Referendum, io che voto Si per una sanità uguale per tutti

Referendum, io che voto Si per una sanità uguale per tutti

Voto sì per una Sanità uguale per tutti. In questa campagna elettorale infuocata, brutta e volgare, molte parole si sono spese per la trasformazione del Senato, mentre non si affronta sufficientemente un altro punto cardine della riforma e cioè la revisione del titolo V che norma il rapporto fra Stato e Regioni e ne regola le competenze, punto che io invece ritengo fondamentale.

Facciamo un passo indietro: nel 2001, in pieno raptus federale e nel disperato tentativo di arginare una Lega vigorosa e in ottima salute, fummo invitati a votare la riforma del titolo V per rafforzare i poteri delle Regioni  trasferendo ad esse competenze legislative, amministrative dirette in materia sanitaria, infrastrutturale, legislativa, tributaria ecc… La modifica dei rapporti stato-regioni ha comportato molte conseguenze, tra cui un sistema sanitario molto iniquo: oggi abbiamo 20 Regioni e 21 sistemi sanitari, con molte disparità fra Regioni.

Si evince, quindi, che Questa parte della riforma, di cui pochi parlano, ripeto, incide direttamente sulla pelle dei cittadini e consisterebbe nella cancellazione della possibilità data alle regioni di legiferare ulteriormente su materie di competenza dello Stato.

Mi spiego meglio con un esempio. Lo Stato oggi valuta e decide, attraverso la Commissione del farmaco, che una medicina può entrare nel prontuario del servizio sanitario nazionale, quindi può essere erogata ai cittadini, ma sulla sanità legiferano anche le regioni, quindi ognuna deve decidere con propri atti da quando e come far erogare questo farmaco. Risultato: qualcuna lo fa dopo pochi mesi, altre dopo anni e i pazienti o aspettano o emigrano.

La regione può anche decidere che una prestazione sanitaria (vedi fecondazione eterologa in Lombardia) debba essere pagata integralmente dal cittadino anche se lo Stato ha deciso che fa parte dei Livelli Essenziali di Assistenza. Così in Lombardia l’eterologa costava, al privato cittadino, oltre 4000 euro e da altre parti 500.  Per combattere queste e molte altre difformità di applicazione lo Stato o chiunque deve fare dei ricorsi per chiarire se è legittima la competenza.

La Lombardia solo dopo un doppio ricorso vinto si è uniformata, ma intanto sono passati due anni e la povera gente ha pagato. Sono le stesse competenze concorrenti che fanno si che i criteri ambientali per costruire una casa siano diversi da regione a regione, (!!!) idem con il commercio ed in tante altre materie. Così si è creata tanta confusione e tanta discriminazione, altro che federalismo e concorrenza per il miglioramento dei servizi! E non solo ma ha favorito le infiltrazioni del malaffare in materia di appalti sanitari e infrastrutturali,  come le vicende lombarde hanno più che abbondantemente dimostrato, e che hanno causato un’emorragia di soldi pubblici a scapito della qualità dei servizi.

Levando questi poteri alle regioni, che sono quelli che hanno aumentato la burocrazia, i costi e il contenzioso, la riforma riequilibria creando un Senato davvero a rappresentanza regionale. Per tale motivo si è pensato, secondo me a ragione, ad un Senato che riprenda il modello tedesco della Camera delle Autonomie: quindi lo Stato accentrerebbe di nuovo competenze per avere regole e possibilità uguali per tutti nel rispetto della rappresentatività dei territori che hanno, e devono, comunque mantenere le loro identità. Da qui un Nuovo Senato con il compito di fare sintesi.

“Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalita` di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci”.

Questo il testo del nuovo articolo 57.

Quindi non è vero che i cittadini non eleggeranno i rappresentanti del Senato.

Semplicemente li dovranno scegliere fra consiglieri e sindaci con un metodo elettivo ancora da decidere in quanto rimandato all’esito del referendum.  Questo lo trovo profondamente giusto perche permette alle amministrazioni locali di avere finalmente un luogo istituzionale dove far valere la propria voce. Aggiungo che tutto ciò non rafforza il governo, ma sicuramente il ruolo del Parlamento, che si riappropria della sua funzione di discutere e fare le leggi invece di essere relegato ad approvare unicamente decreti a colpi di fiducia.

Proprio il ricorso ai decreti governativi viene infatti limitato. Quindi più leggi fatte in parlamento = più discussione = meno decreti del governo. Mi sembra così facile e scontato che alle volte mi chiedo perché ci sia tutto questo frastuono…..

Monica Buscema

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