Racconti, l’infanticida

Racconti, l’infanticida

Ricostruire la personalità del folle che uccideva a man bassa bambini ancora in fasce richiese un po’ di tempo, ma con pazienza e deduzione gli investigatori alla fine un filo da tirare, con cautela, lo trovarono per cercare di sbrogliare quella tragica matassa: uno psicopatico che assassinava spietatamente gli innocenti prima che questi, crescendo, potessero perdere la loro purezza. Più che una traccia, un’ipotesi di lavoro simile a una pazzia ma che, se non altro, restringeva il campo d’indagine limitandolo, si fa per dire, a quella cerchia di persone militanti in campo religioso e piuttosto inclini al fanatismo. Tutte le parrocchie della piccola città di provincia, compresi gli organismi collaterali, vennero passate al setaccio con la convinta partecipazione di sacerdoti e collaboratori ecclesiali. I potenzialmente folli si ridussero a non più di una mezza dozzina, sui quali venne esercitato un controllo discreto ma tecnologicamente avanzato. Per capirci, roba da 007 ed epigoni.

Il metodo usato dall’assassino era stato passato e ripassato al microscopio centinaia di volte. Uccideva solo alla domenica pomeriggio, durante l’ora più intensa della passeggiata lungo la “Piscina”, vale a dire da Porta delle Ombre a Porta Fiume, cioè via Porta Pia, piazza Duomo e via Risorgimento. Mischiato tra la folla sparava a colpo sicuro con una pistola silenziata che teneva nascosta nella tasca della giacca: quando incrociava una coppia di genitori che spingeva un passeggino, manovrava in modo di trovarsi faccia a faccia con la vittima innocente; tirava il grilletto e prima che ci si accorgesse dell’accaduto (in genere almeno una dozzina di secondi) era già scomparso tra le gente. Le testimonianze erano talmente discordi da confondere qualsiasi possibilità d’identificazione. La moltitudine era la principale alleata dell’omicida. In quanto ai potenziali sospettati, i mistici, un altro buco nell’acqua: nei pomeriggi festivi erano sempre in chiesa a pregare per la salvezza dell’umanità.

Intanto il numero delle vittime aumentava e la “Piscina” disertata fino al quasi totale svuotamento, compresi i giorni feriali, quando serviva più che altro al via vai della gente con il cartellino da timbrare e, soprattutto, a pensionati e bighelloni di varia natura, cioè gli imperturbabili che neppure la neve oppure i forti temporali estivi allontanavano dai loro abituali punti di ritrovo. Insomma, senza bisogno di essere degli esperti, si stava preannunciando anche una catastrofe commerciale di proporzioni bibliche.

Il caso assunse dimensione internazionale, creando una situazione paradossale: crebbe il numero di visitatori stranieri i quali, se distrattamente seguivano le litanie delle guide relative alle bellezze artistiche del centro storico, non mancavano mai di chiedere dove fosse stato assassinato il piccolo Tale piuttosto che il Talaltro. Una foto e via, con morbosi dettagli da raccontare agli amici, in Giappone piuttosto che in Finlandia o negli Stati uniti.

 

In un’atmosfera fumante entra in scena il centralista del Commissariato, che condivideva col Capo la passione per la lettura: si scambiavano libri con frequenza regolare, dai saggi ai romanzi, dalle memorie di celebri scrittori fino alle avventure delle “strisce” per ragazzi. Il primo era entrato in Polizia per far dispetto al padre, che l’avrebbe voluto laureato in chimica farmaceutica: “Ti apri una farmacia e fai quattrini a palate.” Lui invece scelse Letteratura a indirizzo filosofico e da alcuni anni arrancava per preparare la tesi di laurea su Elias Canetti, tra i suoi preferiti: “Papà, solo la filosofia sa distinguere tra legge e giustizia e io sto dalla parte della giustizia.” “E per questo ti sei arruolato in Polizia?” Che cazzo gli rispondo? “Papà, la Polizia rappresenta il pensiero laico nei confronti della criminalità dogmatica, dunque organizzata. Ma al contempo non trascura il singolo individuo che delinque.” “Ho messo al mondo un deficiente.” E la storia fini lì, con in genitore incazzato e un figlio che preferiva rispondere al telefono piuttosto che studiare chimica.

Di lauree, invece, il Commissario ne aveva il cassetto pieno. Ma in quel momento manco una gli venne in soccorso. Pensieri foschi gli frullavano per la testa mentre rigirava tra le mani il libro che “Pronto, Polizia” gli aveva rifilato, Elias Canetti, tanto per cambiare: “Il libro contro la morte”. “Capo, noi con la morte ce la facciamo quasi tutti i giorni, no?”

Canetti, la sua battaglia contro l’ingiustizia della morte e l’impossibilità di sfuggirle era ormai entrata negli annali della letteratura. In quelle pagine, che distrattamente stava sfogliando, c’era di che passare in macabra allegria parecchie serate. Poi, accidenti al cazzo, guarda un po’ che aforisma era andato a pensare il bulgaro sefardita ma non praticante: “L’assassino, che uccide gli innocenti prima che diventino colpevoli.”

Puttana!

Ecco l’assassino. Il professor Peter Kien del crimine assolutorio, che ti libera dal peccato prima ancora di commetterlo, un folle privo di qualsiasi capacità emozionale.

Concentrare tutte le ricerche sulle librerie, in città e anche fuori: voglio sapere chi ha acquistato libri di Elias Canetti negli ultimi anni. Lo scrittore è certo conosciuto, ma non certo in grado di bruciare migliaia di copie a tiratura. Certo, se è il caso, allarghiamo l’indagine a tutto il Paese.

Non ci fu bisogno. In città l’unico che aveva comprato libri di Canetti, oltre al centralinista del commissariato, risultò essere ***, a detta dei più un misantropo dagli occhi lampeggianti.  Arma e giacche con un foro nella tasca le prove a suo carico.

“Certo che ‘sto Canetti…” Il commissariò voltò pagina: “Che Dio sia morto o no, è impossibile tacerne: c’è stato per tanto tempo.”

Beppe Cerutti

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