Chiunque abbia messo una sola monetina nei cabinati dei giochi Sega o Nintendo negli anni ’80 sa che la scritta più fastidiosa è quella che appare al centro dello schermo quando la partita finisce: game over. Significa molto di più del suo nudo significato: gioco finito. E’ diventata una parola sola, intraducibile, che sta a significare che hai perso, che i soldi sono finiti, che non ci sono altre speranze: gameover appunto.

Il 5 maggio usciva il primo disco dei Nuclear Assault, Game over, riappunto. Anche per noi sembrava che fosse arrivato il momento del game over, i Medalllo non sarebbero mai entrati nella storia del metal tricolore, ma neppure in quella della musica della città giocattolo. La copertina del disco della nuova band di Dan Lilker, messa su fuggendo dagli Anthrax con l’intenzione di indurire ulteriormente il proprio suono, è sintomatica. Uno stupendo disegno apocalittico, come tutte le copertine del gruppo. Sullo sfondo il profilo di una città dove presumibilmente si è appena verificata un esplosione nucleare, la gente, con la faccia ustionata, fugge terrorizzata. Così come la gente fuggiva da quelli che erano finiti in mezzo all’affaire sgombero di via Brescia. Ne eravamo usciti tutti puliti, ma la città giocattolo ti segna che tu lo voglia o no, che tu abbia commesso un reato o meno. I Nuclear Assault hanno alcune caratteristiche che li renderanno unici. Sono di fatto il prototipo di superband, quasi tutti i componenti avevano militato in gruppi altrettanto importanti. Soprattutto saranno i primi a dichiararsi hardcore metal e crossover. Vent’anni prima dei nu metal.

“Impicchiamo il papa, andiamo al Vaticano, tiriamolo giù dal letto, mettiamogli il cappio intorno al collo finché non è fottutamente morto”, gli unici due pezzi cantati non da John Connely, la voce ufficiale, ma da Dan Lilker, erano i più controversi: un attacco violentissimo al papa, Hang the pope e una dichiarazione d’amore agli Usa un po’ fascistoide in My America dove i sovietici venivano definiti “i comunisti minchioni”.
In realtà la band era molto più equilibrata di quello che poteva sembrare da questi due brani, che in tutto occupavano meno di 2 minuti del disco. I brani più lunghi ed articolati erano una denuncia del pericolo della guerra nucleare, che in quegli anni spaventava come non mai. Game over, pochi giorni dopo leggevo la recensione del disco sulle fide colonne di HM, ottima recensione, chissà se i Medalllo sarebbero mai arrivati ad avere uno spazio almeno nella rubrica dei demo della rivista.

Qui bisogna aprire una parentesi per parlare di HM. La rivista era povera, impaginata male, per la metà era composta di carta uso mano e in bianco e nero. Ma i contenuti non si discutevano. Nella parte centrale, quella in bianco e nero ruvida e non patinata, trovava posto la rubrica dedicata alle recensioni dei demo. Adesso quasi questi spazi non hanno più senso.
Su My Space si possono sentire anche le scoregge dei gruppi, che comunque sono registrate in maniera eccellente e iper professionale.
Nel 1986 registrare era difficilissimo, ci volevano soldi, tanti soldi. La maggior parte delle band metteva giù dei demo su cassetta su mixerini a 4 piste suonati spesso in presa diretta in sala prove. Se la qualità musicale era pessima quella compositiva spesso era eccelsa. Gruppo come Schizo, Incinerator, sono emersi da queste pagine che noi leggevamo con avidità religiosa tutti i mesi. Se adesso di una rivista musicale si leggono due al massimo tre pagine allora si leggeva tutto, da cima a fondo e ritorno. Si imparavano a memoria interi brani delle recensioni di Piergiorgio Brunelli, Giancarlo Trombetti, Gianni Della Cioppa. Cercavamo di immaginare come potesse suonare questo o quel disco. Al massimo ne ascoltavamo qualche pezzo in cuffia nei lunghi sabato pomeriggio al Videoclip, il negozio di dischi che ha forgiato un’intera generazione di metallari. Magari sentivamo due ore di musica a spizzichi e bocconi prima di comprare con circospezione un vinile. Prendere una cantonata era letale, i soldi messi da parte andavano spesi con buonsenso e i dischi presi andavano consumati fino alla sparizione dei solchi, doppiati su cassetta decine di volte, scambiati con altro prezioso materiale.

La sera davanti ad una birra ognuno aveva un nastro nuovo da mettere nel piatto. Un doppio live bootleg degli Iron Maiden a New York nel 1983 poteva valere due o tre dischi di thrash, che so Whiplash, Voivod, Testament. Tutti giravamo con nelle tasche dei giubbotti degli ingombranti walkman a cassetta che consumavano qui nastri fino alla smagnetizzazione.
Che tragedia il giorno che il Sony mi attorcigliò fino alla rottura il nastro originale di Ride the lighting dei Metallica. Sfilavi la cassetta e vedevi il nastro magnetico tutto spiegazzato, cercavi di disincagliarlo ma la plastichina si tendeva fino alla rottura. Allora erano guai.

Io avevo imparato a recuperare le cassette rotte. Se la rottura era all’inizio il problema era minimo: aprivi la cassetta, che se era registrata aveva delle vitine che rendevano facile l’operazione, ma se era originale era chiusa a pressione e la riparazione cominciava a farsi più difficile. Sfilavi i rocchetti di nastro, toglievi il fermo che teneva il nastro attaccato alla rotella e accorciavi il tutto. La mia cassetta di Ride the lighting così trattata mancava della parte finale del lato A e di quella iniziale del lato B. Se per il lato B non era un problema, Trapped under ice non era certo un capolavoro, per il lato A era una tragedia. Mancava la cavalcata finale di un caposaldo della discografia dei Four Horseman: Fade to black. Quando finalmente comprai il cd e l’ascolto proseguiva anche nei minuti mancanti mi stupivo dentro di me che le canzoni non si interrompessero bruscamente come una sega lasciata lì per l’arrivo di tua madre.

L’effetto nastro era ancor più straniante con South of heaven degli Slayer. Chi me l’aveva doppiata non si era accorto di un salto di puntina all’inizio della prima canzone. Ancora oggi per me, quando sento finalmente la canzone senza salti, c’è qualcosa che non quadra, manca quella ripetizione di 2 secondi del brano avvenuta per il salto di puntina di quell’oscura registrazione fatta da chissà chi chissà dove.
Quando finalmente avrei avuto ben due dischi dei Nuclear Assault da spacciare, uno per lato di una musicassetta C90, perché allora nessun disco superava i 45 minuti, giusto Master of puppets arrivava a quasi un ora, avrei avuto un bel jolly da giocare. Game over da una parte e Survive dall’altra. Registrati da dio da un amico su una costosissima cassetta al Cromo. La cover di Bad time good time dei Led Zeppelin mi sfondava le casse dello sfigato stereo avuto in regalo con con l’acquisto di una cucina da parte dei miei genitori in un mercato del mobile di quelli che negli anni ’80 ti portavano a mangiare con gli architetti.

Lo scambio di materiale su nastro magnetico, l’avere un po’ di musica nuova da ascoltare, ci risollevava un filo il morale dal fatto che, oramai pareva assodato: l’avventura dei Medalllo fosse terminata ancor prima di iniziare.
“Ragazzi io però vorrei andare avanti a suonare”, Massimo si rendeva conto di avere sviluppato una bella mano, poteva aspirare ad avere un gruppo vero, “sto anche iniziando a buttare giù dei riff, delle frasi di chitarra, magari potremmo addirittura avere dei brani nostri”.
Era l’unico che spingeva per la ricerca di una sala prove e per il proseguio dell’avventura. Perché volesse proseguire con noi, visto che in città cominciavano a formarsi delle band che presto se lo sarebbero conteso, era un mistero. Gli altri quattro non erano propriamente la fotografia di una band che voleva versare lacrime, sangue e sudore per provarci. L’iconografia americana avrebbe insegnato presto alcune storie che ci avrebbero lasciato tutti a bocca aperta. Mentre noi parlavamo davanti ad una birra, dopo una giornata di lavoro in officina, con la cameretta ordinata e calda e la mamma che ci faceva gli gnocchi, dall’altra parte del mondo i Guns’n’Roses, per fare un nome, non mangiavano da giorni, suonavano e bevano. E scopavano anche, noi quello molto meno, quasi nulla… nulla dai. Fabrizio a parte. Tutto per arrivare al successo.

Notti all’addiaccio nei pulmini scassati che li portavano su e giù per Los Angeles. Le canzoni che avrebbero composto Appetite for destruction c’erano già tutte. Un mini lp per la UziSuicide non aveva ottenuto troppa attenzione da pubblico e critica ma loro ci credevano. Noi no. Non ci credavamo mica. Ne alle nostre capacità ne ai Medalllo.
In Italia alla fine sono stati in pochi a crederci e spesso tenendo ben saldi i piedi per terra. Pino Scotto di Carlo, il cantante dei Vanadium, fa un vanto di aver sempre lavorato a libro paga al mercato ortofrutticolo a Milano, anche mentre girava l’Italia e l’Europa con la più importante band metal tricolore di tutti i tempi. Oggi anche se suona e pare un ragazzino è un pensionato Inps, giustamente, e giustamente se ne vanta. Non ce lo vedo davvero Axl Rose a percepire la pensione dell’istituto di previdenza delgli Stati Uniti. Ma poi negli Usa c’è la previdenza sociale? Non credo. Forse per questo in tanti fanno i musicisti dannati.

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