Le indagini del maresciallo Moresco, morte nell’orto

Le indagini del maresciallo Moresco, morte nell’orto

“Maresciallo, nell’atrio c’è un tipo che vuole assolutamente parlare con lei. Sta sbraitando come un ossesso è dice che non se ne va se prima non viene ricevuto. Maresciallo, quello non intende ragione e noi mica ci possiamo mettere a strattonare un vecchierello.”

Calabiano Moresco aveva uno sguardo carico di cupidigia sulla terza sigaretta della giornata, che si apprestava a gustare “di nascosto” nel bagno destinato al pubblico, una fornace areata anche d’inverno ma ciò non di meno puzzolente e ingrigita dal fumo come una bisca clandestina e utilizzata scientemente per contravvenire all’articolo 51 della legge n° 3 del 16 gennaio 2003, esposto in maniera visibile e inequivocabile a ogni angolo della caserma: un monito apprezzato ed esaltato dai non fumatori ma preso sul serio soltanto da qualche povero cristo senza permesso di soggiorno. Ripose nel cassetto l’agognato cilindretto e riassunse il cipiglio del combattente avvezzo a sbaragliare il campo dai rompipalle. “Fa’ un po’ passare ‘sto tizio…”

“Comandante, mi deve proteggere!” Il grido venne accompagnato da una risentita scrollata di gomiti indirizzata all’appuntato, forse colpevole di non avergli ceduto il passo. Indossava un gilet color blu cupo carico di tasche, come quelli usati da elettricisti e pescatori, sopra una felpa di cotone della stessa tinta, ma non abbastanza scura da occultare tracce di sugo rinsecchito sull’adipe pronunciato. Braghe stazzonate declinanti al grigio topo e scarpe che avevano conosciuto tempi migliori completavano l’abbigliamento. Testone brachicefalo, calvo con chierica larga e barba trascurata, il tutto sulla stessa tonalità della neve fradicia. Baffi rossicci sotto le narici, tipici dei tabagisti irrecuperabili e occhiali senza montatura, con una lente, la destra, vistosamente scheggiata all’angolo esterno.

“Dovete proteggermi, cazzo! Se no che ci stata a fare?!”

“Si calmi, si segga e intanto mi dica come si chiama.”

Già dal nome il maresciallo Moresco ebbe la consapevolezza di avere a che fare con una monumentale rottura di coglioni. Uno che di nome fa Emerenziano, di sicuro deve aver avuto un’infanzia difficile e lui, Calabiano Moresco, sull’argomento avrebbe potuto scriverci un trattato di sociologia e storia del costume.

“Dovete proteggermi, altrimenti ammazzo qualcuno!”

“Da chi dovremmo proteggerla e chi sarebbe questo qualcuno che lei non vuole ammazzare. Perché lei non lo vuole ammazzare, vero?”

Disturbi della personalità e stato confusionale. L’appuntato Mastrostefano la prognosi l’aveva fatta in un baleno e ora se la portava eloquentemente scritta in faccia: “Maresciallo, col suo permesso, sa… avrei una pratica da chiudere.” Se sperava di squagliarsela… “Capisco appuntato, però prima faccia accomodare di là il signor Diocleziano e raccolga la sua deposizione. E in quanto a lei, non si deve preoccupare, si tratta della classica goliardata estiva, niente di serio. Non ci cascano più neppure i giornali! Vada Poliziano, vada…”

Qualche ora dopo il signor Emerenziano Cerruti venne rinvenuto cadavere entro i recinti dell’orticello che era solito innaffiare tutte le sere poco prima del tramonto. Un vecchio forcone arrugginito era piantato nel terreno con i rebbi rivolti all’insù e a quello centrale stava appeso per la gola il corpo senza vita di quello che sembrava un fantoccio. Il morto era inginocchiato e il manico dell’attrezzo agricolo risultò conficcato per ben più di un paio di palmi; si sostenevano a vicenda in equilibrio stabile, raffigurando una macabra quanto grottesca composizione gotica.

 

“Mastrostefano, che ne sappiamo di questo Cerruti?”

“In gioventù è stato un tipo piuttosto turbolento, diploma liceale e iscrizione alla facoltà di Lettere, che non ha mai frequentato. Il libretto però gli serviva per andare e venire senza troppi problemi, anche se in quegli anni le sedi universitarie erano simili a porti di mare. Una quarantina d’anni fa aveva usato il paravento politico dell’esproprio proletario per razziare negozi e supermercati: denunce per furto, reati contro il patrimonio, resistenza a pubblico ufficiale, anche un’accusa di sedizione poi finita in nulla. Insomma, a San Vittore è entrato diverse volte, ma ne è sempre uscito con la fedina penale pulita, poi s’è sganciato dalle manifestazioni di piazza ed è sparito nell’anonimato delle persone comuni: accreditato come free lance ha fatto frequenti viaggi all’estero utilizzando in prevalenza le linee aeree dei Paesi dell’Est, molto più economiche di quelle occidentali. Escluse Argentina e Brasile ha fatto tappa in tutti gli altri principali Paesi sudamericani. Suoi servizi sono stati pubblicati da alcune riviste turistiche e soltanto dal Centro America ha raccolto materiale politico per conto di organizzazioni sindacali italiane. A prescindere da un matrimonio durato pochi anni, senza che ne seguisse il divorzio, niente altro. Sembrerebbe il curriculum di un avventuriero con le pezze al culo. Una decina d’anni fa è apparso dalle nostre parti. Proprietario della casa un cui viveva, due locali piuttosto mal messi nella zona popolare. Campava di piccoli lavoretti e di espedienti vari, con una pensione sociale di circa 600 euro, buona parte dei quali se ne andavano in alcol e sigarette. Forse era affetto da manie di persecuzione: alcuni vicini lo hanno dipinto come un tipo reticente alle confidenze, cauto anche nel chiedere le più banali informazioni, quasi che non volesse far sapere niente di se, delle sue abitudini. Insomma, un tipo abbastanza introverso. Qualche volta perdeva le staffe e allora se la prendeva col mondo intero senza alcuna ragione apparente. Possibile che capitasse quando alzava un po’ troppo il gomito.”

“Quindi, quando è venuto da noi si trovava in quel particolare stato d’animo e… di spirito? Rivediamo un po’ la deposizione che ci ha rilasciato.”

Niente che già non sapesse. Qualcuno gli combinava scherzi cretini, buttava per aria l’orto, lo irrideva fino all’esasperazione calpestando le colture con impronte di animali esotici palesemente fasulle. Di tanto in tanto, però, nella buca delle lettere gli infilavano una busta con qualche centinaio di euro e un biglietto, sempre uguale: ricomprati le sementi e stai zitto, vecchio scimunito. Non abbiamo trovato copia di quei biglietti perché bruciava tutto. I soldi gli facevano comodo e così inghiottiva, chiudeva gli occhi e taceva. Finché tra le zolle maltrattate trovò segni eloquenti di escrementi tutt’altro che bovini e così, dopo alcuni appostamenti inutili, venne in caserma per denunciare il fatto. La motivazione? Zucchine e melanzane puzzavano di latrina.

“A tutta l’aria d’essere una questione di droga”, aggiunse l’appuntato. “Abbiamo rivoltato l’orto e mandato campioni di terra al laboratorio d’analisi. Per avere una conferma dovrebbero emergere residuati di feci umane e di eventuali farmaci per favorire le evacuazioni intestinali. Bisogna però tener presente che il Cerruti, dalla prima ca… dal primo rinvenimento fino al momento in cui è venuto a trovarci, quella terra l’ha ripassata al setaccio numerose volte, l’ha bagnata e disinfettata con tutti i prodotti chimici d’uso agricolo e probabilmente, almeno in parte, l’ha anche sostituita con altra, visto che qui intorno i campi non mancano.”

“Dunque” concluse Moresco, “l’ipotesi del traffico di stupefacenti rimane in piedi, ma sarà difficile dimostrare che quell’orto fungesse da luogo di decenza per depositare ovuli. Certo che se così fosse si spiegherebbe il delitto e la sua atroce messa in scena. Un messaggio inequivocabile per altri orticoltori compiacenti.”

 

Sì, l’appartamento versava in pessime condizioni. Dalle tapparelle all’impianto elettrico fino allo scarico del water e allo scaldabagno, tutto aveva bisogno di manutenzione, compresa una energica mano di pittura alle pareti, il cui intonaco avrebbe dovuto essere bianco. Eppure vi era un evidente stridore tra la descrizione del personaggio fatta dai vicini di casa e dai pochi conoscenti e la cornice che ne aveva accompagnato l’esistenza degli ultimi anni. Le pareti erano tappezzate di libri e dove non c’erano libri o le necessarie suppellettili, s’affacciavano quadri, immagini grafiche, disegni, fotografie e decine e decine di oggetti, piccoli e grandi, ognuno dei quali sembrava avere una propria storia da raccontare. Il maresciallo Moresco cominciava a pensare che forse sarebbe stato opportuno affrontare la vicenda anche da altre angolazioni. Notò un’assenza significativa e allora cominciò a farsi strada un’idea bislacca e cioè che la tappezzeria culturale che lo circondava si associava bene al nome di battesimo di quel povero disgraziato. L’una dava lustro all’altro e viceversa, così da fargli sembrare del tutto normale che nella casa di chi si chiamava Emerenziano ci fossero tanti libri e nessun apparecchio televisivo. Solo una radio con mangianastri incorporato e un vecchio giradischi. A fianco, un centinaio di vecchi dischi in vinile e altrettante cassette. Musica che non era finita lì per caso, bensì per scelte ponderate. Gli parve altresì scontato che la buon’anima, stufa di veder affiorare sorrisetti idioti ogni volta che si presentava per nome, avesse optato per una propria gelosa intimità. Forse, però, quell’uomo aveva commesso un grave peccato di presunzione: credere di poter governare la solitudine che si era costruito addosso nel corso degli anni. Un’ipotesi, pensò, che avrebbe potuto spiegare le improvvise esplosioni d’ira, conseguenti a una sbronza ma anche al prolungarsi di silenzi estenuanti.

Dopo alcune ore di minuzioso sopralluogo, il maresciallo Calabiano Moresco rimise i sigilli all’uscio dell’abitazione di Emerenziano Cerruti. Calcandosi il cappello in testa mise al caldo un interrogativo, rispondendo al quale avrebbero potuto trovare conferma ad alcune supposizioni sconvolgenti.

Non restava che attendere l’esito della necroscopia e quello del laboratorio d’analisi. Quando infine queste giunsero, Moresco non ebbe alcun motivo per essere soddisfatto ma molti per provare sgomento. Sì, il Cerruti era un ubriacone inveterato, ma il giorno della morte non aveva bevuto neppure un goccio, né prima né dopo essersi presentato in caserma. Il dente del forcone che l’aveva ucciso risultava particolarmente acuminato rispetto agli altri due: era stato tornito di recente e sotto le unghie del cadavere c’erano residui di limatura. Ecco la risposta al dubbio sorto durante la visita all’appartamento: non aveva trovato un solo quadernetto d’appunti né un qualsiasi altro foglietto vergato. Inconsueto per una persona in confidenza con la scrittura, vuoi per il lavoro che aveva svolto anni prima ma anche perché uno che legge così tanto qualche annotazione la deve pur fare, cazzo, la doveva fare! Avrebbe ordinato ai suoi uomini di sfogliare tutti quei libri, uno per uno, foglio per foglio! Ma sapeva già che non ci sarebbe stato nulla. Emerenziano Cerruti s’era premunito distruggendo persino le cartine delle sigarette e, naturalmente, qualsiasi cosa recasse indirizzi e numeri di telefono. Ma perché? E perché aveva fatto avanspettacolo in caserma? E perché s’era suicidato in maniera così truculenta? Domande retoriche perché già conosceva le risposte. Dal laboratorio sarebbe arrivata la conferma: riscontrate tracce di escrementi umani e di prodotti lassativi. Nota d’accompagnamento: negli orti del circondario qualche buon tempone caga ovuli contenenti stupefacenti. Procedete con le indagini. Cerruti lo sapeva, come sapeva che mai nessuno si sarebbe preso la briga di analizzare quella terra soltanto perché un esercito di clandestini andava a defecare sulle sue zucchine, mimetizzando il tutto con impronte carnevalesche di feroci felini o ancor più improbabili struzzi. E sapeva anche che a mettersi con o contro i trafficanti di droga si correvano enormi pericoli e quando intuì di essere stato scoperto e condannato dopo l’ultimo infruttuoso appostamento, predispose il tragico finale con la messa in scena preliminare: “Proteggetemi o ammazzo qualcuno!” Ma l’unica arma per potersi ammazzare era il forcone. Lo mise a punto e lo usò, probabilmente non del tutto ignaro dell’istantanea da macelleria che avrebbe lasciato. “A noi ora il compito di stroncare il traffico di droga che il signor Emerenziano ci ha indicato senza parlare.”

E le carte sparite?

“L’illusione romantica di preservare il segreto di un matrimonio finito male. Ma vedrete che quella donna si farà viva. La topaia del Cerruti vale pur sempre un piccolo gruzzolo.”

Beppe Cerutti

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