Verso Expo, sicurezza alimentare negli Stati Uniti

Verso Expo, sicurezza alimentare negli Stati Uniti

Tra le Agenzie che vegliano sulla sicurezza alimentare nel territorio statunitense vi è lo United States Department of Agriculture, ossia il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti o USDA, incaricato di regolamentare ciò che interessa la carne, il pollame e i cibi che li contengono, oltre ai prodotti preparati con uova pastorizzate, e la Food and Drug Administration, l’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali o FDA, che si occupa della sicurezza degli altri tipi di alimenti, inclusi i prodotti freschi, i cibi in scatola e quelli importati: latte, uova, pesce, ecc.

Tali Enti lanciano periodicamente delle allerte sui pericoli nei cibi, come i contaminanti chimici, gli additivi alimentari e gli ingredienti allergeni non indicati sulle etichette.

Si tratta di questioni di grande rilevanza, ma molti ufficiali governativi ed esperti sanitari concordano che il pericolo più serio nei cibi statunitensi non siano i pesticidi residui o la diossina e nemmeno gli allergeni nascosti, bensì gli agenti patogeni che crescono negli alimenti, come batteri, virus o parassiti, capaci di compromettere la nostra salute o addirittura ucciderci.

Molti di questi germi sono presenti negli animali da allevamento e possono contaminare la carne macellata se questa viene a contatto con il contenuto dello stomaco e con gli escrementi. Anche frutta e verdura sono esposte ad agenti patogeni se lavate o irrigate con acqua contaminata da letame o da acque non proprio cristalline. E poiché un singolo batterio può moltiplicarsi rapidamente, nelle giuste condizioni, fino a produrre colonie composte da miliardi di esemplari nel giro di una giornata, un alimento, anche solo leggermente contaminato, può diventare altamente infetto.

Ma i microbi si trovano anche su spugne, canovacci, taglieri, lavandini, coltelli e superfici della cucina, dove vengono trasmessi facilmente dal cibo alle mani.

Rimettendo in circolo i sottoprodotti animali e gli scarti è possibile ricreare nuove nicchie e opportunità per i microbi di entrare nei cibi e diffondersi.

In Gran Bretagna la prova dei pericoli che derivano dall’uso di tali mangimi è avvenuta in sèguito all’epidemia del morbo della “mucca pazza” o encefalopatia spongiforme bovina (BSE). La rapida diffusione della malattia, dovuta probabilmente all’uso nelle mangiatoie di carne e farina di ossa di animali già contagiati, è stata collegata a più di cento casi della malattia di Creutzfeldt-Jakob, una patologia mortale che danneggia il cervello, che ha colpito coloro che avevano consumato la carne contaminata. Fin dalla diffusione del morbo nel bestiame della Gran Bretagna, nel 1986, la BSE fu riscontrata in animali di diverse regioni dell’Europa e in Giappone.

Nel 1997 la FDA proibì la somministrazione di resti trattati di bestiame e ovini ai ruminanti e grazie a ciò non v’è ancora stata traccia di BSE negli Stati Uniti.

Tuttavia, molti consumatori ritengono che le leggi governative sull’alimentazione degli animali abbiano troppe falle: infatti, viene ancora permesso l’uso del sangue dei suoi componenti e delle proteine di origine suina o equina. È autorizzato anche l’uso di pollame nel mangime per il bestiame, e viceversa.

Tutto ciò si può, quindi, considerare un riciclaggio efficace delle proteine animali o una breccia in un semplice rapporto ecologico, che può causare gravi conseguenze per i nostri viveri.

Negli abbeveratoi si annida un altro rischio sanitario, forse più grave degli agenti patogeni, vale a dire, gli antibiotici. Pur avendo scoperto che gli antibiotici aumentano esponenzialmente la crescita negli animali, da più di cinquant’anni gli allevatori continuano a servirsi di tali medicinali e, secondo alcune stime, il volume di antibiotici inserito nei mangimi uguaglia o addirittura supera quello usato nella medicina umana.

Di fatto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sconsigliato l’uso di tale pratica e nel 1999 l’Unione Europea ha severamente proibito l’integrazione di quattro antibiotici impiegati per il trattamento di malattie umane nei mangimi animali.

Nonostante le minacce palesemente riscontrate e avvertite gli ufficiali governativi e i rappresentanti industriali sono tuttora orgogliosi di affermare che il popolo americano ha i viveri più sicuri al mondo.

Ciò può essere allo stesso tempo vero e falso.

Fin dal 1996 ci sono stati segnali che le infezioni di Campylobacter, Salmonella e Listeria siano andate leggermente diminuendo, probabilmente grazie anche ad una maggiore consapevolezza dei consumatori, in collegamento ai nuovi programmi governativi e industriali che andavano assicurando sempre di più la bontà di carne, uova, succhi e prodotti freschi.

Il cibo sicuro è un bersaglio mobile, proprio come lo siamo anche noi esseri umani. Cambiamo in continuazione, così come cambiano le nostre abitudini alimentari e la produzione del cibo.

I bambini di oggi sono molto più a rischio rispetto a quelli della generazione precedente non solo per i cambiamenti nella produzione del cibo, ma anche perché le famiglie mangiano spesso fuori casa o scelgono di gran lunga il cibo già preparato.

E, come noi, anche gli stessi microbi evolvono e si diffondono fra nuove popolazioni attraverso i mezzi di trasporto causando altre e nuove malattie.

Ancora non siamo a conoscenza di come agiscano tali organismi: basti sapere che dopo vent’anni di ricerca non si è ancora in grado di curare efficacemente gli stadi avanzati delle infezioni di E. coli O157:H7. Si stanno tuttora cercando indizi su come gli agenti patogeni si diffondano fra il bestiame, le galline e i polli.

(12-continua)

Donatella Colangione

Laureata in Giurisprudenza ad indirizzo specialistico in Dir. Internazionale a Bari e Dottore di ricerca in Dir. Pubblico a Pavia con borsa di studio sulla sicurezza agroalimentare.

 

Info: donatella.colangione@unipv.it

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