Sanremo è finito, andate in pace. Insomma, pace per modo di dire. Da oggi tutti i sociologi un tanto al chilo che per la settimana di Sanremo ci hanno scartavetrato con le loro opinioni sulla vita, non richieste ma insistentemente donate al pubblico, possono serenamente iniziare ad interessarsi di politica internazionale mostrando che loro sanno analizzare cause e soluzioni dell’ennesima crisi come ci hanno saputo dire perché la vittoria di Sal Da Vinci e Sanremo è una cosa che riporta il paese indietro.

Ne parlavo con il mio sodale sussurrante Stefano Mauri, entrambe quest’anno abbiamo avuto poca voglia di scendere nell’agone dei social per commentare le serate sanremesi in diretta. Personalmente ho dedicato alla manifestazione alcuni post ma fuori dalle lunghe ore di diretta. Ci hanno pensato i suddetti a dispensarci perle di saggezza sul perché Sanremo non andrebbe guardato, addirittura andrebbe vietata la visione ai minori, il tutto guardandolo con il giusto velato disprezzo.

In questi giorni concisi ho ritrovato uno stralcio di uno scritto di Ennio Flaiano nel 1968. Lo scrittore sul suo Diario degli errori scriveva:

“Ho visto alla televisione una delle serate di Sanremo. Ero a cena in casa di amici e non ho potuto sottrarmi. Questi amici intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologhi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine, mi sono accorto che a loro quella roba piaceva. Il fatto che a cantare fossero dei giovani serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno. La verità è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso, di quella gente che urla canzoni molto stupide e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho mai visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato. Nessuna idea, nelle parole e nei motivi. Nessuna idea nelle interpretazioni. E alcune mi venivano segnalate come particolarmente buone. C’era un tale, per esempio, coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che malintenzionati gli tirassero delle pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Oppure? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso”.

La dimostrazione plastica che i nuovi sociologhi da rete non hanno inventato nulla. Sanremo ha sempre sollevato dibattiti e anche personaggi francamente geniali come Flaiano hanno dimostrato di non avere afferrato nulla del vero senso della manifestazione e di quello che significa. Pippo Baudo diceva che era giusto che per una settimana l’Italia si fermasse ad osservarsi da quello specchio che era Sanremo, e lo è ancora. Tanto e vero che la vittoria di Sal Da Vinci, una bella storia solida di riscatto sociale si presta a diverse interpretazioni.

Nell’Italia meloniana dei valori forti la canzone parla di famiglia tradizionale, di matrimonio. E il suo interprete è tutto sommato un uomo di altri tempi che arriva al vero successo e al riscatto dopo 50 anni di carriera. E che confina al secondo posto Sayf, figlio di padre italiano e di madre tunisina, figlio di un’altra Italia. Ecco non volevo addentrarmi anche io nelle analisi a peso e a buon mercato fatte stando comodamente sbracato sul divano di casa.

Ho sempre preferito infatti fare battute becere sul festival e sui suoi interpreti. Ma quest’anno come detto l’agone era intasato di serissime analisi di gente che guardando Sanremo schifata spiegava a me (alla categoria che rappresento) che Sanremo mi piace perché non lo dovrei guardare e perché non dovrebbe piacermi.

Questo signori è sempre e indissolubilmente il segnale che Sanremo vive, è un organismo indistruttibile, resistente a qualsiasi forma di antibiotico, che una settimana l’anno volenti o nolenti infetta tutti. Qualcuno se la vive sanamente, qualcuno meno. Ma anche queste considerazioni credo dia verle fatte da anni ogni lunedì mattina post manifestazione. L’anno prossimo, dopo questi due anni cuscinetto in cui Carlo Conti ha tutto sommato reiterato la formula Amadeus, rendendola innocua ed adatta ai tempi in cui stiamo vivendo, forse si cambia veramente. Arriva uno che non è un ex radiofonico, che di musica sembra non ne sappia poi così tanto, organico ad una certa nuova Rai, giovane ma ecumenico. Chissà quale sarà la nuova formula. Se ci saranno cambiamenti veri, strutturali. Chissà se il mondo esisterà ancora o se saremo stati tutti vaporizzati in qualche degenerazione guerrafondaia. Anche se noi non ci saremo probabilmente il festival ci sarà ancora. Magari fatto dalle AI, magari in qualche iperuranio che non conosciamo ancora. Andate in pace davvero adesso. Sanremo è finito.

em

 

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