copie del pessimo disco finirono dentro le copertine dello splendido live dei Saxon di tre anni prima The Eagle has landed, qualcuno pianse all’acquisto del disco. I testi erano improponibili: “come on everybody. Tonight it’s party time. Grab a bottle or a crate. Leave your blues behind”, traducibile più o meno con “forza tutti. Stasera è tempo di festa. Prendete una bottiglia da una cassa. Lasciate la vostra tristezza alle spalle”, che tristezza, altro che alle spalle, vedere i Saxon ridotti così faceva male.
Durante la registrazione il gruppo aveva perso un membro fondatore: Steve Dawson. Fu lo stesso Biff Byford a suonare il basso sul disco, anche se in copertina è già accreditato il nuovo membro della band britannica Paul Johnson.
Dopo tanti capolavori eravamo tutti delusi dai sassoni, soprattutto PP, che aveva preso a frequentare con regolarità la sala prove e stava cercando di mettere su una band. Aveva abbandonato le velleità chitarristiche e si era accorto di avere un’ottima voce, anche se per tirarla fuori sarebbero passati ancora anni, avrebbe esordito al basso di lì a breve. Ma lì per lì pareva un altro che metteva in pericolo la mia permanenza nella band.
Fabrizio intanto si era messo di buzzo buono per organizzare la festa di capodanno. Per smacco aveva preso lo stesso capannone dove dieci mesi prima i Medalllo si erano formati a seguito di una festa pop-patinata. Sarebbe stata una sagra del metal a tutto tondo. Fabri formava già coppia con Jury, coppia di lavoro ovvio. I due dj avrebbero messo a ferro e fuoco la città per almeno 20 anni.
C’era già una band nel lotto di quelle che avrebbero dovuto esibirsi. Si chiamavano Pane Selvaggio. Facevano ovviamente metal, solo thrash ma non americano, tedesco. Erano bravi ed erano in quattro. Mancava giusto un secondo chitarrista a dare spessore al suono.
Noi avevamo ripreso a suonare con convinzione. Adesso riuscivamo a terminare la scaletta imposta quasi ogni volta. Certo erano sempre quei pezzi. Non ne avevamo aggiunti di nuovi. Io e Stefano continuavamo a fare Party girl degli U2 nella pause. Se ne erano accorti anche gli altri. Non era neppure da considerarsi di inserire il pezzo, che veniva discretamente bene, nella scaletta della serata. Avremmo suonato in apertura. Nonostante tutto Fabri voleva spacciarci come micro evento. La prima band metal della città giocattolo. Di certo la prima formata. Non la prima ad esordire. In dieci mesi erano sbucate come dannati funghi allucinogeni. E tutti parevano suonare bene.
E guardavano alle cose nuove. Qualcuno, come i Pane Selvaggio, aveva già messo gli occhi sul nascente movimento thrash tedesco che di li a poco avrebbe sfornato un paio di capolavori inarrivabili. Noi eravamo quasi già dei dinosauri ancor prima di esordire. Maideniani e vecchi, a 17 anni. Non avevamo nemmeno l’aspetto fisico maledetto da metalloni. A parte Massimo nessuno aveva i capelli lunghi. Massimo aveva cominciato a farseli crescere da un po’ e adesso gli cadevano sulle spalle.
Io avevo i capelli corti e con la riga da parte da fighetto. Sì, mettevo le borchie e il chiodo ma la faccia senza barba, l’assenza di tatuaggi e di orecchini. Mauro era peggio di me, da metallaro non aveva neppure gli abiti. Paolo poi aveva 14 anni ed era un ragazzino. Stefano un po’ più vecchio pareva un dandy. Diciamocelo. Iconograficamente facevamo cagare.
I Pane Selvaggio erano tatuatissimi e borchiatissimi, bellissimi ed abbronzatissimi, fighissimi e pieni di figa. Da noi, sparita Melissa, di donne non se ne vedevano neppure in foto. Era sparita anche la vecchia Betamax con l’oscuro film porno tedesco, che comunque conoscevamo a memoria, gemito per gemito, quasi fosse un assolo di David Murray e Adrian Smith.
Però nonostante tutto eravamo abbastanza compatti e convinti. A capodanno avremmo suonato al capannone ed i Medalllo finalmente avrebbero partecipato all’anno d’oro del metal, sì va bene, per il rotto della cuffia. E poi chissà cosa avremmo combinato nel 1987. Chissà di quanti altri capolavori avremmo letto sulle pagine di HM, avremmo ascoltato di straforo al Videoclip e avremmo fatto entrare nelle nostre camere.
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