Eravamo elettrizzati. L’arrivo dell’estate ci aveva fatto rendere conto che il morbo metal aveva contagiato molte più persone di quanto noi credessimo. Dalle cantine della città giocattolo iniziavano ad affacciarsi diversi prodromi che la voglia di suonare distorto stava invadendo le persone. In tanti si scoprirono stufi dei suoni plastificati e patinati da classifica, stanchi delle melodie scontate delle radio commerciali che iniziavano ad imperare.
Le radio libere, così come le ha cantate Eugenio Finardi, così come ce le ha raccontate il cinema di Radio Freccia e Lavorare con lentezza, stavano sparendo. Claudio Cecchetto aveva fondato Radio DeeJay il primo febbraio del 1982. Nel 1984 la radio aveva preso la prima direzione commerciale ben definita. Niente musica italiana e spazio duro alla new wave. Dosi massicce di Depeche Mode, e va bene, di Spandau Ballet e di Duran Duran, e va peggio. E la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata con l’arrivo delle playlist e delle rotazioni commerciali.
I gruppi che giravano sulle radio non più libere ma commerciali nascenti erano più o meno gli stessi gruppi che dominavano le copertine dei magazine pseudo giovanili come Cioè o dei vecchi dinosauri caduti in disgrazia come Ciao 2001. Ma in tanti non ne potevano più. HM cominciò a sparire dalle edicole non appena usciva. Era un mensile. Al suo fianco arrivò presto un quindicinale: Metal Shock, che iniziava le sue uscite in edicola proprio nella primavera del 1986. L’idea venne a Massimo Bassoli, biografo ufficiale di Frank Zappa che, visto il crescente interesse per la musica metallica in Italia, pensò bene di sbarcare in edicola con un concorrente per la storica testata HM che già da un paio di anni si pappava da sola tutto il mercato nascente, fatto di lavoratori giovani che avevano soldi da cacciare per dischi e concerti. Bassoli riunisce attorno a se una redazione invidiabile: Giancarlo Trombetti, che sarà caporedattore per 3 anni, famosa la sua stroncatura violenta di State of euphoria degli Anthrax, disco del 1988 passato alla storia più per la cover (riuscitissima tra l’altro) di Antisocial dei Trust che per il resto, da quella recensione partì un dibattito che durò mesi. Al suo fianco Beppe Riva, il primo che in Italia, sulle colonne di Rockerilla, aveva iniziato a scrivere di metal.
La rivista numero due del mondo metal italico ha fatto crescere gente come Aldo Luigi Mancusi, che ne ha assunto la direzione nel 2001 importando in Italia il taglio diretto e spesso critico e virulento delle riviste inglesi. Tra una crisi e l’altra la rivista esiste ancora oggi, anche se solo in rete.
HM no. E’ sparita all’inizio degli anni ’90, al tempo del riflusso. Ma nel 1986 era pane per i nostri affamati ed affilati dentoni metallici. Avere due riviste in edicola, una delle quali con due uscite mensili, non ci pareva vero. Eravamo elettrizzati e immersi in pieno nel circo del metal nascente della città giocattolo e pieni zeppi di informazioni su come muoverci in quel magico mondo.
Il 9 luglio del 1986 usciva un disco che, già dal titolo, riassumeva in pieno questa sensazione: Inside the elettric circus degli Wasp di Blackie Lawless. Trucissimo e truzzissimo gruppo americano tutto sesso, sangue e lame rotanti. Il riff di Wild child ci elettrizzava già da un paio di anni, quando è arrivata l’opportunità di usare canzoni come suonerie dei cellulari, 20 anni dopo, è stata la suoneria del mio cellulare, come lo è attualmente un altro brano targato periodo storico del metal: South of heaven degli Slayer. Ma non eravamo a sud del paradiso, eravamo lì, ad un passo.
Dentro al circo elettrico che gli Wasp cantavano in quel caldo luglio. Sul significato dell’acronimo Wasp si sono spesi litri di inchiostro. Originariamente significava white anglo saxon protestant, protestante bianco anglosassone. La leggenda dice che il gruppo americano lo intendesse invece più prosaicamente come we are sexual perverts, siamo dei maniaci sessuali. Sempre smentito dal gruppo con cinico sorriso sulle labbra.
Maniaci sessuali avremmo voluto esserlo anche noi. Ma il materiale non c’era. Il morbo metal allora aveva contagiato per la gran parte solo maschi. Altro che gli emo di oggi, per il 90 per cento infelici ragazzine che trombano come dei ricci depressi. No, il popolo metal della città giocattolo era quasi esclusivamente maschile. E va bene. Ce ne siamo fatti da subito una ragione e ovviamente nell’annosa questione tra glam e thrash ci siamo orientati sulla seconda che hai detto.
Il glam predicava sole e sesso, il thrash depressione e impegno. Di sole e sesso nella città giocattolo ben poco. Anche in un rovente luglio il sole era sempre velato dalla terribile cappa di umidità. In sala prove l’umidità scordava le chitarre ogni 3 canzoni. Sesso quindi neppure a parlarne. Per tenere calmo il testosterone quindi eravamo tutti impegnati e depressi thrasher, insomma la depressione giovanile già c’era. Il resto no… cazzo.
In meno di un mese di prove più intense e tranquille eravamo arrivati a sistemare più o meno decentemente il nostro risicato repertorio maideniano. Al lotto si erano aggiunte la complessa Phantom of the opera, con Massimo che ci dava dentro col tapping (la chitarra suonata come fosse una tastiera) e la strumentale Transylvania.
Da qualche settimana si parlava dell’uscita di un nuovo disco degli Iron. Le voci che circolavano però non erano rassicuranti. Si diceva che per la prima volta ci sarebbero state chitarre sintetizzate, addirittura tastiere. La tastiera è lo strumento più odiato nel mondo classico del metal. Erano ancora lontani i tempi del black metal sinfonico del Nord Europa ricco di organate da chiesa e tastiere ambient.
Visti i risultati imbarazzanti di Turbo dei Judas Priest avevamo paura di perdere un icona. Ma in quei giorni ci si esaltava con le nuove sonorità che stavamo scoprendo. Tutto il thrash ma anche il metallone stradaiolo che avrebbe trovato da lì a pochi mesi il suo manifesto con Appetite for descrtrution dei Guns’n’Roses.
Nel 1986 esce anche il primo film che riporta la tematica metal sugli schermi: Trick or treat, in Italia conosciuto come Morte a 33 giri. Il protagonista, il maledetto cantante zombie Sammy Curr, avrebbe dovuto essere interpretato proprio dal cantante degli Wasp, che declinò l’offerta. Ma nel film trovano posto vere e proprie icone metalliche come: Ozzy Osbourne e Gene Simmons. Le mura di Gerico erano quasi del tutto crollate.
Cominciarono insistenti ad arrivare le richieste perché i Medalllo esordissero dal vivo. Io spingevo perché la cosa avvenisse a breve. Ma in effetti non eravamo davvero pronti. Il repertorio era allora composto da cinque brani, troppo pochi per un concerto. Riuscivamo a finirli in sequenza una volta su tre. Troppo rischioso. Certo il nome cominciava a circolare. Era il primo vero e proprio gruppo only metal cittadino. Tutto il resto erano i dinosauri della new wave che si apprestavano a morire.

 

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