Prima Persona, siamo nati per aspettare che finisca Sanremo

Prima Persona, siamo nati per aspettare che finisca Sanremo

E così per una settimana sono tutti a guardare i dati di ascolto di Sanremo, a pesare le parolacce di Luciana Litizzetto, a guardare i finti e veri scandali della riviera dei fiori. Lo aveva intuito bene Beppe Grillo che si era presentato nella città dei fiori per attirare i riflettori su di se ed è stato disinnescato dalla protesta (spettacolare: vera? falsa? cercata?) dei due lavoratori appesi al traliccio.

Un avvio che manco il mio omonimo Bruno Mattei regista di film de paura avrebbe potuto congegnare meglio. Mancavano solo un paio di zombi in platea e ci sarebbe stato tutto. Poi via via come il peggiore horror movie di serie B il festival si è sgonfiato anche velocemente. Eppure passa per quel palco tutto. La crisi di governo, l’Ucraina, la olimpiadi invernali, tutto sembra un eco lontano di quello che capita qua a Sanremo.

Le canzoni da sempre, checché se ne dica, passano in secondo piano. Se non c’è un caso particolare, che so una Bertè col finto pancione, un Elio che fa show, una spallina che cade, quasi tutti se ne fottono.

Ci sono pezzi buoni quest’anno? Ma chi lo sa. Chi vincerà? In assenza di truppe cammellate che sostengono quelli dei talent show è un bel terno all’Lotto. Ma in fondo nel boccheggiante mercato discografico italico che importa? Quanto porta una vittoria al Festival in numeri? Nove volte su dieci dopo due settimane si è già scordato chi ha vinto ed emerge la canzone con più airplay, Sotto casa di Max Gazzé dello scorso anno è un caso da manuale. Ma lo sono ancor di più i Vasco Rossi e gli Zucchero che arrivano ultimi e diventano star. Ma erano altri tempi, davvero.

Una mia cara amica e dj della nostra radio mi ha detto che averli costretti a guardare il festival per curare la radio gli ha fatto scoprire artisti interessanti di cui ignorava l’esistenza: The Niro (incredibile tra i giovani dopo 8 dischi), The Bloody Beetrots, Filippo Graziani. La musica buona alla fine da qualche parte scappa fuori anche al festival. Un’altra casa amica è giù innamorata dei pezzi di Perturbazione e Riccardo Sinigallia. Va bene. Qualcun altro aspettava Cat Stevens come un messia, io ho riso con Renzo Arbore ricordando quando quindicenne cercavo di capire cosa fosse l’edonismo reganiano.

Tra poco più di 24 ore sarà tutto finito. Mi prende sempre un senso di nostalgia alla fine del Festival. Domani sarà un sabato qualunque, la radio ci pugnalerà con il festival dei fiori ed il peggio sarà quasi passato (Caputo dixit), finalmente tornerà tutto normale in questo paese anormale. Il prossimo anno ci riproveranno. Arriverà qualcun altro con la formula geniale che poi forse sarà una cazzata mondiale, o come diceva Luca Carboni, 30 anni fa…

 

e vedi non c’è niente da fare siamo nati per aspettare

per aspettare che qualcosa si muova e ci venga a cercare

magari un’altra guerra mondiale e una stronzata geniale

ma va bene così o meglio siamo già qui, e intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film

Bruno Mattei

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