Ore 6.40. Mentre alla radio J-Ax mi canta, “Dice l’uomo che mi fa la benza, che chi guida non deve avere pietà. Sto paese è come con la precedenza, e solo di chi se la prende, non è mai di chi ce l’ha”, il genio che ha appena fatto benzina esce bello tronfio dal distributore senza guardare in faccia a nessuno. Sorrido e canto: “serve una brutta canzone che fa papapapapapa”. Venerdì mattina. La sindrome del festival di Sanremo come sempre puntale ha colpito l’Italia, “la cantan gli operai felici sul lavoro, anche i bimbi a scuola la san già cantare in coro”. Le canzoni che al primo ascolto di martedì ci parevano tutte orrende iniziano ad emergere dal nostro inconscio e nei momenti più disparati ci ritroviamo “a cantare un ritornello scemo, perché Sanremo è Sanremo”.
E mancano ancora le due serate principali e la maratona extra delle domenica pomeriggio da Zia Mara che ormai è diventata di fatto il sesto giorno del festival, perché noi siamo italiani e il giorno di riposo lo facciamo ad inizio della settimana sanremese. Quel lunedì di attesa che mi pare strano nessun direttore artistico ha ancora pensato in qualche modo di riempire di qualche contenuto astruso. Come astrusa sembra essere l’idea di un Sanremo estate annunciata ieri in conferenza stampa da Carlo Conti. Una manifestazione diffusa e itinerante all’aperto. Il Festivalbar in pratica. Anzi visto che siamo in Rai il Cantagiro. Non funzionerà. O forse si chi lo sa.
Già ma la terza serata? Da sempre la più dura. L’entusiasmo della partenza è scemato, i fuochi d’artificio delle cover e della finale sono lontani. Una soporifera maratona dove le 15 canzoni in gara sono diluite tra gag telefonate, ospiti improbabili, marchette Rai, cori dell’Antoniano che cantano canzoni di Michelino Jackson sulla pace nel mondo, transfughi di Amici come Niccolò Filippucci che vincono Sanremo giovani, che bella a voce eh, ma la canzone me pare la solita canzone per vecchi giovani, Alicie Keys che cantano in Italiano, l’arzillo Mogol che a 90 anni è più lucido di tanti trentenni.
E le canzoni. Il motivetto tutto sommato facile in bilico tra baustelliane risonanze e sul baratro dei Coma Cose di Maria Antonietta e Colombre apre la serata, e mi piace. L’ho già in playlist per la prossima corsa. Sal Da Vinci mette tenerezza, ride sguaiato alle battute di Ubaldo Pantani, è un po’ in difficoltà con la voce. Ma la sua canzone è un turbine di allegria da festa popolare. Ed è sicuramente un gran professionista che si merita tutto quello che sta vivendo. Poi interviene l’oblio ed è subito mattino e mi trovo a canticchiare….
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