Il Tennico del Crema 1908, l’eptacaidecofobia non è retroattiva

Il Tennico del Crema 1908, l’eptacaidecofobia non è retroattiva

È mai possibile che l’erba di un campo di calcio si trasformi all’improvviso in un grande orto d’insalata riccia, per giunta già condita? Di che si sta parlando lo sa bene il cronista d’assalto, perché mai partita fu seguita con tanta trepidazione. La notizia della vittoria per 3 a 1 sul Palazzolo, che teneva in piedi le speranze di accedere ai play off (Darfo Boario e Rezzato sconfitte) trovò comunque gli Scorbutici assai provati. Per colpa di quel fottuto venerdì 17, quando Calvo Pépàsh fece un brutto sogno, che di seguito narriamo affinché i posteri possano comprendere, e non più temere, i segni misteriosi del fato.

Il sogno di Calvo Pépàsh

Il 17 aprile 2015 cadeva di venerdì e pioveva. Per prudenza gli Scorbutici rimasero chiusi in casa. Non ché fossero superstiziosi, però di recente troppi vasi di gerani avevano preso il volo per poi precipitarsi da notevole altezza direttamente sul cranio di ignari tifosi nerobianchi: meglio dunque non forzare la mano della sfiga. Calvo Pépàsh si riteneva indifferente a simili facezie ultramondane, così come i suoi più stretti sodàli, vale a dire il Ragionier Nemo e il Benito. Insieme si stavano dirigendo verso il Bar Sport quando, all’improvviso, cadde dal cielo un lungo e consistente segmento in acciaio che si rivelò essere un binario ferroviario. La mente razionale trasmise alla lingua del più istruito dei tre una considerazione stringente: “Cazzo, mi sembra il classico làor cremàsch. Se hanno intenzione di raddoppiare i binari della linea ferroviaria non è certamente qui che devono depositare il materiale. Cazzo, avrebbe potuto ucciderci!” Per comprensibili ragioni di sicurezza i tre si disposero in fila indiana camminando rasènte ai muri delle case e con l’ombrello aperto: i vasi di fiori, è risaputo, sono sempre in agguato. Enorme fu il loro stupore quando trovarono il Bar Sport con la saracinesca abbassata. Un foglio di carta appiccicato col nastro adesivo e scritto in fretta e furia recitava: “Chiuso per sopravvenuta eptacaidecofobia. Firmato: il Barista.” Che giaceva al suolo come uno che avesse esaurito tutti i neuroni disponibili, stringendo nella destra un pennarello e nella sinistra un ritaglio di giornale dove si precisava che la parola ricopiata derivava dal greco antico. Non solo: tutt’intorno si vedevano i resti di una navicella Soyuz, caduta proprio lì direttamente dallo spazio: “L’ho sempre detto che la tecnologia sovietica fa cagare”, disse il Benito.

Tra sogno e realtà

Calvo Pépàsh si risvegliò in un bagno di sudore e prima ancora di precipitarsi in bagno per dare sfogo alla vescica incazzata e urlante (“Smettila di bere, ubriacone!”) si fermò un momento davanti al lunario: “Sì, oggi è venerdì 17, brutto affare. Che fare con le masse? E mentre così s’arrovellava non tenne conto dell’attimo sfuggente, ché quando la natura preme non ci sono cazzi che tengano, e si ritrovò con le braghe del pigiama ridotte da fare schifo. Decise che sarebbe rimasto chiuso in casa fino a domenica, per avere la certezza che gli influssi malefici esaurissero il loro nefasto effetto.

Il giorno festivo, con una faccia ancora turbata per l’incubo, cercò di ridere di se stesso esorcizzando l’accaduto: “È stato solo un brutto sogno, forse perché ho mangiato troppa peperonata”, andava ripetendosi mentre si recava al solito posto per seguire la partita insieme agli altri Scorbutici: “Giochiamo a Palazzolo sull’Oglio contro il fanalino di coda, che domenica scorsa ne ha beccati sei. Sulla carta siamo favoriti.”

“Oèi Calvo, oggi mi sembri un po’ spiegazzato. Che niente niente ti sei sognato di femmine lussuriose? Si chiamano polluzioni notturne, ah ah ah.”

“Ma vai a cagare, stronzo! Piuttosto, riassumiamo. Voi tutti, che cosa avete fatto venerdì?” “Ho aiutato mia suocera a raccogliere i resti di uno specchio andato in mille pezzi.” “Per sbaglio ho rovesciato il sale nel caffè e allora, sai com’é.” “Stavo facendo il cruciverba quando incappo nel 17 orizzontale, nove lettere: felino a quattro zampe che mena gramo, che sarebbe gattonero. Sono tornato a letto.” “Mentre mi apprestavo a uscire di casa, all’improvviso mi si è allargato l’ombrello, sai di quelli col bottone che si aprono automaticamente. Sono tornato indietro per aggiustarlo.” “Ho dimenticato il fez sul letto” ammise il Benito. “C’era l’elettricista in casa, che mi stava cambiando le lampadine e io sono passato inavvertitamente sotto la scala aperta”, confessò il Ragionier Nemo: “A volte un attimo di distrazione capita a tutti, eccheccazzo!” Infine lo sguardo di tutti si rivolse verso il bancone: “Oooooh, che cazzo volete da me?! Visto che c’era nessuno ho chiuso un po’ prima.” “Alle nove del mattino?” s’alzò una voce dal fondo. “Dovevo ricaricare i neuroni, va bene?!”

L’inquietudine percorreva la verticale di Calvo Pépàsh, anello per anello partendo dal cervelletto per scendere all’osso sacro e quindi risalire, sembrava un ascensore impazzito: “Notizie da Palazzolo sull’Oglio?” “La partita è appena cominciata e per il momento nessuna nuova, a parte che venerdì scorso l’erba del campo del Palazzolo si è trasformata in insalata riccia già condita, cosa che rende difficile il controllo di palla.”

Però, riccia o non riccia, condita o no, la radiolina gracchiava con entusiasmo: i ragazzi ci sono passati sopra come un treno e il Ragionier Nemo fece un appello: “Se qualcuno trova in giro un tronco di binario lo recapiti immediatamente a Trenord.” Il Benito si disse disponibile a fornire fucili da caccia: “Chi vede gironzolare per aria residui di satelliti provenienti dall’Urss è autorizzato a sparargli.” Calvo Pépàsh, finalmente euforico, estrasse dalla manica l’arma segreta: “Domenica prossima, contro i discendenti degli antichi mercanti bovari di Darfo noi abbiamo l’arma segreta.” E apparve la gigantografia di un maestoso bisonte, che il Barista pose a fianco del presidente e del lottatore di Sumo.

Beppe Cerutti

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