18 pennellate di indaco, quando Moana scelse un sex toy terremotante al posto dell’amore

18 pennellate di indaco, quando Moana scelse un sex toy terremotante al posto dell’amore
La regola numero uno della trasgressione impone di non innamorarsi.  In effetti è molto più semplice frustare uno sconosciuto che infilare il tacco tredici nell’orecchio di colui con cui la mattina dopo parli a colazione degli ossiuri del primogenito. Ed è stato seguendo questo dogma che Moana decise di lasciarsi andare. Che poi diciamolo, ci sono casi nella vita che inevitabilmente ci predispongono a delle scelte. Se la compianta Pozzi si fosse chiamata Rita e la Montalcini fosse invece stata sua omonima, Moana non avrebbe trascorso un terzo dei suoi anni a sopportare allusioni dovute al suo nome. E quando nel discorso si aggiungeva che Moana era stata per sedici anni un’alunna delle Orsoline, il livello delle battute infelici raggiungeva vette maggiori dello spread nel 2012.

La sua vita, sessualmente parlando, non aveva avuto niente di particolarmente eccitante. Il primo fidanzatino, periodo 17-24 anni, era uno strenuo praticante della castità prematrimoniale, salvo poi scoprire che era iscritto alla newsletter del gruppo “gang banger and girl with big butts” che tradotto letteralmente non ricorda nessun titolo di encicliche papali. Dopo aver superato l’essere stata lasciata per una svedese trentaseienne con a carico due figli e quattro ex mariti, Moana si rimise in gioco con Fosco.

Il fatto che avessero dei genitori che con i nomi di battesimo dimostravano il loro sadismo, aveva fatto credere ad entrambi che il destino li voleva insieme. Fosco era anche un ingordo del sesso, la loro prima notte fecero l’amore per sette volte, per un totale di diciassette minuti e una manciata di secondi, invece le docce occuparono le restanti sei ore e quarantadueepocopiù, poichè l’emancipato Fosco viveva in un monolocale al quinto piano senza aria condizionata con una finestra e due lucernari. La durata delle prestazioni purtroppo non aveva mai tempi da maratona, ma in quei rapporti alla Usain Bolt, Fosco scatenava tutti i suoi istinti e le sue fantasie, tanto che Moana con le amiche aveva soprannominato i suoi rapporti “SSS” (short short story), che poi sarebbe stata anche la classificazione data da una qualsiasi agenzia di rating sessuale. In quei tre anni di relazione, Moana aveva avuto i suoi orgasmi nella tranquillità dei momenti che passava da sola, animati dalla speranza che prima o poi Fosco fosse durato almeno quanto un ghiacciolo al sole di ferragosto. Invece l’unico poi, fu la fine della relazione dovuta a un fulmineo trasferimento di lavoro del suo amato: la rapidità aveva contraddistinto  ogni aspetto del loro rapporto.

A rischiarare la sua vita sessuale arrivó in un giorno di dolorosa pulpite a un premolare il dottor Tschurtschenthaler Agamennone Giovanni Ignazio Pio, l’unico dentista con il biglietto da visita fronte-retro. Dopo tre dolorose sedute, l’odontoiatra, che gli amici chiamavano per comodità AGIP, invitó Moana a vedersi fuori dallo studio per un caffé, dopo averle praticato uno sconto del sessanta per cento sul dovuto. In quella situazione e a quegli splendidi occhi azzurri in contrasto con la carnagione scura era impossobile dire no.

Con una sicurezza che non lasciava indifferenti le donne, AGIP fece il primo affondo sessuale quando ancora lo zucchero non era sciolto nella tazza di ginseng e dopo tre quarti d’ora era riuscito a convincere Moana di aver provato un brivido lungo la schiena dal momento in cui le aveva visto l’arcata dentale per la prima volta, di sentire in lei un desiderio che ha solo bisogno di trovare chi lo accompagni, di essere colui che le farà scoprire i brividi più intensi di piacere e… Anzi non “e”, meglio “ma”: ma non dovrà mai dirgli no e non dovrà mai innamorarsi di lui.

Moana affascinata, gli rispose con un sì senza avversative al seguito: forse per lo sconto, o forse perchè la voglia di provare un orgasmo con un uomo invece che con il getto del bidet la proiettava all’istante in una dimensione parallela, si abbandonó al primo bacio tra loro convinta che sarebbe stato tutto perfetto.  Sì, per Moana era il momento di osare.

L’appartamento di AGIP era arredato con mobili  neri e viola, anche il bagno e la cucina restavano fedeli a questa scelta cromatica e c’era anche l’aria condizionata in ogni stanza e un grande camino a cipolla in sala, che trasportó la mente di Moana alle sere romantiche  davanti al fuoco che ci sarebbero state l’autunno a venire.

La prima volta AGIP la bendó, la spoglio, le legó i polsi singolarmente al corrimano delle scale e percorse tutto il suo corpo con le mani e con la lingua  prima di entrare in lei. Moana non era certa di aver provato proprio un orgasmo, ma più di una volta durante il rapporto era stata scossa da brividi (l’aria condizionata alta? MAI tralasciare ipotesi).

Per quarantacinque giorni fu un susseguirsi di accoppiamenti arricchiti da vibratori, uni e trini, di ogni forma, colore e misura (uno era persino dotato del dono della parola); di fasce, bende, manette e corde da legare ad ogni appiglio della neroviola dimora; di film hard estremi da vedere in assoluto silenzio (poi che il “Moana si fa i Lapponi  e i Lapponi  lappano Moana” l’avava trovata una scelta di cattivo gusto se l’era sempre tenuto per sé) e di giornate passate a vestirsi, toccarsi e a raccontare ció che AGIP ordinava venisse fatto e detto.

Questi incontri scatenarono in Moana sei orgasmi da “hosentitolecampanedellevocihovistogliangelidelpresepeunaluceinfondoaltunnelepoisonotornatainme“, piacevoli sensazioni in quasi tutte le altre occasioni e solo un paio di serate sfortunate: quella dove il vibratore chiamato Ruud Gullit, legato con due fasce alle cosce era impazzito e aveva preso a vibrare al terzo grado Mercalli era il momento che ricordava meno volentieri. Ma il quarantaseiesimo giorno AGIP sparì.

Il cellulare era sempre irraggiungibile, la segretaria allo studio si trincerava dietro un “il dottore non c’è” sempre meno educato con l’aumentare delle telefonate e anche gli appostamenti fuori dal portone confermarono che il dottore era effettivamente assente. Moana gli scrisse sms di tremiladuecentotrentasei caratteri, gli mandó sue foto nuda, vestita, svestita, mentre giocava con il suo corpo e arrivó persino a scrivergli “Agip ti amo, torna da me” (che la compagnia di petroli potrebbe usare come prossimo slogan).

Dopo nove giorni di silenzio convinse l’amica Kirsten, di madre tedesca a chiamare lo studio spacciandosi per una collega d’universitá altoatesina, che aveva estrema necessità di rintracciare il dottore, per scongiurare a un paziente l’estrazione di due incisivi invece del loro salvataggio. La segretaria dapprima tentennó e poi mugugnó a denti stretti che il dottore era in Sicilia con moglie e figli e fece seguire  un numero di cellulare: inutile dire che entrambe le informazioni erano sconosciute a Moana.

Dopo un paio di squilli muti con chiamante anonimo, Moana gli scrisse un sms: “AGIP ho saputo tutto, ma ti perdono, immagino avevi paura di ferirmi e di questo ti ringrazio, perchè significa che anche tu ami me. Ti aspetto, perché ci attendono serate fantastiche davanti al camino scoppiettante, caldo come sarà calda ogni nostra altra notte.” E in allegato una foto di lei che nell’attesa si concedeva a Ruud Gullit (in realtà tenuto precauzionalmemte con l’interruttore su off).

Passarono una notte insonne e un giorno di ferie con lo sguardo fisso sul display e un centinaio di chiamate a un cellulare ormai diventato anch’esso muto. Fino a che arrivó il sospirato messaggio: “Non chiamarmi più o ti denuncio per stalking” al quale seguì due giorni più tardi una raccomandata da uno studio legale che, con parole diverse, le ribadiva il medesimo messaggio. Moana pianse, si isoló, passó il resto del mese di agosto a leggere Madame Bovary, Anna Karenina e a sentire la Madama Butterfly a tutto volume.

Poi un giorno decise che era ora di reagire: prese Ruud Gullit, se lo fermó alle cosce e lo accese alla massima velocità. Certa che in questo caso anche se se ne fosse innamorata, sarebbe bastato ricaricare le pile per tornare ad averlo di nuovo tra le sue gambe e poi un giorno chissà…”magari l’uomo a cui infilare il tacco tredici nell’orecchio e parlare la mattina dopo degli ossiuri del primogenito esiste davvero”.

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Barbara Locatelli
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