Short Story, morti differenti

Short Story, morti differenti

Storia da rimuovere quella del Gipo, ostinato in camicia rossa,  che in paese preferivano lasciare da parte, anche se poi i giovani più malandrini lo canzonavano mentre gli anziani scuotevano la testa. I mocciosi non lo sapevano ma a quei tempi là c’era scappato il morto per un conto in sospeso, derivato da opposto coloriture politiche: alle metodiche umiliazioni inflitte anche con botte e olio di ricino, ne seguì la sanguinosa vendetta. Un episodio che ancora oggi, a distanza di decenni, la vecchia memoria collettiva preferisce non rivangare.

Per quello che gli riguardava,  il Mab38 preso a un repubblichino ammazzato nell’Ossola, lo aveva dato indietro pochi giorni dopo il 25 aprile, scarico. Ne era certo. Se si fosse presentato a casa con quell’arnese e vestito come un barbone col fazzoletto rosso annodato al collo, di sicuro i suoi genitori non lo avrebbero fatto entrare. Perché a loro, antifascisti sì, ma timorati di Dio, aveva sempre raccontato di combattere con i badogliani, anche se poi la verità venne a galla.

 

Entrare dove? Quali genitori?

Signor Giuseppe, come si sente?

 

Non conosco nessun Giuseppe. Mi chiamo Gipo, io.

 

Certo, signor Gipo, però lei è stato fermato perché gironzolava per la strada con addosso il solo pigiama.

 

Pigiama?

 

Signor Gius… Compagno Gipo, da quando è uscito dalla clinica, si ricorda che cosa ha fatto, dove è andato, se ha incontrato qualcuno?

 

Quale clinica? Là dentro ci pigliavano a legnate dalla mattina alla sera e se non mi hanno messo contro un muro è solo perché i miei ne avevano uno nero, un piscia in letto con i foruncoli, però con le lasagne sulle maniche. Doveva essere uno scambio da pari a pari come si fa con gli uomini, ma a me mi hanno gonfiato lo stesso e l’ospedale non l’ho mai visto.

 

Il medico scosse la testa: demenza senile galoppante con sprazzi di lucidità legati ai lontani ricordi della guerra partigiana.

 

Un groviglio di pensieri disordinati gli stava occupando la mente. Di sicuro aveva fame. E anche freddo. Guardava con sospetto il dito indice della mano destra che, rispetto a quello della sinistra, gli sembrava più magro: per forza, sta sempre appiccicato al grilletto dell’arma. Come quella volta… Mica lo voleva ammazzare quel figlio di un cane, ma farlo cagare nelle braghe, questo sì, eccome se lo voleva. Con la famiglia schierata ad annusare il tanfo della merda di un vigliacco. Non andò come previsto, perché quella carogna d’un fascista, allenato da anni di guerra, di fronte alla canna del Mab dimostrò di avere lo sfintere duro. Ma a costargli la vita fu il ghigno arrogante che assunse come ai tempi delle spedizioni punitive effettuate lungo le sponde lacustri dell’Alto Verbano lombardo. Ricevette nel petto i resti del caricatore del mitra.

 

Nonostante il freddo e la fame patiti in quel paio di notti all’addiaccio, vestito del solo pigiama, il vecchio sorrise e chiese al medico di poter bere un bicchiere di vino per riscaldarsi, che però rimase sul tavolo, perché Gipo s’era già dimenticato anche di quello.

Beppe Cerutti

 

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