Qualche anno fa su queste colonne, si mi piace usare ancora i termini giornalistici come se ci si riferisse alla carta, insieme ad un gruppo di altri giornalisti, opinionisti, operatori del settore abbiamo fatto un dibattito che chiamammo Movida o Novida legato al deserto culturale che stava travolgendo la Città Giocatolo (era troppo tempo che non usavo questa definizione che fa parte della storia del sito). Ne uscì una fotografia impietosa sullo stato in cui versava il fare cultura ma anche solo il divertirsi a Crema. Una cosa desolante.
Nel frattempo, per vicende personali varie per tanto tanto tempo ho smesso di osservare con attenzione alcune dinamiche. Età anagrafica, il periodo pandemico, problemi personali. Ma come tante volte i cicli e i corsi e ricorsi ti portano a riconsiderare alcune decisioni o a prendere nuove strade.
Ma questo non vuole essere un peana a quello che faccio personalmente. Ma solo l’incipit di un discorso più vasto e chi mi sta portando a fare delle riflessioni. Impressioni varie che tra le esperienze personali e quelle che vedo in essere oggi si sono coagulate quando mi sono trovato a leggere un articolo del quotidiano La Provincia che dà conto dei cinque progetti delle associazioni giovanili selezionati dall’Orientagiovani nell’ambito del progetto Call for ideas presentato dal Comune di Crema a Regione Lombardia. Proposte disparate che mettono assieme in un allegro calderone digitale, arte, multiculturalità, in un crogiolo di idee ed esperienze che se non si è attenti osservatori delle trame sotterranee della nostra città può sembrare incredibile.
Scorrendo l’articolo ci sono le foto di questi ragazzi, sorridenti, allegri, puliti, propositivi. Si sa che alla gente che legge i giornali piace vedere le immagini: le facce. E che facce ha oggi il nostro territorio e la nostra città a qualche anno da quel dibattito che ricordavo sopra che ci restituiva un panorama desolante? Ha la faccia di una città dove la Gen Z, per usare un termine tanto caro ai narratori delle cose odierne, sta facendo vedere attraverso la “spinta gentile” delle idee, a noi vetusti sopravissuti di un’epoca finita, che ci sono mille modi di fare le cose. Incredibilmente le loro facce sorridenti ci ricordano che si può parlare di adolescenti e giovani e con loro senza per forza parlare di sfighe, disagio, marginalità, senza che siano additati come un problema mostrandosi invece per quello che possono essere, una forza creativa, che invece sfida noi vecchi vetusti e disincantati a ragionare e parlare di futuro e del futuro del nostro territorio e della nostra città.
Da curioso e, senza falsa modestia, ancora attento osservatore e operatore della cultura locale in questi ultimi anni oltre che con le alcune realtà associative, mi sono trovato a venire coinvolto in mille cose diverse legate a realtà giovanili (mi si perdoni questa faciloneria nel definire le cose, ma è solo, come diceva Gaber, per metterci d’accordo sul significato delle parole). Lo scorso sabato mi sono prestato a fare da service per l’atto finale del percorso 57 giorni di legalità della Consulta dei Giovani, manifestazione a cui invece l’anno scorso avevo partecipato con uno spettacolo scritto ad hoc per il momento finale assieme all’amico Gio Bressanelli. In questa occasione, come in altre che dirò tra poco, ho notato quanto sia diverso il modo di approcciare la cosa pubblica da parte di questi ragazzi rispetto alla mia generazione.
E’ una dinamica già accaduta lo so, dopo gli anni del riflusso arrivano gli anni dell’impegno. Ne è una prova tangibile il Crema Pride, altra bella manifestazione a cui ho potuto partecipare quest’anno portando a casa una delle emozioni più belle di questi ultimi anni. Eppure, c’è ancora chi definisce questa generazione i bamboccioni, gli sdraiati, solo per citare due definizioni che arrivano dalla politica o degli opinionisti che ancora credono di essere quelli che vedono il mondo e te lo devono spiegare.
Questo è evidentemente un problema, nelle grandi come nelle piccole realtà, ci si ostina a rimanere legati a grandi vecchi che trattano i giovani con condiscendenza dicendo ancora cose come “lascia fare che ci penso io”, ancora prima di ascoltare cosa ragazzi e ragazze hanno da dire, di fatto rinunciando a vederli (che poi è la cosa che più cercano essere visti), a lasciarsi interrogare e stupire. Non è così che funziona e che deve funzionare. Ascolto, fiducia, spazio per provare e se necessario sbagliare prendendosi rischi e responsabilità, oneri e onori; che poi se ci pensate bene sono tra le cose che permettono ad una persona di diventare adulta.
Lo so che come al solito sto buttando tante suggestioni sul piatto. Ma è perché vedo tanti movimenti ci sono in atto. I nuovi media, le nuove forme di comunicazione, le nuove opportunità date dal progresso tecnologico stanno facendo si che sia in atto una rivoluzione culturale degna di quelle che tanto le generazioni come la mia o quelle precedenti alla mia hanno mitizzato.
Io dal canto mio, l’ho detto voglio tornarci, mi sto divertendo a fiancheggiare realtà nuove o strutturate ma comunque rivoluzionarie come modalità per dare quello che posso, amici come quelli che animano Alice nella Città a Castelleone o Crema Live Heart a Crema. Ecco forse questa è la chiave. Ognuno dovrebbe dare quello che può, senza pensare troppo a incasellarlo in strutture predefinite, visto che le strutture stanno mutandoci sotto i piedi e magari non ce ne accorgiamo. Perché per citare la frase di una canzone che gira in radio in questi giorni di uno dei nuovi autori molto vicino ai giovani ma che in questo caso rimastica e sputa un pezzo della mia generazione, “se ci pensi bene il cielo parte dai piedi”.
emanuele mandelli





