Il Tennico del Crema 1908, sì però… (penultimo atto della saga)

Il Tennico del Crema 1908, sì però… (penultimo atto della saga)

Fu in quella nefasta occasione, a risultato conseguito, che Calvo Pépàsh, per la prima volta nella sua lunga vita, fece ricorso a un cardiotonico non proveniente dalle premiate cantine del Bar Sport bensì da una nota industria farmaceutica tedesca. Forse un senso di colpa, ma sicuramente una botta da stroncare anche Topolino: addio al sogno.

Va tuttavia precisato che il primo abbozzo del quadro entro il quale, poi, prese forma la veglia funebre, cui parteciparono anche le prefiche congiunte dei dolenti Scorbutici, già dall’inizio era adombrato da sinistri presagi. Per dirla proprio tutta, sembrava il consueto scarabocchio generato da cavillosi arrovellamenti interni. Cosa del resto non nuova: più la posta in gioco era alta, più ci si arrovellava. Un esempio può essere fornito dalle scuole di pensiero che si costituirono a poche ore dall’inizio della gara e che si confrontarono a muso duro lungo l’ambiguo confine della retorica metafisica: “Non abbiamo niente da perdere”, dicevano gli uni, infervorati; “Non è vero, abbiamo tutto da guadagnare”, sostenevano gli altri, sprezzanti. Nella realtà, come ben sappiamo, erano soltanto sottigliezze intese a giustificare la presenza di innumerevoli bicchieri di vino bianco schierati sul bancone fin dall’ora d’apertura, ma l’accanimento era genuino e degno del Senato romano di fronte alla calata degli Unni. Questi e i Camuni per gli Scorbutici era un sol fascio.

Oltre la disputa etilico-accademica vi erano però altre questioni d’affrontare, queste sì d’indubbia natura pratica. Per esempio: Calvo Pépàsh e i suoi Scorbutici erano talmente abituati a seguire le partite dei nerobianchi, sia quelle casalinghe che le trasferte, standosene comodamente seduti al Bar Sport, che la sola idea di approfittare dell’opportunità offerta dalla società (trasporto gratuito per Darfo) li riempì di terrore. Da un lato capivano che era assolutamente necessario sostenere la squadra in maniera diretta; dall’altro erano assai restii ad abbandonare le abbondanti libagioni disponibili in loco. Insomma, erano dibattuti, incerti. In questo caso, a cavare le castagne dal fuoco, ahinoi! contribuì la solita voce dal fondo: “Me ho fatto avanti e indietro per 40 anni in veste autorizzata di pendolare sulla linea delle corriere per e da Milano, tanto che ancora oggi, quando sento il rumore della messa in moto di quei càdenàss, mi vibrano i marroni, le busecche e anche la crapa. Di torpedoni non né voglio più sapere. E poi è ormai voce diffusa che portiamo sfiga.” La doppia precisazione trovò largo consenso tra i presenti, e non tanto per la sfiga quanto piuttosto perché la maggior parte di loro aveva condiviso quelle tribolazioni. Palla al balzo e richiesta di mozione al proposito (“Le vibrazioni prodotte dalla messa in moto della diligenza fanno male al fegato”). Consultato lo Statuto, che in tutta la sua estensione risultava di libera interpretazione, l’oggetto all’Odg venne approvato all’unanimità con voto palese. Il Barista ci aveva messo del suo: “Per chi approva due giri a gratis”. Ma io veramente avrei ancora qualche dubbio…” “Tre giri a gratis!” Non l’avesse mai detto! Il mercanteggiamento andò avanti per un po’, finché si trovò un compromesso: la prima damigiana a gratis, però escluso qualsiasi tipo di stuzzichino e previo tagliando per scoraggiare i furbetti.

Nânca ‘na spàgnolèta de pelâ?

No!

Te sett on sênsa vergôgna, stemègnôn de la màdôna!

“Va bene, però uan moment pliss”, disse ancora la voce dal fondo: “L’è Lugana o l’è el vin bàtesaa ala bôna per i kartoffen in vàcànsa al mâr?”

Si aprì un’altra accesa disputa, alla fine della quale un’apposita commissione si recò in visita alle cantine: se ne persero le tracce, tanto che, per precauzione, dovettero intervenire i necrofori specializzati nel recupero di “oggetti” in condizione evidente di putrefazione etilica.

Per farla breve, gli Scorbutici si apprestavano a seguire la partita con in soliti mezzi di fortuna, ma consapevoli che la tensione sarebbe stata mitigata da vettovagliamenti assortiti. Pagando.

A questo punto, siamo nel pomeriggio di sabato, poco prima delle ore 16, inizio della partita, ignaro di tutto, riapparve il tizio che la domenica precedente si era recato in loco per l’acquisto dell’abbonamento settimanale della corriera. Si era presentato il giorno prima per due ragioni: 1) evitare cazziatoni da parte degli avventori; 2) evitare un altro mega cazziatone da parte della moglie, che dopo l’esperienza precedente aveva minacciato di toglierli la patria potestà sui figli. Scrutava dall’esterno, un poco incerto, perché con quelli lì non si sa mai cosa ti può capitare. Infatti: “Mo’ cosa fai lì fuori, stupidino?” Gli Scorbutici, che videro in lui un profeta di buona sorte, lo abbrancarono al volo e lo spedirono direttamente in cantina, in qualità di supervisore, a far compagnia ai membri della commissione di cui sopra. Sul resto, punto 3, stendiamo un velo pietoso perché il poveretto delirava: “A go vist de le robe che voi umani non potete immaginare.”

Questo, dunque, lo scenario entro il quale il Crema 1908 si giocava la semifinale dei play off: eliminazione diretta e un solo risultato possibile, vincere. Neppure un pareggio sarebbe bastato per eventuali tempi supplementari: la classifica era gaglioffa e i Camuni, anche impattando, sarebbero stati premiati.

Come sappiamo ora, i bresciani ebbero la meglio e ai nerobianchi non rimase che la soddisfazione di averci provato anche quando gli astri erano contrari.

I “sì però” si sprecarono con tanti, tantissimi i calici di consolazione, ma anche il Barista si sentiva un po’ giù.

Beppe Cerutti

 

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