Oltre alla naturale consunzione dei materiali cartacei e pergamenici, ruberie, ecc. che nei secoli hanno attinto e disperso i ‘documenti cremensis’. Veniamo al tempo in cui il pericolante palazzo comunale allarmò sia la comunità sia il Podestà che, in quel 1524, era Giovanni Moro. Ebbene il Podestà, stante Io stato di fatiscenza dell’edificio, riunì subitaneamente, ipso facto, il General Consiglio in una riunione che si tenne in un torrido 9 luglio 1524. Fu deliberata la demolizione e la ricostruzione del “potere temporale” del borgo.

A tal fine fu istituita una delegazione, atta alla rifabbrica, composta da 4 persone, fra le più in vista del nostro territorio. I loro nomi: Pietro da Terno, storico e segretario di Gian Giacomo Trivulzio, Stefano Barbetta, Carlo Zurla e Giovacchino de Marchi (costruttore delle mura venete) che, unitamente ai provveditori della città, dovevano sovrintendere alla ricostruzione e tenere i conti in ordine. Di pari passo si inviò un oratore a Venezia, presso il Doge, che a quel tempo era Andrea Gritti, per chiedere i permessi e la quota di quattrini spettanti al dogado.

Fu inviato a palazzo Ducale, quale ambasciatore, il dottor Paolo Guidoni.               La risposta del Doge giunse 4 mesi più innanzi: il 5 novembre 1524 e fu positiva. Ebbero il consenso della Serenissima Repubblica con il permesso di iniziare i lavori Il doge concedeva, al popolo cremasco, agevolazioni e il danaro. Perciò, alla fine del 1524, la burocrazia e le scartoffie iniziarono a comporsi, usando fiumi di inchiostro per coinvolgimenti, permessi, stipulando acquisti e ricchi contratti. Il canonico iter, che da sempre evidenzia ogni impegno pubblico e privato, era finalmente in itinere. Il 15 febbraio 1525 si acquistò una casa contigua al vecchio palazzo comunale, per poter costruire il Palazzo Pretorio, accanto alla Torre Pretoria, ancora esistente.

Dovendo allargare il precedente edificio, si vendettero alcune torri di guardia poste sul territorio, per poter acquisire altro danaro alla bisogna. Il 20 aprile 1525 fu il gran giorno: “la posa della prima pietra”. Si svolse con un sontuoso cerimoniale che Pietro da Terno descrisse magistralmente nella sua historia. Ecco un frammento di quella scena: “Nella piazza Duomo stipata e festante troneggiava, dall’alto di un pulpito, il notaio Giuliano Bravo che, arringando la folla con voce stentorea e cadenzata, lesse l’istrumento di fondazione. Quindi, nel luogo della ‘fondamenta squadrata’, fece calare una pietra di marmore che, all’uopo, fu benedicta. Questa pietra era assai scolpita cum littere assai leganti”.

(Visited 28 times, 28 visits today)