Avevano ragione loro, i Pane Selvaggio. Il thrash tedesco avrebbe dominato la fine dell’anno d’oro. Alla fine dell’anno erano arrivati anche i Destruction a mettere il sigillo su quella profezia. Il gruppo di Lörrach pubblicò il 27 dicembre Eternal Devastation: la devastazione eterna di una profezia avverata.
Il riff terremotante dell’apertura Curse the Gods è diventato uno dei riff classici di tutto il movimento thrash teutonico e a tempo di record i Pane Selvaggio avevano inserito il pezzo nella scaletta del concerto di quella sera.
Mi ero svegliato agitato quella mattina. In un modo o nell’altro l’avventura sarebbe finita prima della mezzanotte. Eravamo i primi in scaletta. Avremmo dovuto salire sul palco verso le 23. Non ci sarebbe stata troppa gente. Una scaletta di 40 minuti scarsi. Alla fine, eravamo convinti, sarebbe stata poco più di una delle prove che avevamo fatto con la presenza di qualche amico.
Dopo il brindisi di mezzanotte il piatto forte: i Pane Selvaggio. Avrebbero chiuso a tarda notte i Decay dell’amico PP.
Il giorno prima avevamo portato via dalla sala prove tutti gli strumenti. La batteria di Fabrizio sarebbe servita a tutti e tre i gruppi. L’aveva già venduta a i Decay che poi se la sarebbero portata via, non avevo mica ancora capito chi era il batterista di quella band. Gli amplificatori, le chitarre, il basso di Mauro, il mio microfono che nel frattempo avevo malauguratamente acquistato e che ancora mi osserva da una mensola in casa. Non l’ho più utilizzato da quella sera.
Nel pomeriggio era prevista una prova. Facemmo i suoni suonando un solo brano nel capannone deserto. Una versione scialba e sciatta di Runnig free. Poi Massimo fece i suoni con i Pane Selvaggio, provarono il nuovo pezzo dei Desctruction. Rimanemmo a bocca aperta. Fabrizio ci disse che erano stati venduti 300 biglietti per la serata. Ingresso 5 mila lire. Cominciavano ad arrivare le casse di birra. Il banco del dj era montato sopra lo sgabuzzino in muratura dei bagni del capannone, ad un paio di metri di altezza. Alle pareti c’erano appese le copertine di HM e Metal Shock, copertine di dischi, vinili rotti recuperati chissà dove. L’atmosfera sarebbe stata bella. Era la celebrazione del metal che aveva conquistato anche la città giocattolo.
Dopo la prova ci eravamo seduti nello stesso posto all’esterno del capannone dove erano nati i Medalllo 364 giorni prima. Il gruppo sarebbe morto ad un giorno del compimento del primo compleanno. Fa nulla. Sarebbe comunque entrato nella mitologia della piccola storia musicale della città giocattolo come il primo vero gruppo metal formato, l’ultimo a suonare nel 1986: anno di grazia del metal mondiale.
Tutto era davvero crollato. Gerico era conquistata. La lista dei dischi storici usciti quell’anno ne comprende ben più dei venti che formano i capitoli di questo racconto sommario di una storia tra le storie.
Nessuno aveva voglia di parlare. Nessuno era esaltato come quella notte di un anno meno un giorno prima. Alle 18 tutti a casa per una doccia e cena leggera.
“Togliamoci sto dente”, aveva sentenziato Stefano con aria da funerale. Rientrai giusto per vedere le prove di sti cazzo di Decay che tanto mi avevano incuriosito. Sapevo solo che c’era PP al basso. Con mia sorpresa alla batteria vidi Paolo. Abbassò gli occhi quando mi vide. Nonostante la nostra amicizia non mi aveva confessato che anche lui, come Max, aveva già trovato un’altra band per il dopo Medalllo. Naturale in fondo. “Hai fatto bene”, gli dissi anticipando il suo imbarazzo. Lo capivo, certo che lo capito. Anche lui si era scoperto bravo e non meritava di stare sospeso ad un gruppo del cazzo.
Ore 23. Un ora dall’esordio. Nel capannone c’è molta più gente di quanto avessimo preventivato. La curiosità di una festa metallica aveva portato in tanti a mettere il becco nella festa. I 300 che avevano acquistato il biglietto erano già tutti lì, fuori lunghe file per entrare. Dentro un caldo terribile. Fabrizio era raggiante. Noi ce la facevamo sotto. Altro che prova tra amici. Sarebbe stato un vero concerto e sarebbe stato un massacro.
Ore 23.30. Mezz’ora dall’esordio. In silenzio nel marasma generale della sala, eravamo negli spogliati del capannone adibiti a camerino ad accordare gli strumenti e a scaldarci. I Pane Selvaggio ed i Decay non erano ancora arrivati. Noi eravamo quasi pronti. Stefano giochicchiava con la chitarra, Massimo ripassava le parti ora nostre e ora dei Pane Selvaggio, Mauro picchiettava sulla custodia del basso, io non avevo bevuto nulla. Mi sarei sbronzato dopo, finita quella cosa. Il mio sogno che iniziava ad essere un po’ un incubo, lo volevo vivere da lucido per poterlo raccontare negli anni avvenire.
Ore 23.45. Non cadrebbe uno spillo nel capannone. Fu a quel punto che Stefano si affacciò alla sala della festa e la storia cambiò. “Cazzo ma c’è mio fratello!”, “eh beh”, dissimo naturali, “sarà venuto a sentirti”. Lì scoprimmo che la situazione era diversa da come la sapevamo, da come Stefano ce l’aveva lasciata intendere. “Non sa neppure che suono, non ho mai avuto il coraggio di diglielo”, il fratello di Stefano era una piccola star della città giocattolo. Come Stefano fosse riuscito a tenere nascosto in famiglia che da un anno aveva una band metal era un mistero. Come quelli che dicono che si laureeranno l’indomani e non hanno sostenuto manco un esame. “Non posso suonare”, mentre lo diceva Stefano riponeva già la chitarra nella custodia, “andate solo con Max”. Solo con Max? Non avevamo mai provato con una sola chitarra e poi i pezzi degli Iron richiedono due axeman. Cercammo di trattenerlo, di convincerlo. Si svincolava, anche fisicamente. Quasi a ruota Mauro, che pareva sollevato, aveva riposto il basso e si era acceso una sigaretta.
I Medalllo non avrebbero fatto neppure quel primo concerto. Era chiaro ora, come lo era sempre stato.
Meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre , due, uno, buon 1987…..
Ore 00.45 del 1987. Un ora dopo dei Medalllo non si ricordava più nessuno dei 500 presenti. Nessuno si era accorto che mancava una delle band annunciate. Fabri aveva intrattenuto nei 40 minuti in cui avremmo dovuto suonare con una scaletta di pezzi storici del 1986. Battery, in memoria di Cliff, Raining blood, anche Rock the nations dei Saxon pareva bella. Tre secondi dopo il brindisi i Pane Selvaggio avevano attaccato. Il primo dei 74 concerti che avrebbero tenuto nei due anni avvenire diventando una delle band cult degli anni ’80 della città giocattolo. Anche i Decay avevano convinto. Una carriera più breve la loro. Una trentina di apparizioni e un ritorno 24 anni dopo. E i Medalllo? Un ectoplasma che si era dissolto al crepuscolo del 1986. L’anno del metal, l’anno dei Medalllo.
Il mio sogno, uno dei miei sogni, è sempre stato, ed è ancora attualmente, quello di salire su un palco per un concerto.

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