Short Story, alla maniera di Hemingway

Short Story, alla maniera di Hemingway

È proprio vero, niente arriva mai da solo. La foto che mia madre aveva inviato mi suscitò sentimenti contrastanti. Ricordo che in posa mi sentivo orgoglioso, senza sapere del tutto il perché. Ma vuoi mettere, accanto alla cuginetta?

Rigirando quel cartoncino tra le dita adesso noto che nessuno dei due sorrideva. A quei tempi la macchina fotografica incuteva timore e ancor più l’uomo che stava dietro, che continuava a dire sorridi e poi, quando finalmente ci aveva convinti, si nascondeva sotto un drappo nero: “Fermi. Fermi così…”

La fotografia mi giunse quando stavo disteso sopra un letto d’ospedale: le schegge di uno sharpnel austriaco m’avevano bucato un po’ dappertutto mentre fuori della trincea raccattavo feriti insieme ad altri soldati. Siccome non eravamo americani, la medaglia d’argento al valore la diedero al mio amico Ernest, comunque meritata, perché tra qualche cordiale in più del dovuto ma anche coraggio proprio, quelli lì non si sono mai tirati indietro.

Gli dissi: Ernesto, ostia, guarda che bella la foto, dai dammi una mano a scrivere una lettera alla mia mamma. So leggere e scrivere, ma a te i pensieri vengono fuori più belli. Nel mentre incominciò a rimbombare una voce tra un corridoio e l’altro: telegramma per il soldato Tal dei tali, che ero poi io.

Ostia, Ernesto, la mia mamma è morta.

Adesso, purtroppo, devi imparare a scrivere da solo.

All right, Ernie, all right… Stavo piangendo.

Beppe Cerutti

 

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