Si sono tenute anche a Crema le celebrazioni per la Festa della Repubblica. Deposizione della corona di alloro al monumento ai Caduti, corteo con la banda e celebrazioni in piazza Duomo. A seguire il discorso del sindaco Fabio Bergamaschi.

Autorità civili, militari e religiose,
care concittadine e cari concittadini,
celebrare oggi il 2 giugno significa molto più che onorare una ricorrenza istituzionale. Significa sostare, anche solo per un momento, dentro la profondità della nostra storia nazionale, dentro quella frattura decisiva dalla quale nacque l’Italia democratica e repubblicana che ancora oggi abitiamo, spesso senza renderci pienamente conto di quanto sia stata difficile, dolorosa e straordinaria la sua conquista.
Ottant’anni fa il nostro Paese usciva devastato dalla guerra, moralmente lacerato da vent’anni di dittatura fascista, attraversato dalla povertà, dalla paura e da un senso diffuso di smarrimento collettivo. Le città portavano ancora addosso le ferite dei bombardamenti, le famiglie quelle dei lutti e delle separazioni, mentre sulle coscienze gravava il peso di una tragedia che aveva travolto un’intera generazione.
Eppure, proprio in quel tempo fragile e drammatico, l’Italia trovò la forza di compiere il gesto più alto che una comunità possa scegliere: affidare il proprio futuro alla democrazia.
Il referendum del 2 giugno 1946 non fu soltanto una consultazione istituzionale. Fu un atto di rifondazione morale e civile. Fu il momento in cui un popolo ferito decise di non cedere alla rabbia, alla vendetta o alla nostalgia autoritaria, ma di riconoscersi nei valori della libertà, della partecipazione, della dignità della persona, della pace e della giustizia sociale.
Il popolo italiano scelse la Repubblica.
Scelse la Costituzione che sarebbe venuta.
Scelse l’idea radicale e rivoluzionaria che ogni cittadino dovesse avere voce, diritti e responsabilità dentro la costruzione del bene comune.
E in quella giornata accadde qualcosa che cambiò definitivamente il volto dell’Italia: votarono per la prima volta le donne italiane.
È impossibile comprendere davvero la nascita della Repubblica senza soffermarsi sulla portata storica e simbolica di quel momento.
Milioni di donne entrarono finalmente nello spazio pubblico della democrazia dopo essere state per decenni escluse dalle grandi decisioni collettive. Donne che avevano conosciuto la fatica della guerra, il dolore delle perdite, la precarietà della sopravvivenza quotidiana; donne che avevano sostenuto famiglie, custodito comunità, partecipato alla Resistenza, lavorato silenziosamente alla ricostruzione morale del Paese, senza che quasi mai venisse loro riconosciuta piena cittadinanza politica.
Quel voto non rappresentò soltanto l’estensione di un diritto.
Rappresentò l’ingresso definitivo di una nuova idea di società dentro la storia italiana.
La Repubblica nacque anche da quello sguardo femminile sul futuro: più inclusivo, più sociale, più attento alla cura delle relazioni, dei diritti, della dignità umana.
E forse oggi, a distanza di ottant’anni, dovremmo interrogarci più seriamente su quanto siamo ancora capaci di custodire quello spirito originario.
Perché la democrazia non si consuma improvvisamente. Non crolla da un giorno all’altro. Si indebolisce lentamente, quasi impercettibilmente, quando cresce l’assuefazione all’ingiustizia, quando il linguaggio pubblico smette di riconoscere l’umanità dell’altro, quando la partecipazione lascia spazio al cinismo e l’indifferenza prende il posto della responsabilità collettiva.
I rischi che attraversano il nostro tempo non sono quelli, evidenti e brutali, che conobbero le generazioni della guerra e della Resistenza. Almeno così, al momento, ci piace ancora pensare. Sono rischi più sottili, più insidiosi, e proprio per questo forse ancora più pericolosi.
Viviamo in un tempo nel quale la paura viene spesso trasformata in strumento politico, nel quale la complessità viene ridotta a slogan, nel quale il conflitto permanente sembra aver sostituito il confronto democratico. Un tempo in cui troppe persone si sentono sole, marginali, escluse dai processi economici e sociali; un tempo in cui la disuguaglianza rischia di diventare normalità e nel quale la fiducia nelle istituzioni democratiche appare sempre più fragile.
Ed è proprio nei momenti in cui cresce la sfiducia che diventa necessario tornare al significato più autentico della Repubblica.
La Repubblica non coincide soltanto con le sue istituzioni.
La Repubblica è un patto di corresponsabilità tra cittadini.
È la convinzione profonda che la libertà individuale abbia senso soltanto se accompagnata dalla giustizia sociale, dalla solidarietà e dal riconoscimento reciproco.
Per questo le battaglie di ieri non appartengono soltanto alla memoria, ma continuano a parlarci.
Ci parlano le donne che rivendicarono il diritto di voto quando sembrava impensabile.
Ci parlano i giovani che scelsero la lotta partigiana sapendo di mettere a rischio la propria vita.
Ci parlano i padri e le madri costituenti che, dopo aver conosciuto la violenza del totalitarismo, scrissero una Costituzione capace di mettere al centro la persona, il lavoro, la pace, l’uguaglianza sostanziale.
Quelle donne e quegli uomini ci hanno consegnato una democrazia incompiuta ma viva, fragile ma preziosa, che chiede ogni giorno di essere abitata con responsabilità.
E allora il compito della nostra generazione non può essere soltanto quello della commemorazione. Troppo poco. Troppo comodo.
Abbiamo il dovere di restituire senso alle parole comunità, partecipazione, giustizia sociale, uguaglianza. Abbiamo il dovere di contrastare la cultura dell’odio e della semplificazione, di difendere il valore della conoscenza, della scuola, della cultura come strumenti di emancipazione democratica. Abbiamo il dovere di costruire città nelle quali nessuno si senta invisibile o irrilevante.
Anche da qui, da una città come Crema, passa la qualità della nostra democrazia.
Passa dalla capacità di tenere insieme le differenze senza trasformarle in divisioni.
Passa dalla cura degli spazi pubblici, delle relazioni, dei servizi, delle opportunità offerte ai giovani e della dignità riconosciuta agli anziani e alle persone più fragili.
Passa dalla scelta quotidiana di considerare la politica non come esercizio del potere, ma come servizio e responsabilità verso gli altri.
Ottant’anni fa l’Italia seppe scegliere la speranza quando tutto sembrava perduto.
Oggi, forse, la sfida più grande è non smarrire quella stessa speranza dentro il rumore del presente, dentro la velocità che consuma ogni cosa, dentro il rischio di diventare una società incapace di memoria e quindi incapace di futuro.
Celebrare la Repubblica significa allora assumersi un impegno: continuare a renderla ogni giorno più giusta, più umana, più vicina alle persone.
Non perfetta, ma viva.
Calamandrei disse che “la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi!”.





