Chi mi conosce lo sa. Riesco ad infilare gli zombie dappertutto. D’altrocanto lo diceva anche Voltaire: “delle storie dei morti che tornano non si è mai sazi, come dei pettegolezzi”. Film, libri, dischi, lezioni di filosofia e di vita. Sono sempre riuscito ad infilare i discendenti dei non morti di Haiti dappertutto, figuriamoci se non riuscivo ad infilarli nella storia dei Medalllo. L’assist era già lì, pronto da sfruttare. Il 7 giugno del 1986, mentre noi terminavamo il trasloco nella sala prove nuova, là dove adesso c’è un fighissimo agriturismo, là dove allora c’era una cascina mezza diroccata, là dove c’era la sala prove ora c’è una città (no Il ragazzo della via Gluck no)… Insomma dicevo, in Europa usciva il disco d’esordio dei Tankard, la più demenziale thrash band della pattuglia agguerritissima tedesca che vede tra le sue fila Kreator, Destruction e quei Sodom a cui gli Atroci hanno dedicato il rifacimento di Chiedi chi erano i Beatles degli Stadio, trasformato in un demenziale Chiedi chi erano i Sodom, provate a cantarla: “se vuoi perdere ogni speranza, ascoltati i Sodom, tanto è meglio così, per voi non c’è via di scampo. Presto un uragano vi investirà tutti. Sarà l’inizio di carestie di indicibili sofferenze e di epidemie. Chiedi a un metallarino di 15 anni di età chiedi chi erano i Sodom e lui ti risponderà. Il metallarino bellino con suo naso chiodato alitando di vino (rutto) chi erano mai questi Sodom”. Ma come sempre divago. Stavo parlando dei Tankard. Quel giorno lì uscivano con Zombie attack, un disco seminale se pur minimale. Il tankard è una caraffa di birra, la canzone portante del disco si intitola Empty tankard, tanica vuota, e recita: “we wanna drink some whisky! We wanna drink some beer”. Non che Andreas Geremia, Olaf Zissel e soci si siano mai impegnati troppo nella stesura dei testi. Il loro genere fu ribattezzato alcoholic metal. Testi e copertine dei loro dischi richiamano sempre a sbronze colossali e dopo sbronze devastanti, a cosa pensate si riferisca il titolo The morning after?
Anche noi ci sentivamo un po’ zombie ritornati da una precoce inumazione, “la morte viene silenziosa come un alce, dai vivi ci separa con il taglio di una falce”, cantava Elio, ma noi non volevamo una degna sapoltura ma il rock. Il contratto d’affitto della sala prove era stato firmato sulla carta da formaggio, come si suol dire. “va beh, ad inizio mese mi portate 80 mila lire”, aveva detto il vecchio proprietario della cascina diroccata che abitava in un antico splendido palazzo della città giocattolo ed era felice di ricavare qualcosa da quel sotto tetto abbandonato, “al massimo vi do 15 giorni di ritardo e poi vi sbatto fuori a calci, voi e i vostri strumenti, che magari mi prendo come pegno se non mi pagate”, lo aveva detto sghignazzando ma eravamo propensi a credere che non stesse per nulla scherzando.
Il trasloco fu fatto tutto dai genitori di Fabrizio e con la 126 di Stefano, che nel frattempo era diventato maggiorenne e aveva preso la patente. Per la corrente trovammo un incredibile escamotage. Francesco, non si sa come, aveva fatto una derivazione dalla linea dell’azienda agricola che stava lì a fianco. Nessuno si sarebbe mai accorto di nulla se non che ogni tanto quando provavamo cadeva l’energia elettrica a mezzo paese, forse aveva fatto qualche pasticcio. Ma andava bene. Non si pagava nulla di corrente. Nella prima saletta appena dentro il sottotetto avevamo fatto la sala prove. Cioè quattro cavi, la batteria di Fabrizio, gli ampli, le pareti tappezzate di contenitori di uova e di polistirolo per insonorizzare un filo. Nella seconda  saletta c’era un divano sfondato, due poltrone distrutte, un tavolino appiccicoso, una tv e un videoregistratore Betamax con un’unica videocassetta, un oscuro porno tedesco degli anni ’70 di quelli che cercano di inserire la trama tra una scopata e l’altra. Il divano era perennemente occupato da Fabrizio e Melissa, la Melassa di Melissa per citare anche Alan Ford. La terza sala era senza tetto per cui avevamo accatastato dentro un po di masserizie varie e l’avevamo sprangata. Ovviamente non c’era riscaldamento. Va beh, ma era giugno. D’inverno ci avremmo pensato. I genitori di Fabrizio ci offrirono un vecchio calorifero ad olio che finì per essere usato come poggia tutto.
Salire la scala di legno che portava la porta d’ingresso del sotto tetto era un’impresa. C’erano 14 gradini di legno, di questi quattro mancavano del tutto e tre erano pericolanti. Per cui portare su gli ampli era stato un mezzo miracolo. La porticina d’ingresso era rossa, o almeno lo era stata qualche decennio prima. Sarà stata alta tipo un metro e mezzo, toccava piegarsi per entrare. Dentro c’era un’umidità terrificante che ancora adesso le mie ossa scricchiolano al solo ricordo. Non sarebbe stato facile far diventare quella spelonca una sala prove.
Il pomeriggio dell’inaugurazione c’erano un sacco di amici sprangati dentro, al caldo di metà giugno. Stavolta non potevamo davvero fallire. Avrebbero scoperto il bluff dei Medalllo. Va bene, ci dissimo, siamo arrivati fino a qua tiriamola avanti. Ci accordammo per un mini concerto di inaugurazione. Un set di tre canzoni. Quelle che avevamo iniziato a provare anche in via Brescia. Aprimmo con Iron Maiden, proseguimmo con Running free e finimmo con la scoglio Aces hight. Il tutto durò meno di 10 minuti. Ma ce la facemmo ad arrivare alla fine senza impiombarci in qualche passaggio.
Per l’occasione avevo un mini impianto voci scippato dal fratello di Stefano per cui urlavo come un matto e la voce si sentiva. Alla fine del set i primi ad essere stupiti eravamo noi. La tensione da prestazione davanti a qualcuno ci aveva spinti ben oltre le nostre aspettative. In realtà quei 10 minuti erano stati strazianti. Tre sferraglianti cover di pezzi che tutti adoravano martoriati, rallentati qua, accelerati la, con dei passaggi improvvisati: l’arpeggio iniziale di Aces hight nessuno è mai riuscito a tirarlo giù, allora non c’era la rete che in due secondi hai le diteggiature anche della canzone più oscura del black metal norvegese, dovevi cavartela da solo.
Nel frattempo però mi ero accorto di avere imparato i testi a memoria. La decina di amici che stava attorno a noi in saletta e gli altrettanti che scolavano birra dall’altra parte applaudirono, applausi anche da uno sconosciuto che si era palesato alla porta, il cantante delle Reliquie, un gruppo di trentenni che aveva la sala prove lì.
Ci invitarono a vedere la loro. Che schiaffo. Insonorizzata, condizionata, con frigobar, angolo salotto, strumenti appesi al muro, banco mixer a millemilioni di canali. Suonarono per noi Matildha mother dal primo disco dei Pink Floyd, meglio dell’originale. Che smacco. Dall’altra parte della corte provava un gruppo di liscio. Anche loro avevano una saletta calda e accogliente ed erano molto preparati. Sarebbe stato davvero difficile reggere la botta.

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