Educazione alla cittadinanza, il dialogo ctra il vescovo Gianotti e Yassine Lafram, una trascrizione

Educazione alla cittadinanza, il dialogo ctra il vescovo Gianotti e Yassine Lafram, una trascrizione

DON MICHELE NUFI (presentazione del percorso)

 

Non accettiamo che l’unico modello possibile di convivenza umana sia fondato sulla diffidenza

Buonasera a tutti, a tutti il più cordiale benvenuto. Un particolare e accogliente saluto ai fratelli di fede islamica che condividono con noi questa serata e uno speciale ringraziamento al dottor Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle Comunità Islamiche in Italia e a Monsignor Daniele Giannotti Vescovo della Diocesi di Crema. Grazie per essere qui, grazie per aver accettato di introdurci autorevolmente in un percorso certamente non facile, ma potenzialmente molto fruttuoso.

Parlo a nome dell’Unità Pastorale san Bartolomeo – san Giacomo di Crema che, in perfetta sintonia di corresponsabilità con la Chiesa Cattolica di Crema e con alcuni suoi organismi quali la Commissione per il Dialogo Interreligioso, La Commissione dei Migranti e delle Missioni e la Caritas, promuove il secondo percorso di Educazione alla Cittadinanza.

Come credenti, siamo convinti di avere una grande responsabilità non solo nei confronti delle nostre comunità religiose, ma anche della nostra città, del nostro paese, del mondo intero. Non accettiamo che l’unico modello possibile di convivenza umana sia fondato sulla diffidenza, sulla paura e dunque sull’allontanamento. Vogliamo non solo continuare a credere che una società pacifica, accogliente, solidale e fraterna sia possibile, ma vogliamo contribuire a costruirla.

Ecco il senso dei percorsi di cittadinanza che già dallo scorso anno abbiamo intrapreso, che riprendiamo oggi e che vorremmo poter continuare a lungo. Crediamo non sia più sufficiente, come credenti insistere a pensare e a preoccuparci di ciò che c’è dentro le nostre comunità. Vogliamo aprire prospettive di incontro e dialogo con chi sta accanto a noi. Siamo sempre più convinti che la presenza delle altre culture e delle altre religioni non costituisce una tappa provvisoria della vicenda umana, dunque siamo chiamati a rendere ragione in maniera diversa di noi stessi, offrendo una nuova proposta di identità. Questo non significa abdicare alla propria identità culturale o alla propria fede per fare spazio indiscriminatamente ad altri e a quanto loro propongono, ma piuttosto recuperare alle radici la propria originalità, scoprendo dall’interno le motivazioni che portano ad abbracciare la diversità altrui. “Un dialogo tra credenti che avessero rinunciato ciascuno alla propria fede risulterebbe povero e falso, perché ognuno si presenterebbe all’incontro a mani vuote”, scrive A. Russo in un suo saggio.

Oggi, le condizioni storiche, non consentono alcun tipo di isolamento. Ecco allora la scelta di dialogare, confrontarci, incontrarci prima di tutto con l’Islam, con i nostri fratelli della porta accanto, per dare vita a percorsi virtuosi per il bene di tutti.

La Bibbia dice: “Ecco come è bello e soave che i fratelli siano insieme” (salmo 132)

E, con trepidazione cito anche il Corano che nella V Sura al vs 48  recita:

“ Gareggiate in opere buone: tutti ritornerete ad Allah ed Egli vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi.

Permettetemi, per concludere,  di mandare un pensiero affettuoso a Padre Gigi Maccalli, missionario cristiano rapito in Niger, paese africano di netta prevalenza musulmana. Tra i gesti di solidarietà espressi in questi giorni abbiamo particolarmente apprezzato la condanna espressa proprio dai capi delle comunità musulmane del Niger che hanno definito il rapimento ingiusto e criminale, rapimento barbaro che non risponde ad alcuna esigenza della religione musulmana e hanno elevato un appello per la immediata liberazione di padre Gigi. Grazie per questa solidarietà.

Ora lascio a Padre Viorel Flestea responsabile del Dialogo interreligioso della nostra chiesa, il compito di guidare e moderare il dialogo dei nostri graditissimi relatori. Buona serata.

 

PADRE VIOREL, moderatore

 

La religione non è un problema, ma è parte della soluzione

Mi permetto di porre una domanda fondamentale, giusto per indicare una direzione al nostro incontro di questa sera: che tipo di società vogliamo costruire insieme per le future generazioni?

Papa Francesco, durante la visita alla prestigiosa Università del Cairo (aprile 2017) ebbe a dire: non è la religione il problema, semmai è la religione parte della soluzione del problema.

Certo, la soluzione non l’abbiamo subito, ma dobbiamo cercarla insieme. Ecco allora il filo conduttore di questo incontro.

Nessuno vuole negare o nascondere le differenze, ma ciò che conta è individuare, nella consapevolezza delle nostre differenze, i valori che condividiamo.

È da qui che dobbiamo partire.

 

YASSINE LAFRAM, presidente Ucoii (Unione comunità islamiche d’Italia)

 

Un musulmano che rinnega i Vangeli non è vero musulmano

Il tema della serata è per me un invito a nozze perché vengo da un vero e proprio laboratorio di dialogo interreligioso, quello bolognese, avviato dal nuovo arcivescovo di Bologna: un’esperienza intensa che ci ha consentito di attivare percorsi e iniziative comuni.

Una premessa.

Siamo tutti prigionieri dei nostri pregiudizi, dei nostri stereotipi: sia noi musulmani che i cristiani.

Questa sera proveremo a liberarcene, a partire dall’idea di Dio. Non è vero che Allah sia un altro Dio rispetto an quello dei cristiani perché altro non è che il modo arabo per dire “Dio” (e non è un caso che gli arabi cristiani preghino Allah). Si tratta di un luogo comune molto diffuso: recentemente ai funerali delle vittime del crollo del ponte di Genova, presente una delegazione delle comunità islamiche italiane, un esponente di primo piano delle istituzioni così si è espresso: si è pregato sia Dio che Allah.

Allah è lo stesso Dio dei crisitiani, degli ebrei. Tra noi, i cristiani e gli ebrei vi è una continuità di quello che è il messaggio che Dio ha dato all’umanità. Un musulmano che rinnegasse i Vangeli, Mosè, le Tavole della Legge, i profeti, gli angeli, non sarebbe un vero musulmano. La vergine Maria nel Corano è la donna più venerabile e la figura di Cristo è centrale (è nominato 25 volte contro le 5 volte di Maometto).

Apparteniamo tutti alla grande famiglia abramitica: siamo tutti figli di Abramo.

 

Imprenditori della paura che fanno di tutto per metterci gli uni contro gli altri

Quello che dobbiamo creare oggi è una piattaforma di incontri, tenendo comunque sempre sìpresente che le divergenze non mancano. Siamo di fatto… condannati a vivere insieme perché i popoli affacciati sul Mediterraneo sono tutti  meticci: la nostra è una storia di incontri tra diversi.

I manuali di storia tendono ad accentuare il ruolo delle guerre, ma i giorni di pace sono stati immensamente di più.

Di sicuro, tutti abbiamo paura del diverso, tutti siamo diffidenti nei confronti di chi non conosciamo (fa parte della natura umana). Ecco allora l’esigenza di creare delle occasioni di incontro (che non vuol dire… tolleranza, ma rispetto reciproco).

Oggi imprenditori della paura fanno di tutto per metterci gli uni contro gli altri. Il rischio che dobbiamo evitare è proprio questo: lasciare il campo a quelli che ci vogliono vedere gli uni contro gli altri.

Il dialogo richiede sforzo, sudore perché i dialogo non viene da sé, ma va costruito. E va costruito non solo ai vertici, ma tra comunità di base, tra persone.

 

Nessuna volontà di proselitismo

Nessuna volontà di proselitismo (i musulmani che dagli anni ’90 stanno venendo in Europa puntano esclusivamente a vivere migliori condizioni di vita, non certo a convertire i cristiani), ma neanche nessuna volontà di sincretismo: il prete non deve iniziare a fare l’imam e viceversa! E il dialogo è fecondo solo se ciascuno conosce se stesso, la sua identità: soltanto così possiamo guardarci negli occhi e cercare insieme di dare un contributo per rendere la società un po’ migliore.

Tutti condividiamo i valori universali quali la solidarietà, l’altruismo, la misericordia, la clemenza, l’accoglienza, l’apertura, la vicinanza…, valori che vengono prima delle religioni, le quali altro non fanno che rafforzarli.

I valori – è vero – sono comuni, ma è la loro declinazione che muta a seconda delle culture.

 

I musulmani arabi: solo il 19% del totale

Ricordiamo che i musulmani arabi costituiscono solo una esigua parte del mondo musulmano (il 19% su un miliardo e duecento milioni). Numerose, quindi, sono le culture musulmane.

L’Islam non è un monolite perché vi è una miriade di culture, di correnti religiose, di scuole coraniche. Vi sono culture e pratiche che addirittura sono contrarie all’islam ma che sono sopravissute presso alcune comunità (dalla magia nera alla infibulazione) e questo rende difficile il nostro compito di distinguere certe pratiche dalla religione musulmana.

Ricordiamo che un musulmano è in primo luogo essere umano, poi portatore di una lingua e di una cultura. Il denominatore comune è dato dai cinque pilastri fondamentali, ma per il resto ognuno va per la sua strada.

 

Nessun papa: i musulmani sono spiriti liberi

Non abbiamo una struttura piramidale: non abbiamo un papa, l’imam degli imam. La stessa Ucoii altro non è che una unione di comunità territoriali. Le stesse costituzioni degli Stati islamici recitano tutte che l’islam è la fonte del diritto, ma poi sono diverse perché diverse sono le culture dei vari popoli.

Non è che sia un male avere un papa, ma noi musulmani siamo degli spiriti liberi: il testo coranico è il medesimo, ma poi, ognuno lo interpreta a seconda della sua cultura.

Ripeto: il dialogo va costruito tra “persone”: allora sì che si riesce a superare il clima di sospetto reciproco. Gli intoppi inevitabilmente non mancheranno perché fanno aprte della nostra vita quotidiana, ma ciò che conta è andare oltre. E per andare oltre occorrono forti motivazioni.

Il nostro impegno è quello di smentire con i fatti la teoria dello scontro tra civiltà, teoria che non ha altro effetto che dividerci, appunto gli uni “contro” gli altri (lo stesso obiettivo su cui punta l’Isis).

 

DANIELE GIANOTTI, vescovo di Crema

 

Partire dalla pratiche religiose condivise

Condivido l’approccio del dott. Lafram: per avviare un dialogo non dobbiamo partire dalla dottrina, dai dogmi, ma dalle persone, dalle “pratiche” religiose, in primo luogo dalle pratiche condivise (sono gli stessi documenti della Chiesa che ci invitano a seguire questo percorso, anche per aprire un dialogo con gli stessi non credenti).

È importante conoscere le dottrine religiose, ma più importante conoscere le persone.

Un esempio? Charles de Foucault, vestito da mercante ebreo, ha esplorato il Marocco a stretto contatto con le comunità islamiche locali (conoscendole): è così che ha testimoniato la sua fede, non con le prediche, ma con il suo stile di vita.

Può capitare che le nostre pratiche siano migliori delle nostre teorie e anche viceversa (quando tradiamo nel nostro agire i valori alti che sbandieriamo).

Le pratiche ci avvicinano più delle dottrine. Pensiamo alle pratiche relisiose che condividiamo con i musulmani, vale a dire la preghiera, il digiuno e l’elemosina:

  • con la preghiera noi intuiamo che Dio è sempre più grande, sempre più trascendente (una pratica che potremmo anche concretizzare insieme, consapevoli come siamo che l’incontro con Dio trascende le nostre parole e i nostri riti);
  • con il digiuno ci liberiamo dalla necessità delle cose (perfino dal cibo) e ci disponiamo alla solidarietà;
  • con l’elemosina condividiamo con gli ultimi anche i nostri beni.

Non dobbiamo, naturalmente, limitarci a vedere l’esteriorità di tali pratiche, ma risalire alle “intenzioni” che sono comuni.

E comune è anche la nostra intenzione di vivere come persone di fede in una società secolarizzata.

 

La Verità non è un’astrazione

Non rischiamo a questo punto di allontanarci dalla Verità?

La Verità non è un’astrazione, ma è calata nei rapporti umani (anche nell’amicizia più profonda talvolta dire tutta la “verità” può portare alla rottura dell’amicizia stessa).

Non dimentichiamo il linguaggio del Vangelo, quello di “fare la verità”.

 

Il tabù della libertà di religione

Una puntualizzazione: il problema non è il valore in sé, ma come lo si declina. Un esempio: il valore della libertà. È vero che nel Corano si afferma che non c’è costrizione nella religione, ma è anche vero che in alcuni Stati islamici la libertà di fede è ancora un tabù.

Del resto, questo tabù ha segnato la stessa storia del cristianesimo fino al Concilio Vaticano II.

 

Uno stereotipo da abbattere

Una seconda puntualizzazione: c’è la tendenza a identificare il cristianesimo con l’Occidente e questo è un errore (un errore aggravato dal fatto che il cristianesimo d’Oriente – purtroppo -, a causa anche della violenza di certi sedicenti musulmani, sta scomparendo.

Non dimentichiamo, tuttavia, che le vittime della violenza perpetrata in nome di Allah sono in prevalenza i musulmani stessi.

Ciò che dobbiamo fare è di evitare di cadere nel pregiudizio tanto diffuso secondo cui un musulmano è un potenziale terrorista e, di conseguenza, contro l’Occidente.

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