Short story, il soprannome

Short story, il soprannome

Ciao Bulie, come stai? Sono almeno sessant’anni che non ci vediamo.

Questo qui non lo conosco, ma se mi chiama Bulie sa chi sono.

Lo so, non ti ricordi…

No, non ricordo, ma se uno sconosciuto della mia età mi chiama Bulie… Vuol dire che di quella vecchia “batteria” qualcuno ancora è rimasto.

La nostra non è comunque una generazione immune dalle dipartite anche se, per adesso, se n’è andato solo uno: il René Vezzulli, centravanti. Tu e il Chicco Aleotti alle ali, io in porta a parare tutto.

Aspetta, aspetta… Tu e il René vi davate il cambio a giocare in porta. Quando c’eri tu facevi Mattrel, quello della Juve; quando c’era lui era il Ghezzi. Giusto?

Sì, e il Chicco di volta in volta emulava a prestito uno dalla cannonata facile, alla Gunnar Nordahl, ma tu rimanevi sempre il Bulie, il mancino guizzante: dribbling scatto e botta in porta, come il Nacka. Solo che Skoglund era biondo.

Luciano Cucchi fissò negli occhi lo straniero e sorrise.

Tu sei il Cèrù, il Beppe.

Sì. Ciao Bulie, che stai?

Il momento di reciproca commozione lo vissero ricordando la loro specialità: il furto della mela. Malvagia azione quotidiana perpetrata all’uscita di scuola ai danni di un fruttivendolo il cui unico torto era quello di essere antipatico come il mal di pancia.

Non sono mai riuscito a scoprire perché ti chiamassimo Bulie. Soprannomi ce n’erano per tutti, ma ognuno aveva una sua giustificazione. Il tuo proprio…

E non lo dire a me… Ma sei venuto a cercarmi per questo?

Sì no forse. Non lo so. Sto raccogliendo i rimasugli di quella nostra età. Le ipotesi sono tante, bolìn per esempio. Significa “bulino”, un arnese usato dagli incisori di mano fina, ma anche “francobollo”, e visto che tu non sei mai stato tanto alto… Insomma, qualcosa che richiami il piccolo. Poi c’è anche la bûla, che significa “pula” oppure “lolla”, ma anche “trifoglio”. Oppure bülâda, e noi di bravate ne abbiamo fatte parecchie. Ho travato anche bülîn, la “farinaccia”, te la ricordi? Con la “castagnaccia” era il nostro aperitivo appena fuori di scuola.

Quando ti appiccicano un soprannome, che sai che ti resterà addosso per tutta la vita, ma non sai che cazzo significhi, ti girano le palle! Gli ricominciarono a girare quel giorno, quando già aveva svoltato i settanta, soddisfatto dei figli e dei nipoti, alcuni già grandi. Avrebbero potuto ridurgli il nome da Luciano a Ciano, oppure Cianin visto che era piccolo di statura. Invece no… Bulie.

I tuoi nipoti come ti chiamano?

Nonno e tu non andare a fare la spia, capito?!

Beppe Cerutti

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