Autorità civili, militari e religiose,

care concittadine e cari concittadini,

“La lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, e specialmente le giovani generazioni…”

Con queste parole, pronunciate poco tempo prima della sua morte, Paolo Borsellino ci ha consegnato una verità scomoda, ma necessaria: la mafia non si combatte solo con la legge. Si combatte con la cultura. Con la coscienza e la conoscenza. Con quel “coinvolgimento di tutti” che altro non è che la Politica, quella categoria il cui accostamento alle mafie rimanda nella cronaca, purtroppo, più spesso alle connivenze che al contrasto, ma che non dobbiamo dimenticare essere la dimensione più autentica e imprescindibile attraverso la quale ispirare un’architettura sociale permeata dalla legalità.

Queste parole, scolpite sulla targa che si trova proprio alle mie spalle, sotto l’ulivo piantato in memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, parlano a ciascuno di noi con una forza che non si è spenta, nemmeno dopo trentatré anni.

Oggi ci troviamo qui, in Largo Falcone e Borsellino, per ricordare la strage di via D’Amelio del 1992, in cui Paolo Borsellino venne assassinato insieme a cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli.

Ma siamo anche chiamati a fare memoria del cammino che ci ha condotti fin qui: i 57 giorni che separano questa strage da quella di Capaci, in cui perse la vita Giovanni Falcone, insieme a sua moglie e a tre uomini della scorta. Cinquantasette giorni di paura, di angoscia, di attesa. Cinquantasette giorni in cui Paolo Borsellino ha vissuto con la certezza che il suo tempo stesse per finire, che il suo destino fosse segnato e forse imminente, ma con la determinazione incrollabile di non cedere, di non arretrare, di non smettere di credere nella giustizia, nelle istituzioni e nel loro valore, superiore a quello della propria stessa vita. Un insegnamento perenne, che scuote le nostre coscienze.

È per questo che oggi non ci ritroviamo solo per commemorare. Siamo qui per prendere posizione. Perché la mafia non è un fenomeno del passato, né un problema confinato al Mezzogiorno, ma un potere che cambia forma, pervasivo. Che si adatta ai contesti. Che si insinua nel tessuto economico, negli appalti pubblici, nell’imprenditoria, nell’edilizia, nell’intermediazione finanziaria. È presente anche qui, nei territori del Nord, anche nella nostra Lombardia, anche nella nostra provincia. Non spara, ma corrompe. Quando non minaccia apertamente, compra silenzi. Magari non si impone, se sente di non averne la forza, ma si infiltra. E lo fa dove lo Stato, la politica e la coscienza civica della popolazione sono distratti e deboli.

Sento il dovere – politico e personale – di dire che indignarsi una volta all’anno è un esercizio sterile ed offensivo nei confronti della grandezza morale di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, di ogni persona che nel proprio ruolo si sia sacrificato in nome del Bene Comune. Dobbiamo praticare la legalità ogni giorno, ognuno nell’ambito del proprio percorso. Perché non tutti siamo chiamati ad atti di eroismo, ma è precisa responsabilità di ciascuno affermare nel proprio quotidiano un agire legalmente e moralmente orientato, consapevole che le scorciatoie e le furbizie non portano mai alla giustizia.

Voglio allora ringraziare, a nome di tutta la Città, la Consulta Giovani del Comune di Crema, che dal 2019 tiene viva la memoria dei “57 giorni” in questa città. Il lavoro di queste ragazze e di questi ragazzi è autenticamente prezioso. Non è liturgia, ma testimonianza attiva. Ci ricordano, con la loro passione, che la memoria non è mai neutra: o educa, o si spegne.

Grazie a loro, grazie agli studenti, ai docenti, alle famiglie, la memoria è diventata speranza, e quella speranza oggi abita qui, in mezzo a noi. È nei volti dei giovani. Sono loro – siete voi – la risposta più forte al buio di quegli anni. E siete voi la garanzia che questa città continuerà a scegliere da che parte stare, senza sbagliare.

Perché non basta dire “siamo contro la mafia”. Bisogna adottare scelte coerenti: isolare chi delinque, difendere chi denuncia, resistere alla tentazione dell’ambiguità. Bisogna, in definitiva, credere nella democrazia, nel patrimonio di valori che ha ispirato l’azione e la vita stessa di Paolo Borsellino.

E allora oggi, qui, sotto quest’ulivo e davanti a questa piazza, voglio ripetere ciò che Paolo Borsellino ci ha insegnato con le sue parole, con la sua coerenza, con la sua vita:

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

Noi oggi ne parliamo, e continueremo a farlo. Con convinzione. Con responsabilità. Con coraggio. Con ammirazione nei confronti degli autentici servitori dello Stato.

Perché chi dimentica, permette che accada di nuovo. Perché chi tace, consente. Perché chi sceglie, cambia.

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