E poi finalmente anche gli Iron Maiden si aggiunsero al coro delle voci di quell’incredibile 1986. Temevamo l’arrivo di Somewhere in time. Si era parlato di sintetizzatori, di tastiere.
Il disastro di Turbo dei Judas Priest ci aveva terrorizzato. Decidemmo di fare un ascolto unitario del disco, tutti assieme in sala prove, il primo ascoto per tutti, se c’era da farsi del male saremmo stati uniti.
Così quel mercoledì sera, ognuno con la sua copia, ci presentammo preoccupati e agitati. Stefano aveva portato un giradischi che avevamo attaccato agli amplificatori. Sarebbe stato un primo ascolto collettivo. La puntina si poggia sui primi solchi del primo brano del lato A. Le prime note di Caught somewhere in time ci misero in ulteriore agitazione, quegli echi sintetizzati non portavano aria sana. Ma il ritornello era bello, il pezzo girava.
Al riff iniziale del secondo pezzo, Wasted Years, scattammo tutti in piedi. Sull’attenti! Era bellissimo. Ancora prima che finisse il brano avevamo deciso che sarebbe entrato nel repertorio dei Medalllo. Erano loro, i nostri eroi, una canzone potente e melodica, da classifica ma non traditrice.
E poi in sfilata: Sea of madness, Heaven can wait (con il coro killer che avrebbe invaso gli stadi), la ritmica pazzesca di The loneliness of the long distance runner, Stranger in a strange land, Deja vu e l’epica Alexander the great, che i genitori di Fabrizio, ancora presenti nonostante il figlio avesse lasciato la band, ci chiesero di infilare in repertorio. Stolti… La difficoltà del pezzo ha spinto anche gli Iron stessi a non proporlo mai dal vivo.
Era un disco stupendo. Anche a livello iconografico. La copertina era un sunto di riferimenti ai dischi precedenti. Un ambiente alla Blade Runner dove si vedevano il pub Aces Hight, il ristorante Ancient Mariner, gli hotel Dune e Long Beach Arena, le piramidi di Powerslave, l’orologio fermo alle 23.58, chiaro riferimento a Two minute sto midnight. Un capolavoro di Dereck Riggs.
Massimo alla fine del disco aveva già tirato giù il riff di Waster years. Io già canticchiavo: “from the coast of gold, across the seven seas”. Quel brano ci entrò nel cuore. Ci saremmo ritrovati 23 anni dopo ad un concerto di una cover band degli Iron a cantare tutti a squarciagola, ricordando perfettamente le parole, il ritornello: “so under stand, don’t waste your time always searching for those wasted years. Face up… make your stand, and realise you’re living in the golden years”.
Fu la prima canzone che suonammo dopo due mesi di stop per il polso rotto di Mauro. Il pezzo divenne in breve quello che ci riusciva meglio. Adesso avevamo un repertorio di quasi un’ora. Si poteva iniziare a pensare ad un concerto dal vivo. Io e Massimo premevamo per questo. Io per incoscienza e Massimo perché si rendeva conto di valere molto, ma molto, di più degli altri della band. Presto avrebbe iniziato a sentire i richiami di altre band della città giocattolo. E presto sarebbe diventato chiaro che lo avremmo perso. Ma prima volevamo arrivare su di un palco. Almeno io lo volevo. Un po’ meno Mauro, Stefano non ne voleva sapere. Paolo veniva a traino. Voleva imparare e basta. Ma l’adrenalina del nuovo capolavoro degli Iron Maiden mi faceva ben sperare che i Medalllo ce l’avrebbero fatta.

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