Prima persona, quelli che parlano di empowerment e non si accorgono della crisi del Terzo Settore

Prima persona, quelli che parlano di empowerment e non si accorgono della crisi del Terzo Settore

I sindaci, insediando il nuovo CdA di Scrp, hanno inserito nella mission aziendale quella di ‘grande comune’, dedita agli investimenti sovracomunali decisi dai comuni stessi.

Tentativi per ‘fare sistema’ si ritrovano anche sul piano economico.

Il lavoro di empowerment per il Cremasco è ancora molto lungo, tuttavia ritengo vi siano molte condizioni favorevoli.

 

Eh!?!

 

Ok alla fine ai quattro rincoglioniti, come ci ha definiti Mirko Treviglio nel suo pezzo demenziale lo scorso venerdì, è arrivata una risposta istituzionale. Il sindaco Stefania Bonaldi ha preso carta e penna (si dice ancora si, anche se in realtà ha acceso il pc) e ha mandato un lungo intervento a La Provincia, pubblicato sul blog di Antonio Grassi. Le frasi messe in apertura sono tratte dall’intervento. Se dovessi farlo leggere alla mitologica casalinga di Voghera mi sputerebbe in faccia, credo. Questo non è neppure politichese, è renzese. Oddio santo i contenuti ci sono, lo vedremo dopo, ma la forma, santodio. Nel dibattito sin sono sollevati fino ad ora punti importanti, anche assai pesanti. Cose circostanziate, accuse, nomi. Finalmente arriva una risposta. Ma ci vorrebbe una risposta che parli anche alla pancia dei cremaschi e non solo ai tecnici.

Diciamola alla Jannacci.

 

  • Quelli che manco si sono accorti cosa succede in città perché stanno sbarrati in casa
  • Quelli che sono spaventati dai mille allarmi sicurezza della stampa locale
  • Quelli che se leggono dell’empowerment pensano ad una brutta malattia, ohhhh yeah…
  • Quelli che più che la mission dell’Scrp c’hanno la missione di tirare sera…

 

Insomma il sindaco quando parla della forza del territorio si riferisce:

al tessuto socio-economico rilevante (polo della cosmesi, meccanica, arte organaria), all’intraprendenza diffusa, alla vivacità socio culturale, musicale, enogastronomica.

Ma dove? Lasciando da parte per ora il mondo del lavoro, questione comunque centrale del declino cremasco, parliamo del tessuto culturale e sociale della città. La generica vivacità socio culturale citata nell’intervento. Dove sia questa vivacità socio culturale oggi non è dato saperlo. Se dovessimo prendere come indicatore della salute della società civile cremasca un paio di settori che storicamente sono sempre stati al centro della crescita cittadina ci sarebbe da spaventarsi.

Ma si prendiamoli. Terzo settore (e associazionismo in generale) e sport. Due settori che storicamente, per usare un termine tanto caro a Cielle, facevano la cosiddetta sussidiarietà. Ergo sostituivano gli enti, già in crisi, nell’erogazione di servizi indispensabili per la sopravvivenza della nostra società. Ecco. Oggi questi si stanno perdendo pezzi per strada. Ci sono realtà associazionistiche storiche che stano perdendo un pezzo alla volta il loro impatto col territorio.

I tagli, i soldi che mancano, i volontari che invecchiano e non c’è un ricambio generazionale, il caparbio immobilismo nei propri giardinetti, la scelta suicida di non fare rete, di non prendere atto che il mondo è cambiato e ci sono nuovi mezzi di comunicazione da apprendere e utilizzare. Quantostà che ci sono realtà che stanno sparendo nell’indifferenza della città. Lo stesso discorso vale per il settore sportivo dove realtà storiche sono fallite, hanno chiuso, non hanno più tesserati, sopravvivono solo nella memoria dei vecchiarelli.

Ma cosa succede? Non è la prima crisi che colpisce la nostra società, non è il primo riflusso che colpisce il nostro mondo. Stavolta è scomparso l’orgoglio di dire no, noi ci siamo, siamo vivi e lottiamo. Non voglio affondare nel discorso sociologico della collettività che invecchia, altri sapranno meglio di me raccontare questo aspetto. Ma genericamente qual è il problema?

Lo so qui vi aspettereste una risposta saccente. Ma storicamente Bruno Mattei ha sempre continuato a dire che non ha risposte. Magari idee, quelle si. Ci fosse un legame più stretto tra enti e realtà di base, ci fosse un riconoscimento vero e non la pacca sulla spalla quando ci si inventa qualcosa di bello, ci fossero spazi veri di espressione, ci fosse un vero aggancio con il mondo giovanile (ecco torniamo al punto precedente della nostra discussione), ci fosse un tessuto connettivo vero che unisce queste realtà tra loro e con gli enti. Ci fossero un sacco di piccole cose.

Invece non ci sono. E non si dia la colpa solamente alle associazioni, nessuno si è accorto che certe dinamiche stavano invecchiando terribilmente. La legge che regolamenta il mondo del volontariato è del 1991, tre ere geologiche fa, i soldi arrivano ancora tramite bandi chiusi, quadrati, dove serve un commercialista bravo per partecipare. E poi ci si lamenta che le associazioni non partecipano. Si, lo intuiamo, prima o poi questi soldi delle fondazioni finiranno nel calderone del profit. Il rischio è quello.

Bruno Mattei

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