“Dagli esiti del referendum emergono due cose.
La prima: la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza. Il rigetto di questo metodo, per gli italiani, è netto. Le regole del gioco possono essere modificate, ma dev’essere fatto insieme. E ciò è tanto più vero per quanto riguarda l’assetto costituzionale delle istituzioni democratiche.
Non sono certo che il clima politico nazionale sappia trarre questo insegnamento dall’esito di questa tornata referendaria, come da quello del 2016, ma mi pare un tema ormai ineludibile, a meno di non voler passare attraverso ulteriori fallimenti di progetti di riforma costituzionale, talvolta anche auspicabili per diversi aspetti.
Il consenso si deve trovare in Parlamento, non facendo affidamento su un voto plebiscitario degli italiani, che poi non arriva. Si fa fatica? E’ la bella fatica della bella politica. Si compia questa fatica!
La seconda: non è più così certo che Meloni abbia la maggioranza nel Paese. Anzi. Il dato politico è macroscopico, perché questo referendum era un punto programmatico con funzione di pilastro dell’azione di governo. E poiché anche in una parte di elettorato di centrosinistra ci sono state significative adesioni per il Sì, ciò aggrava la posizione del consenso del centrodestra, che al contrario si era schierato in modo monolitico per il voto favorevole alla propria riforma.
Non potranno non esserci conseguenze politiche per Meloni e la sua maggioranza.”
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