Care concittadine e cari concittadini,

sei anni sono trascorsi da quei giorni che hanno cambiato profondamente le nostre vite. Sei anni da un tempo sospeso, che ci ha impegnato a rileggere ogni cosa della nostra vita: priorità, comportamenti, le stesse emozioni. Un tempo in cui una distanza innaturale tra le persone è diventata necessità di sicurezza e il silenzio surreale delle nostre città, rotto solo dalle sirene ricorrenti, esprimeva meglio di ogni parola il senso di smarrimento che ci aveva improvvisamente pervaso.

Non ci fu, tuttavia, troppo tempo per l’incredulità, perché subito furono necessari la risposta, l’azione, il coraggio e la responsabilità collettiva. E così facemmo, come gli italiani forse sanno fare come pochi popoli al mondo quando si trovano ad affrontare situazioni di emergenza.

Oggi possiamo utilmente impiegare il nostro tempo non con il semplice ricordo, ma anche riconoscendo ciò che quella esperienza ha lasciato dentro di noi, come comunità e come persone.

Il dolore non si è cancellato. L’assenza delle persona che abbiamo amato resta, intima e definitiva. Resta nelle case, nelle famiglie, nei gesti quotidiani che improvvisamente hanno perso almeno una parte del proprio significato.
A tutte queste persone ed ai loro famigliari va, ancora una volta, il nostro pensiero affettuoso.

Ma il tempo ci ha anche consegnato uno sguardo diverso. Se allora eravamo immersi nell’emergenza, oggi abbiamo la responsabilità di una memoria consapevole, che non si limiti a commemorare, ma che orienti le scelte, che ci interroghi su quale tipo di comunità vogliamo essere, alla luce di ciò che siamo stati.

Abbiamo imparato quanto siano essenziali i legami. Quanto conti prendersi cura gli uni degli altri. Quanto sia fragile l’equilibrio su cui si regge la nostra quotidianità.

E in mezzo alla fatica abbiamo visto emergere il volto migliore della nostra comunità cittadina: la dedizione silenziosa di chi ha continuato a svolgere il proprio dovere, lavorando per gli altri, a cominciare dal personale sanitario; la generosità diffusa; la capacità di non lasciare indietro nessuno e di avvertirlo come un imperativo morale che non ammette defezioni.
E se questa fu una reazione naturale di fronte all’emergenza, significa che questo sentimento esiste dentro di noi e può e deve ispirare la nostra quotidianità, come patrimonio umano che non possiamo permetterci di disperdere.

Oggi, a distanza di sei anni, il rischio maggiore in giornate come questa è l’abitudine. Il rischio di archiviare, di considerare quel periodo come qualcosa di chiuso, lontano, superato. E se è chiaramente così, in termini epidemiologici, la memoria non è mai un esercizio del passato, ma il presupposto di un impegno presente.

Ricordare significa quindi continuare a dare valore alla Salute come diritto fondamentale, alla solidarietà come scelta perseverante, alla responsabilità individuale come parte di un bene collettivo quotidiano.

Per questo, nel raccoglimento di questa giornata, un invito che rivolgo a me stesso prima che a tutti voi è di portarci dentro questo ricordo, a farne una bussola capace di guidarci nelle piccole azioni di ogni giorno. Perché la vita, il suo valore, la sua qualità, non è nient’altro che la somma di queste ultime.

Rivolgiamo un pensiero a tutte le vittime, a chi ha sofferto, a chi ancora oggi porta segni visibili e invisibili di quella stagione. E rinnoviamo, insieme, un patto semplice, ma essenziale: quello di restare comunità, anche al cessare dell’emergenza. Perché è proprio qui che si misura realmente la nostra capacità di non dimenticare e di dare a ciò che è stato l’unico senso possibile.

Grazie.

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