“Per noi è sopravvivenza” un questuante senegalese al lavoro in Crema si racconta.

“Per noi è sopravvivenza” un questuante senegalese al lavoro in Crema si racconta.

Ha 25 anni, viene dal Senegal, ha lasciato il suo Paese come tanti in cerca di fortuna.

Probabilmente nelle regioni africane non si sente parlare dei problemi dell’Italia. È sbarcato sulle coste pugliesi e senza nessun controllo ha raggiunto con altri sei compagni Ancona. Poi Parma. Ed infine lui ed altri due, tramite il cerchio dei rapporti di amicizia e parentela sono arrivati a Crema. Risiede a Bagnolo con altri connazionali. Da un anno è riuscito a regolarizzarsi, gli domando come visto che non ha un lavoro, ma non capisco se ho io difficoltà improvvisa a comprenderlo o se è lui che in questo passaggio preferisce non essere chiaro.

Con D. ho un rapporto amichevole, vende merce dove spesso mi capita di parcheggiare. Cose piccole: accendini, braccialetti e, quando piove. ombrelli. Non è invadente, né volgare, né maleducato. All’inizio è restio a raccontarmi qualcosa in più, ma il fatto che ogni mese gli lascio venti euro fa di me una persona fidata. Da quando è nel cremasco ha provato a cercare lavoro: per qualche mese ha fatto le pulizie in un ristorante alla chiusura, poi caricava la merce in un negozio alimentare di alcuni connazionali. Sempre non in regola e sempre lavori che si sono interrotti, ma non mi dice perché. La merce che vende gli viene data da un connazionale più “importante”, viene divisa secondo loro gerarchie e anche la zona dove stazionare gli viene imposta. Che venda o che non venda entro pochi giorni deve provvedere a saldare quanto in suo possesso. Fino ad ora non ha mai avuto difficoltà: “siete buoni voi italiani” e mi spiega che quasi sempre gli lasciano del denaro senza comprare nulla. Alcuni lo insultano, ma lui dice che capisce: sente tutti che dicono che anche noi italiani adesso siamo poveri. Ci sono dei suoi compagni che non fanno cose belle per avere più soldi: spacciano droga, rubano biciclette e motorini che poi mi dice vengono rivenduti anche a dei negozi che li smerciano sottobanco.

Qualcuno è stato arrestato, ma poi è tornato libero. E qui in Italia in carcere non si sta male, ti trattano bene e sai che potrai sempre mangiare. D. viene accompagnato sul posto la mattina per le 9, torna a casa per pranzo e ritorna in servizio fino alle 19.  Insisto a chiedergli chi fornisce loro la merce, i trasporti, la sicurezza del luogo dove sostare. Mi ripete solo che è un connazionale più importante e, riluttante, aggiunge che lavora con stranieri ‘chiari’ e anche italiani. Quasi per scusarsi mi dice che lui un lavoro lo vorrebbe, una famiglia, una casa anche piccolissima dove crescere dei figli, ma non sa come fare. Lo consolo dicendogli che è così anche per molti italiani. Mi dice che le ragazze italiane non lo considerano e che quelle straniere lavorano tutte per “sesso a italiani” o fanno “cure ai vecchi e non escono mai”. Parliamo dell’ultimo caso di stupro, gli dico che probabilmente le donne italiane hanno paura. E lui cambia tono, mi dice che “non è giusto fare male a una donna, ma noi abbiamo voglia. Tu pensa a stare senza donna per mesi, poi non ragionare più e donne ce le prendiamo”. Purtroppo in fase rispetto femminile, anche in un educato senegalese, esce questa incrollabile convinzione che le donne siano un gradino sotto. Gli chiedo se gli è capitato di prenderne una così, mi dice no, che lui è buono e che ci sono posti anche qui vicino ( siamo nel pieno centro della città) dove trovi cinesi e africane per dieci euro e che quelle cinesi a lui non piacciono perché sono piccole, ma tanto gentili.
Parliamo di nazionalità: non capisce chi sono gli zingari, i rom, quando gli dico ‘Albania’ mi dice che “questi  a Crema non sono tanti, più verso Milano, su strada di prostitute. Ma loro sono cattivi, picchiano forte, tagliano faccia. Qui a Crema so che hanno droga in piazza di là, tutte le sere”. Gli chiedo se sa perché sono così in tanti al parcheggio dell’ospedale, mi dice “gente che viene anche da Brescia, molti Africa del Nord, loro non tornano a dormire, fanno tanti giorni qui di fila e fanno tutto in bagni ospedale”.
Gli chiedo se non vuole tornare a casa sua, “A casa che fare? Voglio lavoro qui, donna e fare bambini. Qui ti aiutano se hai donna e bambini”. 
Già. Hai ragione D., qui ti aiutano. Buon lavoro. “Ciao, buon lavoro anche a te, macchina tua curo sempre io”. E con 5 euro ci accomiatiamo.

 

bl

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