Il Tennico del Crema 1908, a volte ritornano (1 parte)

Il Tennico del Crema 1908, a volte ritornano (1 parte)

“Si tratta di un semplice pleonasma”, disse il Ragionier Nemo.

“Me ne frega un cazzo, io di salute sto bene e anche i miei clienti”, ribadì il Barista, preoccupato del significato oscuro di simile parola, “ché un raffreddore non si nega a nessuno, ma un pleocoso è tutto un altro paio di maniche. Mica pugnette, veh!”

L’equivoco era sorto in quanto Calvo Pépàsh, irrequieto più che mai, nonostante le dichiarazioni del Presidente (Non ci sono cazzi, puntiamo ai play off), ritenne opportuno rendere note le conclusioni di una sua ricerca sui gerani e relativi contenitori: “Non esistono statistiche al proposito, ma sembrerebbe che la caduta di vasi di gerani sulla testa di malcapitati passanti abbia rappresentato per molto tempo una metafora giornalistica assai utilizzata dagli addetti ai lavori. Oggi viene chiamata ‘sfiga’ e non è affatto dimostrato che si manifesti esclusivamente per attrazione gravitazionale di corpi pesanti.” E aggiunse: “Tuttavia il geranio, nella sua accezione tradizionale, è di colore rosso, come le maglie dell’Aurora Travagliato. Alla luce del risultato conseguito in terra bresciana vi è di che meditare, gente.”

Il Ragionier Nemo appoggiò il gomito al bancone e scosse la testa con fare rassicurante: “Tranquillo, Barista, niente di più che un normale eccesso di pessimismo, ché a lui quando gli prendono i cinque minuti piovigginosi gli piace esagerare.”

“Ma guardiamo al futuro”, stava declamando l’ipocondriaco, quando lo colse un’altra e ben più preoccupante crisi pleonastica. Qui introduciamo un vergognoso gioco di parole, ma si dà il caso che a Calvo Pépàsh il Rezzato (prossimo avversario se inteso come squadra di calcio) gli faceva rizzare la forfora che ancora stazionava alla superficie della boccia cosiddetta pensante. Un impalpabile pulviscolo biancastro che si agitava al ritmo di una beguine per poi depositarsi languidamente sulla spalle della logora giacca color fumo di Londra: “Non temo la pugna, bensì le circostanze esterne che potrebbero ripetersi. Sarebbe la nemesi! Gli Dei non vogliano!”

“Semplici pleonasmi letterari e qualche lineetta di febbre”, rassicurò ancora l’ìnclito computista, ma ormai anch’esso preoccupato per quel delirio da preveggente.

Che cazzo era successo di tanto grave nel girone d’andata?

L’entrata del postino non era affatto una novità per gli avventori del Bar Sport: “Barista, bollette e fatture da pagare e dammi un bianco”, era la frase di rito. “Solo se paghi!” rispondeva il taverniere. Quel giorno no. Pallido come un cencio e con fare discreto, come si addice a un funerale, urlò ai quattro venti: “Telegramma da Recife, capitale dello stato del Pernambuco, in Brasile! A Recife è nato Vavà, quello che giocava con Pelè.” Competenze geopolitiche e calcistiche che gli valsero una robusta bevuta a gratis.

Calvo Pèpàsh venne colto da un attacco di panico (“Lo sentivo”, urlò), dopo di che gli si obnubilò la mente e stramazzò al suolo in maniera pleonastica, travolgendo tavolo, sedie, bicchieri e bottiglie e anche le preziose tendine a drappeggio in approssimativa batista svizzera prodotte dalla Snia Viscosa, scelte con occhio amoroso dalla moglie del Barista. (1-continua)

Beppe Cerutti

 

Per accrescere la suspense (all’inglese) oppure süspàns (alla francese, sebbene sbagliato) Sussurrandum introduce a questo punto la “Fine della puntata”, accorgimento inconsueto ma tuttavia necessario per dare il tempo a Calvo Pépàsh di riprendersi dal mancamento, e comunque come è in uso per un romanzo d’appendice (feuilleton), almeno di quelli che si pubblicavano un tempo su Bolero Film.

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