Il Tennico del Crema 1908, il volo di Icaro

Il Tennico del Crema 1908, il volo di Icaro

Non ditemi che è ancora incazzato con Giove Pluvio, perché altrimenti me ne vado da un’altra parte.

Ben altro è l’assunto, caro mio; è sì in crisi mitologica, ma questa volta non per l’acqua bensì per il fuoco. Icaro, per esempio, mai sentito parlarne? Ti prego di cogliere la sottile metafora, visto che non sei ancora sbronzo: volò ad alta quota con ali di piume e cera e… patapunfete, cadde col culo per terra perché s’avvicinò troppo al Sole. Capito?

Forse, ma forse è meglio che torni a casa, perché qui tira un’aria che non so bene se è da Settimana enigmistica o da piazza delle Rimembranze.

Cerca di capire, zuccone. Volavamo ad alta quota, terzi in classifica proprio ai danni del Vallecamonica, che però nel fango del Bertolotti ci ha privati del sogno di continuare a volare, complice anche quel cornuto di un arbitro, che ci ha negato due rigori, dico due rigori cazzo! Per il resto, comunque, poco o niente e così siamo ritornati al punto di partenza.

Sì, va bene, ma quello là che cazzo ci fa seduto sul tavolo alla maniera dei bonzi?

Medita, alla ricerca di una via d’uscita, anche perché domenica prossima andiamo a giocarcela sul campo dell’Aurora Travagliata, altra di quelle toste. Bisogna raccogliere tutte le risorse interiori.

In quel mentre Calvo Pépàsh parlò: “Ma chi cazzo me l’ha fatto fare di sedermi a questo modo, che ho le gambe che non le sento più. Si chiami un carro attrezzi, per la madonna! E comunque sappiate, gentaglia di poco conto, che come l’Araba fenice, noi risorgeremo!”

Cazzo, ancora con ‘sti arabi, che palle!

Beppe Cerutti

 

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