Il Tennico del Crema 1908, l’aggancio

Il Tennico del Crema 1908, l’aggancio

Com’era solito fare nell’attesa degli esiti della domenica calcistica, Calvo Pépàsh stava meditando ad alta voce sulla impalpabilità dei massimi sistemi. Per il Benito si trattava soltanto di atteggiamenti istrionici a declinazione scaramantica: “Si sta facendo la solita sega mentale, meglio lasciarlo perdere altrimenti ti attacca un bottone da esaurimento nervoso.”

Il mercoledì precedente s’era giocato il recupero tra l’Orsa Trismoka e la Grumellese, prima in classifica, vincitrice della sfida e ora a più 11, con seria ipoteca al primato finale. Poi il Pedrocca che ne rifila tre in trasferta al Sarnico e, “meditiamo gente”, il Rezzato che pareggia con il Villongo e “ci rosicchia un punto.”

“Per esempio, lo scibile umano…”

“Ecco, cosa ti dicevo? Dai, andiamo a fare un giro in piazza a guardare il culo alle ragazze, così magari recuperiamo qualche diottria, altrimenti quello lì ti sfarina i cosidoni coglietti come le patate bollite al vapore!”

“Lo scibile umano, nanerottoli! Ogni ambito che ne partecipa lo fa a modo suo, utilizzando un linguaggio specifico, sovente incomprensibile al vicino di casa. Prendiamo il calcio. Il Presidente dichiara: ma quale salvezza e/o media classifica, voglio i play off. Bene. Prendiamo la politica internazionale. Il Presidente della Corea del nord, dopo aver assistito al lancio di un missile a propulsione elastica, dichiara: “Ce la giochiamo alla pari con le grandi potenze, con loro andremo ai play off. Se vogliamo restare sulle generali, si tratta di concetti attinenti”, aggiunse scuotendo la testa, tutt’altro che convinto.

Ma torniamo al calcio. Per non scadere nel triviale la stampa specializzata suggerisce la metafora degli specchietti retrovisori (vedere negli) quando una squadra è a ridosso dell’altra. Calvo Pépash, libero da obblighi diplomatici, ma immerso in una nube di pessimismo dopo due sconfitte di fila, fece proprio un linguaggio più esplicito: “Siamo nella tana del lupo, che ci è a pochi metri dalle chiappe.” Nella fattispecie, per l’appunto, il Rezzato, sesta posizione, sebbene con tre lunghezze di svantaggio, deciso a vendere cara la pelle.

“Ma che vadano da un’altra parte a vendere pelle per palle, che se poi la vendono bene ce li troviamo a braccetto.” Il sottilissimo e allusivo gioco di vocali tra le palle e la pelle venne afferrato anche dal Barista, perché vide il locale svuotarsi rapidamente: “Torniamo più tardi”, gli dissero i più educati per tranquillizzarlo.

I primi “esodati volontari” rientrarono dopo un paio d’ore, a partita conclusa, e trovarono Calvo Pépàsh percorso lungo la verticale da un principio di catalessi eburnea (che cazzo voglia dire non lo so, ma è utile per conferire il necessario pàthos alla tragedia in corso, ndr).

“Certo che da un po’ di tempo a ‘sta parte è diventato strano.”

“Strano dici? No, no no, l’è prôpi àdree àndâ fœûra de melôn. Vàrdâ lì me lè ràngiâ, pôer òmm.”

Scongiurata l’ipotesi di una paralisi con un infuso caldo di salsapariglia messicana, gli Scorbutici assistettero a una straordinaria metamorfosi, citata in un raro in folio del primo Seicento attribuito a un anonimo alchimista al servizio dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo e oggi conservato presso il castello di Hradčany, a Praga. La metamorfosi, stavamo dicendo: da pallido catalettico a tizzone ardente alla maniera di Cecco Angiolieri e animato da incontenibile collera, degna di un autentico brusacristi cremasco.

Insomma, ma si può sapere che cosa è successo, senza stare lì a tirarla tanto per le lunghe?

A ghè sücèss, cara el me sifolòtt de mênta, che i pedemontani del Rezat ci hanno nichelati per bene (voce del verbo annichilire, transitivo) e ora si sono agganciati. E lo sai perché siamo stati coglionati? Perché invece di ascoltare i miei suggerimenti il Mister preferisce fare di testa sua, dico, s’è visto mai? Dico, sono tre sconfitte di fila, mica pugnette, veh!”

In quel tardo pomeriggio domenicale Calvo Pépàsh fu visto aggirarsi furtivo nei pressi della cattedrale. Messo sull’avviso, il parroco non lo perse d’occhio (“Ci mancherebbe altro che quello scomunicato piromane commetta qualche pazzia!”) E invece no, con grande stupore del sacerdote, che lo vide accendere un cero: “Se domenica prossima la svanghiamo contro l’Orsa Trismoka, prometto di non bere più caffè”, pronunciò ad alta voce. Poi sgattaiolò di nascosto, così com’era arrivato.

Superato l’attimo di smarrimento, il prete si chiese: “Ma quando mai ha bevuto un caffè quello lì?”

Beppe Cerutti

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