Quella coppia clandestina nel motel, completa con noi il gioco racconto dell’estate

Quella coppia clandestina nel motel, completa con noi il gioco racconto dell’estate

Cosa di più poetico o squallido che infilarsi in un motel il lunedì mattina mentre tutto fuori scorre? Sesso sfrenato, la poesia dello squallore. Così in una delle mille chat di gruppo legate al sito è partito questo racconto. E siccome abbiamo voglia di cazzeggiare vi proponiamo l’incipit e poi vi invitiamo a proseguire.

Vista sull’autostrada. Tutto scorre. Le tendine di plastica beige plastificate, l’aria condizionata a palla e la tv sul canale porno a pagamento che trasmette solo hard di terza categoria degli anni 90 con le modelle cecoslovacche (ancora non erano divisi) che non si bagnano neppure se usi l’olio di palma. E poi in un angolo il copriletto ocra buttato per terra e le lenzuola di cotone misto acrilico che ti sbucciamo le ginocchia come quando cadevi sulla ghiaia. Il menù con la lista dei piatti surgelati, marca due salti in padella, dove non mancano mai lasagne e cannelloni. E poi ovviamente la cosa più terribile: la tua lei che soffoca sbadigli mentre ci dai dentro e dalla stanza accanto una urla come se non ci fosse un domani.

Ecco ora proseguite voi. Chi sono? Dove sono? Perché sono li il lunedì mattina? Come andrà a finire?

Mandateci le vostre parti di racconto dove vi pare. Via mail, su Facebook, su Twitter, su WhatsUp, al telefono, al bar… Le aggiungeremo pian piano al post originale, citando il nome di chi ha mandato il contributo, e vediamo dove va a finire sto racconto. Dai fatemi sorridere e distrarre un po’ da questa estate che non mi sta piacendo…

 

Ovvimente evitatemi i riferimenti locali diretti che ho gia i miei guai… n.d.em

 

Dove si parla  di quanto detto in precedenza. Ekaterina Kattacikova aveva sempre provato una viscerale antipatia per le cose finte. Quelle cose che vorrebbero sembrare ciò che non sono.  Celebrata cantante lirica, aveva trovato in quel Motel il luogo ideale per potersi “gargarizzare” lontano da orecchi indiscreti. Quando si presentò, la prima volta, al banco delle registrazioni, l’attendevano il direttore e il personale di servizio al completo, tutti opportunamente istruiti circa le ragioni che l’avevano condotta in quel monoblocco che s’affacciava sull’autostrada. Il rumore perpetuo delle automobili avrebbe certamente attenuato i vocalizzi non sempre conformi  alla nitidezza del suo canto.

Il capo dei fattorini ebbe il compito di accompagnarla personalmente alla camera, che lei stessa aveva voluto priva di fronzoli: “Mi basta uno di quei cubi anonimi dove gli amanti senza fissa dimora vanno a scopare.” Grande fu l’imbarazzo dell’accompagnatore quando, spalancando la porta con un “prego madame”,  si rese conto che lì dentro regnava uno spettacolo apocalittico: tendine di plastica color beige, lacerate; i resti di un copriletto dato alle fiamme; lenzuoli misto acrilico, anch’essi ridotti a brandelli e un  televisore violentato da un comodino, oltre ad altre varie “bazzecole”.

“Lasci pure le cose come stanno”, disse la donna con un sorriso enigmatico, che non sfuggì all’esterrefatto capo dei fattorini; salamelecchi e scuse a profusione  non distolsero l’artista: “A rimettere un po’ d’ordine ci penso io.” Una lussuosa mancia allungata ai fattorini al seguito (che a fatica trattenevano l’omerica risata) mise fine alla penosa situazione.

“Ma si può sapere che cazzo avete da sghignazzare?” chiese l’uomo ai suoi sottoposti stipati nell’ascensore.

“Niente capo… solo che… insomma… Lei ieri era di riposo e non può sapere…”

“Volete dire che…”

“Si capo… La pazza di ieri… per l’appunto… Ha una doppia vita.”

Calvo Pepàsh

 

Dove si parla di tendine di plastica colore beige, di un copriletto buttato sul pavimento e di lenzuoli misto acrilico stropicciati quel che basta per buttarli nella spazzatura. Anche il televisore recava evidenti segni di violenza. Si parla, soprattutto, di Mercurio Carminati, un tipo che non aveva mai dato retta alla sirene, anche se era posseduto da una mente al carbonio, geneticamente profilata dalle fantasie erotiche dei genitori. Poco propenso alla teoria, s’era messo a produrre in proprio   “tettarelle” di zucchero filato, che poi provvedeva a vendere direttamente con frequenti spostamenti da una parte all’altra della Penisola.  Come si dice, lui i clienti e anche i fornitori preferiva guardarli in faccia. In fabbrica aveva sistemato la moglie e la figlia, una più cattiva dell’altra. L’ideale per far correre quei quattro mangia pane a tradimento addetti alla produzione.

Quando arrivava dalle nostre parti, la sua base operativa era il Motel che guardava sull’autostrada: discrezione e “coperte” a go-go. Mercurio Carminati era alla ricerca di emozioni forti, come quella lontana notte al porto di Genova, quando aveva incontrato Maria la Rossa. Le sue fantasie erotiche avevano fatto il giro del palazzo  e anche del parcheggio e non erano poche quelle che, anche tra le più navigate, s’erano messe a curiosare, naturalmente facendosi  pagare: ça va sans dire.

Tra queste vi era una tipa d’accento straniero, donna di temperamento focoso per natura, che se ne valeva la pena non rifiutava il coinvolgimento. Quando ciò accadeva, praticava uno sconto.

Si misero all’opera in un’atmosfera ravvivata da cozze alla marinara e vino Grecanico, con sottofondo musicale alla Mahaler, ché a lei i Lieders del Gustav la eccitavano.

“Che te ne pare?”, chiesa già un po’ sudaticcia.

“Si però… Maria la Rossa…”

“Rifacciamo…”

Una sarabanda, dove però, alla fine, saltava sempre fuori ‘sta Maria la Rossa.

La donna dall’accento straniero era ormai esasperata. Lui quasi non dava più segni di vita: “Insomma, mi vuoi dire che cazzo ti faceva Maria la Rossa?”

“Credito.”

E fu il finimondo. Dove appunto si parla di tendine di plastica color beige, lacerate; di un copriletto volato dalla finestra, in fiamme; di lenzuoli misto acrilico, anch’essi ridotti a brandelli; di un televisore penetrato da un comodino, eccetera eccetera.

Calvo Pepàsh

 

—–

 

Non importava come erano finti in quell’alberghetto a ore di periferia. Del resto la mattinata, era iniziata secondo programma: vale a dire con la trasferta di lavoro, programmata da settimane a Milano, laddove il quartier generale della loro multinazionale, con sede periferica a Ovanengo, periodicamente li vedeva protagonisti di inutili, ma fondamentali per le pubbliche relazioni riunioni.

Già ma chissà poi perché Marisa, tra l’altro fresca di matrimonio con un altro collega, ad un certo punto del viaggio, con una scusa banale mi aveva preso la mano per mettersela sulle gambe sensuali sussurrandomi all’orecchio: “Ti andrebbe di scoparmi? Dai che … te lo si legge in faccia che hai voglia di sbattermi e lo so da cinque anni, vale a dire da quando ogni mattina, entrando in ufficio, sento i tuoi occhi addosso che mi spogliano senza inutili pudori”.

Ergo decisamente no, meglio lasciar perdere i dettagli, quel che contava e conta è essere adesso in questa stanza 404 del Motel, con la ragazza più bella dell’ufficio sinistri impegnata in uno spogliarello mozzafiato che beh, lascia intravedere un epilogo da sballo. E le premesse non furono smentite dai fatti seguenti: una volta tolto il reggiseno, una terza sensualaudace, mi prese la mano per portarmi in bagno e… letteralmente gettarmi nella vasca idromassaggio, piena a metà, buttandosi subito sopra di me iniziando a muoversi con un martellante, incessante crescendo di colpi e urla di piacere che si soprapponevano a quelli provenienti dalla stanza accanto.

E a quel punto, un attimo prima di venire insieme, dopo avermi detto di fare con comodo visto che tanto prendeva la pillola, Marisa mi sussurrò all’orecchio: <Ti ho portato qui perché nella stanza accanto quello stronzo di Guido, sì il mio Guido, quel coglione che conosciamo entrambi e ho appena sposato è nella stanza accanto con Marika, quella troia della sua ex ragazza, nonché mia migliore amica>.

E mentre finiva di parlare, mentre si muoveva come nemmeno Selen, ex pornostar oggi pensionata, beh avrebbe saputo fare, in un tripudio di coinvolgimento sessuale, in piena sintonia, esplodemmo di piacere.

Stefano Mauri

 

—–

 

La finestra sull’autostrada

La finestra guardava sull’autostrada. Alla reception mi avevano avvisato: tutte le finestre delle nostre camere guardano sull’autostrada. Certo, altrimenti che cazzo di Motel sarebbe? Anonimo, perché vorrei proprio conoscerlo quell’automobilista frettoloso che spende un battito di ciglia per quel monoblocco in stile sovietico rinascimentale. Mi sentivo al sicuro. Lì ero giunto su precise indicazioni della Centrale con un’auto di servizio camuffata da taxi: due valigie e mi fermo per circa una settimana. Documenti prego e prego signore, stanza 999, all’ultimo piano, come richiesto. Se desidera qualche coperta, siamo a sua disposizione. Le auguro un proficuo soggiorno, accennando al lungo bancone del bar, dove alcune signore stavano sorseggiando un drink.

La finestra guardava sull’autostrada, ma anche sul parcheggio del Motel.

Il mio compito era… Aspettavo che si facesse vivo il mio contatto e da quel riquadro trasparente in doppio vetro guardavo il traffico scorrere, lento e inesorabile nei due sensi di marcia. Automobili una diversa dall’altra, che si muovevano in un gioco di brevi sorpassi, di rincorse, di accostamenti, quasi che fossero indipendenti dai rispettivi conduttori.

La mia attenzione fu attratta da un camioncino che in quel momento stava annaspando alla ricerca di uno stallo dove sistemarsi. Colorato come un incendio boschivo di ampie proporzioni, sulle fiancate portava la dicitura “Giocattoli per tutte le età”. Ne scesero due tizi che di più non potevano contrastare con il mezzo: Finto Borsalino grigio ferrato, occhiali scuri, soprabito in tinta, braghe in mezza flanella spiegazzate  e scarpe lucidate. Più un paio di voluminose valigie. Il mio sesto senso suonava l’allarme, per cui in fretta e furia scesi al bar, per controllare la situazione. Se quelli erano i miei contatti, ti saluto.

Dall’altro lato del lungo bancone era rimasta solo una “coperta”, decisamente attraente, la quale mi sparò un sorriso da far tremare il testosterono. Scese dal suo sgabello e si avvicinò: “Salve, mi chiamo Ekaterina Kattacikova. Voglio presentarti alcuni amici. Vendono giocattoli per conto della Repubblica socialista ungherese.”

I due, senza profferire parola, aprirono i bagagli. Per pura cortesia offrii loro un bicchiere di vino bianco, ma la loro mercanzia era superata, vecchia, inadatta alle esigenze dei bambini del luogo. “Tu compra queste cose”, disse la donna, “poi c’è sorpresa.” Chiesi un time out e mi misi in contatto con la Centrale: “Se c’è la sorpresa, compra, ma a prezzi stracciati. Per il resto, non oltre i tre milioni di dollari.”

La finestra guardava sull’autostrada e il traffico era sempre lo stesso, monotono e allo stesso tempo caotico. Pensavo che tra pochi giorni le cose non sarebbero state più le stesse. Stavo  per introdurre sul mercato occidentale una genialata della madonna: il cubo di Rubik.

Calvo Pepàsh

——-

Motel love

La mia parrucchiera Luanal il lunedì non taglia i capelli…..li aspira !!!!

Lo so, non si dovrebbero raccontare i fuoribusta, il nero, ma anche tutti gli altri colori ( sono gusti,non credete ?), ma tanto il nome é di fantasia.

Passa lei a prendermi e mi porta al Motel Love. Vi si accede dallo svincolo per Mxxxxx; lei ha sempre una camera prenotata.

Non pensiate però che io ora  vi racconti tutto.

Solitamente i preliminari sono una bottiglia di bollicine, poi io tiro fuori……….il PC e lei mi racconta.

Lei parla e io scrivo, fa nomi e cognomi ed io ci ricamo sopra.

Magari un giorno pubblicheró il tutto.

Servirebbe un titolo ad effetto…..tipo “OGNI LUNEDÌ NON APRO IL NEGOZIO (ma apro le gambe)”.

Se volete prenotarne una copia, con 1000 ordini mando in stampa.

Ogni riferimento a persone e fatti realmente accaduti sarà comunque pura coincidenza.

Hunter “d’estate” Viniskia.

——

 

Le urla della stanza accanto, quasi che non ci fosse un domani, giungevano fino al banco di registrazione. L’addetto, per la verità assonnato e maleducato, mi guardò come se fossi un marziano: “Non accettiamo extracomunitari né terroni.” In verità il mio gabardine grigio topo lasciava alquanto a desiderare, come se ci fosse passato sopra un carro armato appena uscito dal fango.

“Tutto occupato”, disse. Ci vuole altro che un portinaio scorbutico per scoraggiarmi e tirai fuori la solita frase ad effetto: “Giovanotto, lei non sa chi sono io.” L’essenziale dei miei documenti e un paio di centoni lo convinsero: “Voglio la stanza accanto a quella della tipa che urla come una matta, quasi che non ci fosse domani.” “Okkèi capo. Con coperta o senza?” “Senza, sono in servizio.” Di lì a poco giunse un tipo molto britannico. Poi uno che sembrava francese, almeno dalla pronuncia. Altri se ne aggiunsero: un croato, un portoghese, un greco, tedeschi non ti dico, e via via altri strani individui, tanti comunque da riempire l’atlante geografico. Tutti con la medesima richiesta: una camera accanto a quella da dove giungevano le urla della stanza accanto, quasi che non ci fosse un domani: “Nessuna coperta, grazie, siamo in servizio.” Delineato il quadro, che stava letteralmente facendo impazzire il portiere di notte, è necessaria una precisazione.

L’enorme Motel, situato alle porte di Milano, raccoglieva clientela internazionale durante la stagione delle fiere alla Campionaria, ma in seguito si accontentava di qualche coppia con gli ormoni in subbuglio. Dunque, in quella situazione d’imprevedibile emergenza, la direzione non trovò di meglio che collocare le richieste in forma di assedio attorno alla stanza in questione, dal primo all’ultimo piano e anche da destra a sinistra, ché intanto le urla si potevano sentire ovunque. Verso le sei del mattino il silenzio cadde sull’intero monoblocco.

Dalla camera… quella lì, insomma, giunse la richiesta di un taxi. Vi salì una donna, sola, e avvolta nel mistero, in tutti i sensi. E si scatenò un altro finimondo, perché tutti i taxi in servizio a Milano vennero dirottati sul Motel con precedenza assoluta. Ricche mance in vista: “Non perda d’occhio la vettura del suo collega.” Verso le otto l’auto pubblica che chiameremo “Tango 4” scaricò la donna avvolta nel mistero di fronte al tempio della musica lirica milanese. Ne scese Ekaterina Kattacikova in tutto il suo splendore di soprano senza uguali. In quel Motel era andata soltanto per fare dei gargarismi lontano dai rumori della città, in attesa della prova generale de “La Traviata”.

Calvo Pepash

(Visited 1.225 times, 80 visits today)