Il Tennico del Crema 1908, ma chi è ‘sto Giove Pluvio?

Il Tennico del Crema 1908, ma chi è ‘sto Giove Pluvio?

Alla notizia che l’Orceana era passata in vantaggio, correva il 27° minuto del primo tempo, Calvo Pépàsh ebbe una reazione incontrollata di forte disappunto; una contrarietà che minacciava di accrescersi in maniera esponenziale e per contenere la quale non trovò di meglio che mettersi a misurare in lungo e in largo l’area calpestabile del Bar Sport. Una deambulazione irrequieta, a tratti addirittura spigolosa, accompagnata da un sordo quanto tormentato brontolio di cui pochi riuscirono ad afferrarne i contenuti.

“Orceana, un nome che evoca scenari mitologici ma anche apocalittici: ci voleva anche Giove Pluvio a rompere i coglioni. La scorsa settimana c’era il Big Snow e adesso ‘sto pirla olimpico si mette a litigare con la moglie.”

“Ma con chi ce l’ha?”

“Boh, con uno che conosce lui, ma non è di Crema.”

“Mi pareva, perché a Crema di Giove Pluvio proprio non mi risulta.”

“Però – disse un terzo – uno che ci dicevano il Giove faceva il bergamino a Palazzo Pignano…”

“Ma va là, quel lì l’è el bechee de Scanibô, che poi ha sposato la prima dei Giovenardi…”

E così, mentre i meno addentro nelle cose del calcio si erano ormai catapultati nella ricostruzione genealogica di Giove Pluvio, all’interno del pubblico esercizio si era venuta a creare una situazione paradossale, degna di una sequenza cinematografica dei fratelli Marx: strada facendo la peripezia di Calvo Pépàsh aveva raccolto nuovi viandanti, a cominciare dall’intero Stato maggiore degli Scorbutici, ognuno dei quali chiedeva all’altro: “Ma che cazzo stiamo facendo?” “Boh, però procediamo.” Cosa che si protrasse fino al termine del primo tempo dopo di che, in segno di solidarietà nei confronti dei giocatori rientrati negli spogliatoi, anche i pellegrini si concessero un intervello prendendo d’assalto il bancone.

Neppure il tempo di assaporare un paio di bianchini con relative acciughe d’ordinanza che già la demenziale marcia propiziatoria s’era rimessa in movimento, condotta da un Calvo sempre più invasato e monotonamente orante: “Ragazzi, bisogna pigiare sull’acceleratore, giù a tavoletta!”

L’accorato appello venne esaudito dopo 18 minuti di autentica sofferenza, quando ormai sembrava che il diluvio universale e le acque del Serio si fossero congiunte: diagonale fulminante di Dell’Anna e reazione isterica degli Scorbutici, che si riversarono ululanti per strada, incuranti della pioggia battente. Spezzato l’incantesimo maligno il Bar Sport prese a risuonare di grida sgangherate e brindisi, anche alla salute di Giove Pluvio: “Ma chi? Chel de Bagnôl o chel de Pandì?” E mentre ancora ci si complimentava a vicenda per lo scampato pericolo ecco l’eco “apoteotica” giungere dalla prospiciente via De Gasperi: raddoppio di Marchesetti al 36°.

È proprio vero che i misteri del calcio sono indecifrabili e, soprattutto, si manifestano nei modi più impensati. Infatti, al posto di un tripudio augusteo, all’interno del locale calò il silenzio, o meglio, si poteva udire un brusio sommesso ma persistente, quasi implorante: arbitro, tempo.

Quando finalmente la partita finì e con essa anche la tensione accumulata, a Calvo Pépàsh tornarono alla mente le parole profetiche del presidente: “Le partite si giocano una alla volta”. Un ritratto giovanile del fiero patron fece la sua timida apparizione sopra la macchina del caffè.

Beppe Cerutti

 

 

 

 

 

 

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