Nei giorni scorsi più organi di stampa hanno dato ampio spazio ad un post pubblicato su Facebook da Donatella Magagnini, madre di Daniele Poggetti, una delle sei vittime della tragica notte della Lanterna Azzurra. Lo ricordiamo: tra il 7 e l’8 dicembre scorso mentre in Italia ci si preparava alle accensioni delle luci natalizie sei persone (cinque ragazzi minorenni e una giovane madre) morivano nella calca scatenata dal lancio di uno spray al peperoncino e dal crollo di un ponticello in un locale in provincia di Ancona.

A poco più di un mese dalla tragedia, ovviamente, le indagini sono in corso. Ho dato una scorsa alle pagine dei quotidiani. Soprattutto quelli locali della zona stanno seguendo l’iter delle indagini. E non entro in questo argomento. Difficile e spinoso. Il tempo ci racconterà quello che è successo e distribuirà responsabilità ed eventuali condanne.

Dicevamo del post di Donatella. Un post che è diventato subito una “lettera aperta” a Sfera Ebbasta, che è stato rilanciato da tantissimi organi di stampa (l’ho visto per primo sul Il Fatto Quotidiano, ma ho visto rilanci anche su Repubblica, Il Messaggero, Corriere… tutti insomma). Quasi tutti i titoli puntano sulle stesse frasi: hai sei morti sulla coscienza smettila di fare l’idiota, di postare foto idiote…

Sotto questi post su Facebook una caterva di commenti. Il 99 per cento, per fortuna, dicono quello che vorrei dire io qui in maniera un po’ più articolata ma che nella sostanza è lo stesso concetto che espressi a caldo dopo la tragedia. Sfera non sarà un artistone di quelli che ricorderemo tra vent’anni ma con questa tragedia non c’entra nulla e non possiamo pretendere che smetta di fare il suo lavoro a seguito di quello che è successo. La presa di posizione quasi generale del “popolo della rete” rincuora. Significa che comunque si tende a sviluppare gli anticorpi contro le assurdità. Ma proseguiamo.

Tra i commenti ne ho letto uno che mi ha fatto sorridere e diceva più o meno è come se un membro della famiglia Kennedy avesse scritto a Jello Biafra per chiedergli di cambiare il nome della sua band (che era Dead Kennedys, giusto per chi è un po’ a digiuno di storia musicale). È incredibile che si stia continuando a mettere sul banco degli imputati il trapper milanese più e solo dei veri responsabili. Anzi come se fosse davvero il vero responsabile. Solamente perché non sta simpatico.

In questo mese intercorso per interesse personale mi sono messo ad ascoltare un po’ di rap e trap italiano, a leggere interviste e recensioni, per cercare di capire cosa si nasconde dietro alle due tre facce che vediamo di più su media e social. Che va bene Sfera indicato come male assoluto e Fedez che pare più una Paris Hilton de noaltri che un musicista. Ma ci devono essere delle radici se oggi improvvisamente ci troviamo a vedere in classifica davanti ai mostri sacri del pop questi qua dai nomi improbabili e impronunciabili.

Le radici è ovvio che ci sono. Non è tanto difficile neppure scovarle. Un fenomeno che mi sono trovato ad ascoltare, indagare e ammetto ad apprezzare per dire è quello di Salmo. Il rapper sardo, che non è un fighetto di primo pelo, quest’anno ha scritto e licenziato 90 minuti quella che tra noi amici nerd amanti della musica abbiamo definito la figlia ideale di Quelli che benpensano. Canzone enorme pubblicata nel 1997 da Frankie Hi Nrg, il primo in Italia a portare il rap intelligente in classifica, e che era un ritratto impietoso dell’Italia degli anni ’90.

Ecco 90 minuti di Salmo è la sua diretta discendente. Un ritratto impietoso dell’Italia degli anni ’10 senza nemmeno il filtro e la pretesa di essere noi e loro. Noi società sana, loro quelli che benpensano il marciume. Ma è solo un macro esempio. Non sto ad ammorbarvi con le piccole scoperte che ho fatto, piacevoli sorprese come il cantautorrapper torinese Willie Peyote (che avevo intuito essere in gamba già il 1 maggio scorso al Concertone di Roma) o altri nomi di questa strana scena dove tutti collaborano con tutti. I famosi featuring.

Non ho ancora avuto il coraggio di acquistare ed ascoltare con attenzione Rockstar il disco di Sfera. Ho sentito dei pezzi. Non li ho capiti e non mi piacciono troppo. Raccontano delle cose che mi fanno sorridere, o anche un po’ mi imbarazzano per quanto sono filtrate dall’arroganza sana giovanile. Qui tutti a dire madonna fenomeno di oggi, inascoltabile e destinato a finire nella spazzatura. Forse. Anche se ricordo a tutti una cosa. Prima ho detto del rap intelligente di Frankie. Si perché qualcuno il rap ignorante in Italia lo aveva portato tra i giovanissimi e su quelli che erano i social di allora (le rivistine e i programmini pomeridiani della tv commerciale) quadi dieci anni prima. Nel 1988 infatti Jovanotti for president fu un fenomeno di massa giovanile. E il Lorenzo nazionale quello che oggi viene dipinto come un maître a pensar della musica Italiana (giustamente o meno) allora era solamente un ragazzino che seguiva in toto gli stilemi del rap americano (come Sfera oggi) con testi oltre l’imbarazzante e pose assurde.

Non voglio dire che Sfera nel 2049 sarà osannato come cantautore raffinato. Ma continuo a ribadire che ogni epoca ha la sua cornice. Mi è capitato di vedere in questi giorni un post di un noto musicista con salde radici negli anni ’80 che si domandava perché Gazzelle avesse intitolato un disco Punk, che non ha nulla di Punk, chiedendosi quanto spessore possa avere oggi la musica indie, spesso così autoreferenziale nel raccontarsi, rispetto alla musica wave degli anni 80. Qualcuno diceva che ogni generazione critica quelle dopo di lei. Severo ma tutto sommato corretto.

Non voglio scomodare i grandi pensatori del ‘900 per dire che la cultura esprime quello che la società è in quell’epoca, e in quest’epoca post crisi e di grande individualismo si assiste a un forte riflusso nel personale anche nei testi delle canzoni. Come se fosse la prima volta che accade. Sono quei cicli e ricicli che da sempre sono parte della musica.

All’inizio degli anni ’80 dopo il decennio della contestazione che in Italia ha visto anche la preponderanza degli anni di piombo emersero i cantori del personale. In fondo cosa raccontavano di diverso nei loro primi dischi Vasco Rossi o Pino Daniele rispetto a quelli che raccontano oggi Calcutta o Gazzelle? Sto divagando lo so. Ma mi piace mettere nel calderone un bel po’ di idee e informazioni.

Questo riflusso degli anni ’10 in fondo coincide anche con un passaggio epocale. Da una parte il rap (e la trap) che cantano di disagi, periferie, droga, scalate sociali per il riscatto; dall’latra l’indie delle depressioni, degli amori sfortunati, delle periferie (diverse da quelle rap) ci raccontano esattamente quella che è la nostra Italia oggi. Inutile attaccarsi a date e ricorrenze. Si lo so, oggi sono vent’anni che manca De André. Come tanti cantautori italiani potrebbe essere insegnato nelle scuole. Si è classicizzato. Ma la musica che passa alla radio, che scala le classifiche è altra.

Dicevo appunto del passaggio epocale. Questi fenomeni hanno finalmente superato il vero riflusso, che durava da un ventennio. Quello Antonacciopausiniano per capirci. E non sembra un caso che oggi Biagio e Laura sia il titolo di un tour che sa molto di Elvis Presley a Las Vegas, il tramonto, o lo spostamento, di un certo tipo di musica. Se qualcuno si è classicizzato qualcun altro è diventato musica per anziani. Quell’evergreen da casinò di Las Vegas dove accanto al Rat Pack di Franck Sinatra ad un certo punto, appunto, arrivò Elvis che da the king dei ribelli amato dai giovani era diventato l’idolo delle nonne.

E dietro di lui già spingeva altro. I fenomeni delle periferie dell’impero Usa che dominarono gli anni ’80. Un discorso da paleontologia musicale che sarebbe davvero complesso affrontare e che mi porterebbe ancora più distante da questa serie di considerazioni. Di certo c’è che ieri come oggi la cronaca dell’epoca non capiva. I giornali degli anni ’50 stroncavano Elvis, quelli degli anni ’60 i Beatles, quelli degli anni ’70 i Led Zeppelin… e così via. Salvo poi poco dopo accorgersi che la massa aveva ragione e che c’era un grande spessore in quelle proposte.

Tra relativamente pochi anni diremo che Calcutta è degno di stare a fianco di Lucio Battisti, in verità qualcuno sta iniziando a dirlo anche adesso, e che Salmo raccontava la società turbocapitalistica degli anni ’10 come Frankie dipingeva l’Italia post mani pulite degli anni ’90. E ci sarà qualcuno che dirà che quelli si che erano autori della madonna e che i nuovi dovrebbero smettere di fare gli idioti sui media che imperavano allora. Una ruota. Negli anni ’70 i giornali passavano per dire intere paginate sulla vita privata di Lucio Battisti, tra viaggi a cavallo con Mogol, figli, amori. Oppure da un’altra parte trovavano riferimento esoterico nazisti nella sua opera. Ecco. Credo di avere finito. Insomma ci sarà sempre una mamma indignata, una tragedia (purtroppo), un rotocalco, un critico illuminato e trombone a dire “si stava meglio quando si stava peggio, adesso non ci sono più contenuti”.

Per finire mentre impaginavo il pezzo ennesimo giro di articoli. Sono 18 gli esposti di procure e deputati vari contro il povero Gionata Boschetti per incitazione all’uso alla droga. Aspettiamo gli esposti contro Eric Clapton, Rolling Stone, Vasco Rossi e tre quarti dell’establishment della musica dal 1050 ad oggi.

Emanuele Mandelli

 

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