Il ritorno di Calabiano Moresco, il tirchio

Il ritorno di Calabiano Moresco, il tirchio

“Ciao papà come ti va?”

Lascia perdere. Mi sono messo a coltivare basilico ma finora né viene fuori un bel niente.

“Per forza, siamo in inverno; potrebbe crescere se sul terrazzino attrezzassi una serra di tipo industriale. Ma forse potresti provare nel bagno… Sai com’è, umidità derivata dai vapori della doccia, afrori da evacuazioni intestinali ma, soprattutto, alle nasciture piantine gli devi parlare, le devi vezzeggiare, ché a loro piace tanto.”

Finito di fare il coglionazzo? Scommetto che ti è capitato tra capo e collo un altro morto, che non è morto a casa tua però è stato ammazzato.

“L’hanno fatto fuori a Milano, dove da un po’ di tempo s’era trasferito, ma le radici le aveva piantate da queste parti. Niente che ci riguardi, ché è competenza della questura milanese, ma sai com’è, la curiosità. Tu hai conosciuto il padre, che si dice s’era messo in giri troppo grossi.”

Sì, ho letto il giornale, del morto niente ne so, ma il padre era soltanto uno sbrodolone di lingua lunga, un millantatore, ma manesco quel che basta per farsi rispettare dagli ultimi ubriaconi della mezzanotte e farsi regolarmente pizzicare dalle pattuglie, una volta in un paesino e un’altra qualche chilometro più vicino. Insomma, un casinista cui nessuno faceva credito, neppure noi.

“Grave errore, maresciallo.”

Capitano, con il dovuto rispetto, non incominciare a rompermi le scatole.

“Sembrerebbe che ci sia di mezzo una donna…”

Di chi, del padre o del defunto? A dar retta al primo, se le era scopate tutte, dalla bella Rosina che vien dal prato fino alla regina Vittoria, e in quanto al secondo, nato da una relazione deragliata quasi subito, allora era ancora troppo piccolo, anche per tirarsi le seghe. Il figlio, però, venne riconosciuto dal padre quando la donna morì in un incidente stradale.

“Niente altro ti viene in mente? Giusto per dare una mano ai colleghi della Polizia. No? Vabbè, ciao maresciallo. A proposito, per il basilico, hai provato a mischiare il terriccio con i fondi del caffè?”

Capitano, sempre con il dovuto rispetto…

Ci mancava anche il morto milanese. Del resto un capitano dei “caramba”, oltre tutto di primo pelo, non può che essere un rompi balle. Bravo figliolo…

Ma com’è che a volte lo chiamavano il vecchio? Da quelle parti dicono ṡorànòmm o anche  scòrmàgna, il soprannome e, se non ricordo male, a lui ne avevano affibbiati un paio.

In quanto a te, basilico del cazzo, o cresci o ti mando a cagare, capito! Oddio, mi sono messo a parlare con le piante! Forse dovrei consultare un medico.

Questioni di donne, dice il capitano. Le donne sono imprevedibili, baciano il rospo e ti fanno saltar fuori il principe azzurro. Ma mica sempre è vero, perché ci sono anche quelle sfigate: baciano il rospo e invece ti salta fuori uno spilorcio che mette da parte anche i bottoni spaiati, ma che non perde il vizio d’inseguire le sottane. È cosi che di solito i matrimoni finiscono male.

Eccoli i soprannomi, che adesso ricordo: piœucc il primo: “Ghe crôda nânca la pèll d’on piœucc”, gli dicevano alle spalle. Certo che ‘sti polentoni quando si mettono a parlare tra di loro, chi li capisce è bravo davvero! E poi quell’altro, riferito alle donne, forse ṡtrûsa ṡòcc. A volte è una bella fregatura non essere di madre lingua longobarda.

Comunque andiamo avanti, che una certa idea ce l’ho. Il “sottaniere indomabile”, prova e riprova, qualcuna altra deve averla intortata oppure, cosa più probabile, la signora in questione s’era fatta intortare di proposito, perché da quella bocca larga non potevano uscire solo fesserie. I principi hanno regni e tesori e perché quel pirla, tirchio com’era, non poteva avere qualche soldo da parte, il tesoro promesso e però mai rivelato? Le donne sanno essere caparbie e allora deve aver pensato che, dagli oggi e dagli domani, “vedrai che a furia di sesso gli sfianco anche il cervello e allora…”

Bella idea mi pare, quasi quasi mi metto a rapporto dal capitano. E se poi mi manda a cagare? Chi se frega e poi un capitano dei carabinieri non manca mai di rispetto al proprio padre. Avanti, dunque.

Sono il maresciallo Calabiano Moresco, mi passi il capitano per favore.

“Maresciallo, è un piacere sentirla e come sta il suo basilico?”

Piantone!!!

“Comandi maresciallo, mi scusi, le passo il capitano… Pronto capitano, c’è al telefono…”

Senti un po’, sei stato tu a mettere in giro la voce che sto coltivando il basilico?

“Maresciallo, adesso non posso… Ho da fare, sono a colloquio con il signor colonnello.”

Con il dovuto rispetto, me ne fotto, signor capitano! Punto uno, non si azzardi mai più a parlare del mio prezioso Ocimum basilicum, soprattutto in caserma. Punto due, verifichi se il morto aveva un fratellastro; punto tre, quale donna glielo aveva procurato; punto quattro, se le voci del villaggio parlavano di un bottino nascosto. È un ordine!

“Va bene, sissignore, comandi maresciallo, ma adesso mollami ché sono a rapporto con il signor colonnello.”

“Capitano, ma che sta dicendo? Sissignore, comandi maresciallo!? Ma si rende conto… Ma chi è costui, questo maresciallo che s’azzarda a dare ordini a un superiore?”

“È mio padre, signor colonnello.”

“Il maresciallo Moresco… Quello con il nome di battesimo un poco strano, Calabiano mi pare?”

“Sissignore, signor colonnello.”

“E allora che aspetta capitano? Esegua gli ordini. Eccheccazzo! Freghiamo in volata i pulotti e al commissario gli facciamo venire il mal di fegato.”

“Sì, pronto. Che c’è ancora piantone? Gli ordini erano che… Chi?! Passamelo. Buongiorno commissario, mi dica… Sì, certamente, faremo le verifiche, a risentirla, signor commissario.”

“Capitano, la vedo perplesso”, disse il colonnello.

“Il commissario ha chiesto la nostra collaborazione e di appurare se il padre della vittima avesse avuto, tempo fa, un figlio da parte di una certa signora…”

“Siamo stati battuti sul filo di lana. E se la soffiata l’avesse fatta proprio Calabiano?”

“Colonnello, eccheccazzo sta dicendo!!!”

 

“Sì, il vecchio aveva regalato un fratellastro al nostro giovane defunto, riconoscendolo allo stato civile. Due sconosciuti con lo stesso cognome del padre, entrambi eredi alla pari di quella ipotetica fortuna fatta di bottoncini messi da parte da chi soffriva di peniafobia…”

Eh?!

“Ma sì, deriva dal greco penia, povertà, e il vecchio ne aveva paura, ma non di certo pensando al futuro dei figli. Lo faceva così, per accumulare. Ecco come potrebbero essere andati i fatti. Il fratello numero due viene a sapere del presunto bottino tramite le imbeccate della madre e si mette sulle tracce del fratello numero uno. Lo trova e lo accoppa, naturalmente creandosi la necessaria copertura. Quando verrà scovato, dirà dov’era il giorno del delitto. Ma quello che non torna è che i soldi non ci sono. L’Interpol ha rotto le balle alle banche del mondo intero, solo per sapere se fosse presente un conto corrente intestato al nome del vecchio. Niente, neppure in codice. Dunque, abbiamo un morto e un sospettato, punto.”

Capitano, il vecchio è ancora vivo?

“Sì, campa con il sussidio dei Servizi sociali presso una casa di riposo per anziani. Gli danno la prima colazione, il pranzo e la cena con un quartino di vino e cambiano i lenzuoli una volta alla settimana. Lo hanno ricoverato che era un po’ fuori di zucca, ma sembra che non abbia perso le buone abitudini. Mette da parte le briciole di pane e allunga le mani con le infermiere.”

Brutta storia. Abbiamo un ragazzo morto e un altro, suo fratello, che probabilmente verrà accusato di omicidio per aver dato retta a una madre risoluta ma avida. Che tristezza.

Ma forse potremo ritrovare quei dannati soldi, il movente che ha causato questa tragedia assurda. Peniafobia, hai detto che si chiama, vero? Un malanno che tocca soprattutto ai poveri cristi i quali, sempre diffidenti, per i loro averi preferiscono il materasso ai conti correnti. C’è da credere che quando al vecchio è stato applicato il Trattamento sanitario obbligatorio, la sua abitazione sia stata sgomberata. Da chi? Troviamolo, e troveremo anche chi ha messo le mani sul materasso. Magari adesso se la spassa ai Tropici.

Beppe Cerutti

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